“Non chiamatemi reporter di guerra”

Livio Senigalliesi è un fotografo diretto e sincero, ha scelto di raccontare la guerra, gli umili, le vittime. Un uomo libero e mai distante, che ha messo al centro della sua vita l’interesse per l’ Uomo, trasformando questa sua stessa vita in un viaggio di “andata e ritorno dall’inferno”. La sua fotografia è un lungo e intenso racconto della storia degli ultimi 40 anni.
Vietnam, Berlino, Mosca, Jugoslavia, Ruanda, Nord Uganda, Congo, Guatemala, Caucaso, Afghanistan ma anche Brescia, Roma, Rosarno. Senza alcuna pretesa di esaustività ma con un fil rouge che unisce gli anni ’70 alle vicende contemporanee.
Tra i numerosissimi premi che ha ricevuto, il più prestigioso forse – il primo reporter premiato fu Robert Capa – è il Bayeux War Corrispondent, una sorta di Premio Pulitzer per i corrispondenti di guerra basato sulla qualità dei reportage pubblicati nel corso di un anno sulla stampa internazionale.

Come e quando è iniziata la tua storia personale con la fotografia?


La mia esperienza nasce proprio dalla voglia di testimoniare i mali della nostra società, le storie degli ultimi, le storie di chi lotta per i propri diritti. Per i primi 10 anni della mia carriera mi sono dedicato alle lotte operaie e studentesche, agli emarginati, alle vittime della mafia. Si tratta di un periodo di gavetta necessario per conoscere il mestiere e per mettere alla prova te stesso. Se non riesci a sfondare e se non hai forti motivazioni è meglio che ti scegli un comodo lavoro in posta.
Dentro ogni mio servizio fotografico c’è sempre stata la notizia, la testimonianza di ciò che accade sul terreno e la parte di denuncia politica. Le due cose non potevano essere disgiunte in un figlio del proletariato urbano cresciuto all’ombra delle fabbriche. Poi sono venuti i grandi viaggi all’estero e l’emozione di vivere la Storia mentre si svolge.



Come ti definisci? Uno storico? Un testimone?

La mia scelta nasce più per una passione per la Storia che per la fotografia. Fare il reporter è un mestiere per ricchi e le mie povere origini mi avevano predestinato ad essere un operaio. Era un destino per coloro che erano cresciuti all’ombra delle ciminiere.
Per caso, durante i weekend, iniziai a collaborare con un amico fotografo e così mossi i primi passi in questo ambito. E per coprire l’enorme gap formativo iniziai a studiare e a leggere come un pazzo. Alla base di ogni buon reportage c’è la cultura, non basta fare click, specialmente se ci si occupa di temi sociali o di grandi tragedie umanitarie.
Per molti anni ho semplicemente cercato di documentare con serietà quello che vedevo intorno a me componendone sempre un racconto fotografico. Le foto-singole le lascio ai maestri delle news.
A questo si è unita la scrittura perchè spesso i giornali mi hanno chiesto di scrivere articoli da affiancare alle mie immagini. Sono nate grandi collaborazioni con L’Europeo, Die Welt, Stern, Avanguardia, Le Nouvel Observateur, Liberation.
Poi, con la lunga esperienza sul campo, ho sviluppato un metodo che gli antropologi definiscono “osservazione partecipante”. Tutto deriva dalla mia capacità di vivere a lungo con le persone che sono vittime di tragedie come la guerra, la fame o la carestia. Tutto il mio tempo è dedicato all’ascolto, all’immedesimazione nei sentimenti e nei dolori degl’altri. Le fotografie vengono per ultime.

Berlino, 1989 Foto di ©Livio Senigalliesi



Ti sei formato negli anni ’70. In quegli anni è nato il tuo no alla guerra. Come sei passato da questo no al bisogno insopprimibile di raccontarla?

La mia fotografia non è passione o estetica. Fin dall’inizio ho usato la macchina fotografica come uno strumento di analisi sociale. All’inizio fotografavo la città delle fabbriche (Sesto San Giovanni) e la vita degli operai che veniva scandita dal suono delle sirene che indicavano il cambio del turno lavorativo nei grandi impianti produttivi.
Ho vissuto attivamente gli anni di piombo negli ambienti della sinistra extraparlamentare milanese e nelle mie foto c’era il frutto di un sano attivismo e la voglia di documentare i movimenti antagonisti.
Nelle manifestazioni contro la guerra del Vietnam si è formato il mio pacifismo radicale ed il NO alla guerra. Poi, anni dopo, quando mi trovai a raccontare un conflitto sapevo bene da che parte stare e non ero certo incline ad esaltare le guerre imperialiste o le “guerre umanitarie”.

Weimar/DDR 1990 Soldati dell’Armata Rossa. Foto di ©Livio Senigalliesi




Come si racconta la guerra? In che modo descrivere i conflitti di ieri e di oggi, dove a morire non sono più solo i soldati ma soprattutto i civili, gli inermi, gli innocenti?

