Umberto Cicconi. Il fotografo personale di Bettino Craxi

Nella seconda parte dell’intervista, Umberto Cicconi diceva: «Voglio dire, ormai la fotografia è morta. Anche perché, il fotografo, il fotoreporter, cosa fa oggi, che ruolo ha oggi?» Il 16 gennaio 2023, dopo 30 anni di latitanza, Matteo Messina Denaro è stato arrestato, eppure nell’unica immagine diffusa, di bassa qualità, utilizzata da tutti i media, cosa si vede se non un uomo ben vestito, seduto su un pulmino? C’erano fotoreporter che in analoghe circostanze, con la loro professionalità e sensibilità, hanno consegnato alla storia documenti visivi di grande spessore. Mettendo in linea le diverse fotografie degli uomini di mafia arrestati dopo anni di latitanza, è possibile vedere nitidamente come sia cambiato, viene da dire in peggio, il fotogiornalismo. Umberto Cicconi negli anni ’90 capisce che sta finendo un’epoca e ne arriva un’altra dove per il fotografo professionista non c’è il giusto spazio, quello che gli permette di essere al posto giusto. Tony Gentile era davanti a Giovanni Brusca nel 1996, così come Letizia Battaglia un anno prima con Leoluca Bagarella, ma chi ha fotografato Bernardo Provenzano dieci anni dopo era chissà dove con il suo teleobiettivo, mentre nel 2023 non c’era più nessuno. Concettualmente una differenza era evidente, si poteva vedere nitidamente la distanza tra la società civile e quella criminale, da una semplice fotografia, ben scattata. Oggi questa distanza non c’è più e Umberto Cicconi, sempre nella seconda parte, continuava dicendo «Se gli stessi ministri, sottosegretari, politici, hanno il cellulare e si fanno i selfie e poi questi selfie li regalano all’amico giornalista che li pubblica, hai rubato, tu politico, un mestiere a un fotografo che si sta morendo quasi di fame e non è bello.» Quale poteva essere la seconda fotografia più utilizzata dai media per raccontare l’arresto di Matteo Messina Denaro, se non un selfie?

Perché hai smesso di fotografare?

Perché era finita già la fotografia. Ho voluto anticipare, perché poi mi sono fatto sei anni di Hammamet e in quei sei anni io li ho dedicati a capire intanto quale era il futuro della fotografia. Stiamo parlando del ‘94, internet già era uscito, già quando giravo il mondo con Bettino, sentivo discorsi che stava cambiando un’epoca. Un’epoca cambiava appresso all’altra, alla fine. L’epoca più lunga è stata quella nostra, quella della nostra vita. Io sono del ‘58, quello del ‘50, magari quello del ‘40 ha visto tutto quanto. Io che sono del ‘58 mi ricordo bene tutti gli anni ‘70, benissimo, dal 1970 in poi. Io dal 1970 in poi ho vissuto, giorno dopo giorno, proprio la vita concreta. Vengo dalla strada, sono nato dentro una baracca qui dietro (Pietralata). La baracca era quella che poi Zavatti e De Sica raccontano nel film “Il tetto”. Diversamente dai miei fratelli, io ero più portato a stare in mezzo alla strada. La strada mi ha insegnato tante cose.

Come sono stati questi sei anni ad Hammamet, sono stati duri?

Certo che sono stati duri. Sono stati duri, perché è stato un atto cattivo su Bettino. È stata un’ingiustizia alla fine della fiera. Però, pensandoci bene, non sono stati i politici a tradire Bettino Craxi, quella era la politica, anche se era la fine della politica con la P maiuscola. Dopo il 1995-96 la politica stava finendo, subentrava un discorso diverso, già studiato anni e anni prima. Bettino è stata l’unica persona che ha fatto a modo suo, soddisfacendo l’America e il Vaticano. Una volta che tu butti giù il muro di Berlino – è stato un lavoro lunghissimo di Bettino Craxi, glielo chiede il Papa, glielo chiede Reagan, lui rappresentava il pianeta terra, per così dire, contro il comunismo – devi lasciare. Andreotti glielo diceva a Bettino, una volta che si butta giù il muro, la nostra politica è finita.
Bettino dava fastidio e io questo lo capisco, ha sbagliato, ha fatto tanti errori, ma una volta che hai svolto il tuo ruolo o diventi Presidente della Repubblica, oppure devi avere un incarico al di sopra di tutti. Sconfitto il comunismo, tutti quei protagonisti dovevano lasciare. Tutto quello che è venuto dopo, Tangentopoli, è stato solo un caso.