Quando i rancori del passato si sommano a quelli del presente, quando ingiustizie economiche e politiche si confondono con odi etnici, religiosi, tribali o con gli interessi delle multinazionali, i motivi dei conflitti divengono simili a matasse inestricabili che si perdono tra gli errori e gli orrori degli uni e degli altri.
In tutto questo anche i media hanno una grave responsabilità. Per anni, televisioni e giornali ci hanno disinformato e plagiato rendendoci digeribili “guerre umanitarie” e “bombe intelligenti”. Per controllare le masse, l’immaginario collettivo deve essere normalizzante, rassicurante. Trionfa il pensiero unico. La verità fa male.
Nell’epoca del giornalismo “embedded”, le stragi di civili sono diventate “effetti collaterali”.
In questo mondo che corre veloce senza approfondire criticamente i fatti, ho scelto di viaggiare in direzione ostinata e contraria. Le immagini del mio libro e della mia mostra “Effetti collaterali”, scattate nell’arco di tre decenni in 4 continenti sono un atto di testimonianza e di denuncia.
Sono immagini vere e per questo “scomode” perché vogliono alimentare in noi la memoria ed una coscienza critica contro la guerra.
Sono fotografie scattate da vicino, stando in mezzo alla gente che soffre, condividendo i pericoli, il freddo, la fame, percorrendo gli stessi sentieri di fuga, consumando le suole delle scarpe secondo le regole del buon giornalismo, tornando negli stessi luoghi per anni per documentare i cambiamenti o per raccogliere le storie dei sopravvissuti.



C’è una fotografia che non avresti voluto scattare?


Il quesito non si pone. Quando fai il mio mestiere devi fotografare tutto ciò che vedi e che ritieni abbia un senso nell’ambito del tuo racconto. Poi ci penseranno le redazioni a selezionare ed impaginare i soggetti più consoni alle politiche editoriali ed al taglio giornalistico definito dal testo.

Rugovo, Kosovo 1999 Foto di ©Livio Senigalliesi



Qual è la principale qualità che serve a un giovane per intraprendere questo mestiere?

Le qualità umane e professionali di un reporter sono plurime. Determinazione, abnegazione, cultura, empatia, capacità di sofferenza e di sopravvivenza in situazioni difficili, capacità tecniche, attitudini manageriali, intelligenza, ingegno, astuzia, etica, umiltà, senso del pericolo.
Solo esercitando questo mestiere sul terreno saprai se sei veramente tagliato per questa professione che ti assorbe totalmente. Se la vuoi svolgere al top non c’è spazio per la famiglia.

Adriatico, 1999 Portaerei Usa Eisenhower Foto di ©Livio Senigalliesi



Affermi che per fare un buon reportage è indispensabile conoscere la cultura di un popolo. In questo ti avvicini all’etnografo, cosa ne pensi?

Raccontare “gli altri” implica alcune regole che ritengo fondamentali. Non basta arrivare a destinazione con la macchina fotografica al collo. Bisogna approcciarsi ad ogni tema con modestia e senza idee preconcette. Prima di partire, studiare cultura, lingua e tradizioni della zona in cui saremo chiamati ad operare. Tutti questi aspetti ci aiuteranno a sviluppare empatia con le persone e familiarità con il contesto. Parlare la lingua locale aiuta a rompere il ghiaccio e più di una volta questo fattore mi ha salvato la vita in situazioni critiche. Credo che non si possano raccontare i Balcani, l’Afghanistan, il Medioriente o il Congo senza conoscerne la Storia, le tradizioni ed i motivi dello scontro. Il giornalismo dei nostri giorni impone velocità e superficialità, fattori che stridono con la qualità.
La mediocrità dei nostri organi d’informazione la possiamo riscontrare ogni giorno leggendo i giornali o guardando i TG o i talk-show.
Uno dei grandi temi del presente sono le migrazioni. Sono da sempre trattati con superficialità, mancanza di umanità e totale incomprensione delle cause.
I migranti, PERSONE che fuggono da guerre, torture, dittature, carestie, sono trattati come cose. Da 30 anni quello dei migranti è un fenomeno globale che riguarda noi tutti, i politici, le organizzazioni umanitarie ma anche le coscienze di noi giornalisti. Abbiamo una forte responsabilità e delle colpe.
Se vogliamo capire le cose dobbiamo calarci negli altri e raccontarli con etica e umanità. Forse non potremo cambiare i loro destini ma avremo contribuito ad una maggiore comprensione con un approccio più profondo ed umano.

Pakistan, Peshawar, 2001 Manifestazione pro Bin Laden Foto di ©Livio Senigalliesi



Che senso assumono nel tuo progetto le esperienze con le scuole e le università?

Dopo aver svolto per 40 anni questa professione al top, credo sia giusto dedicarsi all’insegnamento ed alla trasmissione dei segreti del mestiere ai più giovani, ai futuri giornalisti.
C’è un momento per la produzione, in cui non si ha tempo di pensare nemmeno alla famiglia e c’è un tempo per la restituzione agli altri di ciò che la tua professione ti ha permesso d’imparare.
Questo può essere prezioso per chi muove i primi passi ed ha una cognizione solo teorica di questo mestiere.
Da alcuni anni sono stato chiamato a collaborare con Scuole di Giornalismo e varie Facoltà Universitarie. Cerco di fare del mio meglio per comunicare la passione sincera e tutti quei segreti del mestiere che possono essere utili per raccontare al meglio una storia o per districarsi in situazioni difficili.
Per sapere se uno è veramente dotato ci deve provare e sarà solo il terreno e la qualità del tuo reportage a dirti se hai un futuro in questo straordinario lavoro.

Afghanistan, 2002 Foto di ©Livio Senigalliesi