Perché questi protagonisti sono stati messi fuori? Qual è la ragione?

La ragione è quella che tu stai vivendo oggi. Politicamente. Chi c’è in politica oggi? Io sono stato sempre in politica perché mio padre era un politico, o meglio, aveva la passione per la politica. Era un comunista, poi nel ’56 lascia il partito per i fatti dei carrarmati dell’Ungheria, apre la sezione del PSIUP a Pietralata, apre la sezione del PSIUP a Ostia, poi il PSIUP si scioglie, c’è la scissione e fa la sezione del PSI. Io sono nato in questa scia, sono nato dentro a una sezione del partito comunista che era di Pietralata. Oggi non c’è più niente. Le sezioni erano delle parrocchie. Oggi l’Italia non produce più niente. Che cosa produce? Eravamo Made in Italy. Hai tolto pure il fotografo, hai tolto pure il fotoreporter, hai tolto un mestiere a un lavoratore.

Tu hai trovato difficoltà a lavorare come fotografo dopo la fine della cosiddetta prima Repubblica?

No. Già quando stavo ad Hammamet, ogni tanto venivo a Roma perché c’era mio figlio, potevo stare soltanto 24 ore a Roma, massimo 48 ore. Incontravo politici, giornalisti importanti che sono veramente uomini seri, che mi dicevano “non è giusto quello che stai facendo, che stai lì, isolato, tu sei un vero reporter, ma veramente sei bravo”. Il fatto è che quando mi impegno su qualcosa, non posso fare altro.

Nelle tre parti non sono state pubblicate fotografie, sembra strano per un fotografo, ma il lavoro di Umberto Cicconi era strettamente legato all’attualità politica degli anni’80 e primi anni ’90, per poi documentare l’ultimo periodo di vita di Bettino Craxi ad Hammamet. Quelle fotografie necessitano di essere ricontestualizzate, non raccontano una storia, si limitano a mostrarla, ma le parole sono imprescindibili, per questo ha scritto il libro: “Bettino Craxi. I suoi ultimi vent’anni”.
Questa qui di seguito è l’unica fotografia che Umberto Cicconi ha fortemente voluto, Bettino Craxi nell’ospedale militare di Tunisi, pochi giorni prima di morire.

Bettino Craxi pochi giorni prima della morte. Tunisi. Ospedale militare
© Umberto Cicconi

Non l’avevo mai vista, non so se è stata già pubblicata altrove, come avvenuto con altre sue fotografie, l’ho ricevuta con la richiesta di pubblicarla, senza aggiungere altro. Sarebbe importante raccontare la storia degli ultimi anni del Partito Socialista Italiano e di Bettino Craxi partendo proprio dalle fotografie. A dire il vero con Umberto Cicconi è possibile scrivere una storia dell’Italia di tutto il Novecento, il suo archivio è esteso e non è fatto solo dei suoi negativi, ma include altri quattro fondi di pregio e soprattutto estremamente rari: archivio Agenzia Roma Press Photo, archivio Agenzia V.E.D.O. di Adolfo Porry-Pastorel, archivio Alberto Cartoni, archivio Spartaco Appetiti.

Parliamo dell’Archivio Cicconi?

È composto da cinque fondi. Negli anni ’80 ho comprato le grandi agenzie fotografiche: la Roma Press Photo di Tazio Secchiaroli, è stata la più grande agenzia fotogiornalistica d’Italia, i cui fondatori avevano iniziato a lavorare all’agenzia V.E.D.O. (Visioni Editoriali Diffuse Ovunque) di Alfredo Porry Pastorel, amico personale di Mussolini. Famosa è la foto che gli scatta mentre fa la pipì al vespasiano, quando ancora non era duce. Poi una volta raggiunto il potere, Mussolini chiede a Porry Pastorel di eliminare quella foto, ma lui si rifiuta e litigano.

Ti interrompo, tu hai l’archivio di Alfredo Porry Pastorel?

Esattamente, io ho il 60% della V.E.D.O. mentre l’altro 35-40% era di quel politico di Bari dell’MSI, Giuseppe Tatarella. Io ho le lastre originali, contenute in scatole gialle.

Non hai pubblicato niente?

Quasi niente. Io ho anche l’archivio di Alberto Cartoni, che era il fotografo di Mussolini, sull’architettura romana. Ho tutta la costruzione del Foro Italico, dalle fondamenta, allo stadio, all’obelisco, alla statua di Mussolini alta 87 metri. È un patrimonio enorme che vorrei iniziare a tirar fuori attraverso la Fondazione Allori, presidente Bobo Craxi, nel quale c’è anche il mio personale archivio, il mio lavoro di oltre 20 anni. In totale parliamo di sette milioni tra lastre e negativi. Come ti dicevo, sono cinque fondi, catalogati in cartaceo che vanno tutti digitalizzati. Eppure. È così difficile digitalizzare. È così difficile oggi in Italia lavorare. Con un archivio e con una Fondazione riconosciuta dal Governo, dal Ministero dei Beni Culturali, un archivio periziato dal governo e dal Tribunale di Roma, è difficile farlo lavorare, non ti vogliono dare i soldi. Se tu Governo, tu Ministero dei Beni Culturali, mi hai legato a te con questo decreto, con questa legge, riconoscendomi come patrimonio, dovrebbe esserci un seguito come vuole la legge. Per attivare lo Stato, che devo fare? Chi devo essere io perché lo Stato si preoccupi di aiutarmi affinché questo archivio venga digitalizzato?

Quali sono le fotografie, le tue fotografie, che consideri migliori?

La prima è quella delle cento copie che mi chiede Bettino, una fotografia dove Bettino e Nenni sembrano dialogare, l’anziano leader e il giovane leader per una continuità ideologica presente anche nella posa. Direi poi quella foto divertente con Reagan e Bettino, dove c’è questo contrasto tra il Presidente Americano che ride e Bettino preoccupato mentre si danno la mano. Un’altra foto è quando nel 1984, prima della firma del concordato, andiamo dal Papa. Entro da solo e c’era Arturo Felici che fa il suo scatto e se va. Io invece rimango un attimo di più dentro perché avevo notato che il Papa era incuriosito dal piede di Bettino e non capivo il perché. Esce Mari e il Monsignor Monduzzi ci invita ad andare, tra l’altro il Monduzzi stava quasi sempre con la sigaretta in bocca. Poco prima di allontanarci, faccio questo scatto dove il Papa guarda il piede di Bettino. Finisce l’incontro e il Cardinal Casaroli mi chiede perché il Presidente del Consiglio porta gli stivaletti, una domanda che gli aveva rivolto Sua Santità. Ho pensato: ho fatto lo scoop, il Papa che guarda gli stivaletti del Presidente del Consiglio. Questa ingenuità, perché evidentemente è il primo uomo politico di quel livello che portava gli stivali. Era una cosa assurda all’epoca. Ogni volta che lui mi parlava, io vedovo le foto, forse questo è il discorso. Io ti sto dicendo queste cose perché per me erano tutte foto, solo foto.

Tu sei stato il fotografo personale di Bettino Craxi che è diverso da fotografo ufficiale.

Roma è grande, Roma è bellissima, Roma è eccezionale, stupenda. Per me Roma è una donna, la più bella donna del mondo, irraggiungibile, non ci arrivi. Roma ti ama, se tu la ami, ma se tu prendi per il culo Roma, Roma ti ammazza. Roma mi ha insegnato il vero rispetto.
Con questo grande insegnamento di vita, sono diventato il fotografo personale di Bettino Craxi.

Federico Emmi

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