Umberto Cicconi. Una storia da fotografare

Nella seconda parte di questa intervista Umberto Cicconi racconta la sua carriera di fotoreporter. Arrivati a Pietralata, si ferma in una via a ridosso della trafficata Tiburtina. Da come parcheggia, capisco che quella è la sua strada, cioè la sua vera casa. Infatti, ha accostato, ha spento la macchina, è sceso lasciando lo sportello aperto, “torno subito”. Questo approccio alla vita, dice molto del carattere di una persona, è espressione di sicurezza, di libertà, di indipendenza. Aspetto una decina di minuti e al suo ritorno ripartiamo, giusto il tempo per mostrarmi come sia cambiata Pietralata nel tempo, di come le case assomiglino poco a quelle dei suoi ricordi, per fermarci definitivamente a un bar. C’è ancora il sole, l’aria è irrespirabile e fresca, c’è molto rumore, ma “ecco, qui mi ci portava mio padre”. Comodamente seduti, comincia la storia di un uomo che inizia a guadagnare come fotoreporter, è un freelance appassionato e presto la sua fotografia sarà fondamentale per la storia degli ultimi anni del PSI.

Fotografo personale di Bettino Craxi, Umberto Cicconi è anche un militante politico e da fotografo si impegna non solo a dare un’immagine nuova al segretario, ma all’intero partito. Erano gli anni in cui la Democrazia Cristiana controllava tutti gli apparati dello Stato, mentre il PCI era in grado di mobilitare la massa; per gli altri non c’era spazio alcuno. La fotografia diventa determinante. Umberto Cicconi ha saputo interpretare al meglio quella missione. Con la sua Leica ha raccontato la storia di un’Italia che entrava tra le grandi potenze industriali, usciva da una certa dipendenza decisionale, si candidava a contribuire in maniera determinante alla vittoria della guerra fredda.

Le fotografie sono lì e la loro bellezza, più che estetica, è nella storia che ognuna di esse racconta. C’è la storia di un segretario di partito e del partito che egli rappresenta, certamente, ma c’è anche la storia di un capo di governo, cioè l’Italia, che, nella foto di copertina, sembra guidare tutti gli altri. Ecco il primato dell’immagine, della fotografia come strumento di comunicazione politica che prova a infilarsi negli apparati dello Stato e a sedurre le masse. Sono queste fotografie che hanno portato poi al successo della televisione commerciale e di tutto quello che ne è seguito. Umberto Cicconi si chiede cosa sia la fotografia e arriva a una conclusione lucida e drammatica: il fotografo serve a ben poco. Dalla politica, allo spettacolo, dallo sport, alla cultura, ai fotografi, ai fotoreporter, viene rubato il lavoro.


Bettino Craxi già aveva il senso dell’immagine, del potere di comunicazione di un’immagine.

Ma certo. Era l’unico che aveva capito l’importanza della fotografia nella costruzione del consenso. Infatti, stava già cercando un fotografo tra gli amici, quando era a Milano, una persona di fiducia che lo fotografasse. Ne ha provati quattro o cinque. A Milano tre, quando venne a Roma e diventò Segretario chiese a una fotografa. Erano tutti professionisti. Poi un altro fotografo, un altro fotografo ancora, ma niente. Torino è stato significativo per me, pensa neanche volevo andarci, ma praticamente lì è l’inizio di un cambiamento della mia vita. Nel ‘78 faccio Moro, fotografo Moro a via Caetani assieme a un’altra persona. Come tutti i giornalisti, anche noi fotografi cercavamo la notizia. Mattina e sera giravi, giravi sempre. Poi a un certo punto, una donna di una certa età, a via del Viminale creò l’S3, un notiziario degli avvenimenti quotidiani. Raccoglieva notizie, per fotografi e giornalisti. Siccome costava 100.000 lire al mese, allora io e altri due ci siamo messi d’accordo e ci siamo divisi l’abbonamento. Abbiamo lasciato questo apparecchio in un bar, in via Cola di Rienzo, il barista era un nostro amico e chi arrivava prima lo leggeva. Io alle 07:30 già stavo là. Era un’agenzia di stampa per i fotografi, prettamente per noi fotografi professionisti. Io ormai ero diventato professionista, ma non lo sapevo, ancora non lo sapevo. Il ‘78 è stato un anno da favola per me. Era bello, tutto bello, tutto affascinante. Non so come dirti. Era un cambiamento di tutto, secondo me la morte di Moro è stato il cambiamento di tutto.

Torniamo alle 100 stampe.

Si. Lui le firmava e le dava in giro. Erano tutti messaggi politici quelli.
Attraverso questo scatto, però, si presenta per me l’opportunità di entrare in una agenzia di stampa francese molto importante all’epoca. Nel mondo c’erano tre agenzie fotogiornalistiche e si chiamavano: Gamma, Sygma e Sipa. Tutte a Parigi ed erano famose perché distribuivano il materiale fotografico in tutto il mondo. Avevano sia i dipendenti e sia i collaboratori. Come si mandavano le foto a Parigi o in Italia, quando eri fuori? Fai un rullo, che ne so, a Lisbona, lo dai al comandante dell’aereo dell’Alitalia, lui lo porta a Roma, sotto già c’è il tuo laboratorio che prende il rullo, lo sviluppa e lo stampa. Era una prassi regolare.

Praticamente tu cominci come fotoreporter, cerchi i casi importanti, poi a un certo punto inizi a seguire Bettino Craxi.

Inizialmente faccio tutto su Roma. Poi a un certo punto Sygma mi vuole, rimane vuota perché Cevallos va a Gamma, stiamo parlando di fine ‘78 ormai, quasi inizi ‘79. Ecco cosa accade. A Roma c’era sempre un comitato centrale all’EUR, a via Tupini, alla sede della Confindustria. Mi ricordo che c’era un convegno socialista, era un tardo pomeriggio, Bettino dal palco mi fa cenno di raggiungerlo, io stavo con i due grandi fotografi d’Italia, di Roma: Vezio Sabatini e Antonio Sansone. E qui vale la pena di ricordare che Sabatini fece fuori Sansone perché stava invecchiando e a sua volta aveva paura che io, che stavo entrando, facessi fuori lui, per cui quando Vezio Sabatini vide Craxi far cenno, mi disse: “vai a sentire che vuole”. Raggiungo Bettino e mi fa: “domani vieni in Portogallo, mettiti d’accordo con Gangi”, l’amministratore del partito. Solo che io non avevo neanche il passaporto, mi bastò consegnarli quattro fototessera e pensò lui a risolvere il problema. Torno dai miei due amici, fotografi, colleghi, rivali, ma colleghi, perché il rispetto è rispetto, e Vezio Sabatini mi chiese: “cosa ti ha detto?” Gli risposi: “vuole che vada domani con lui in Portogallo e gli ho detto di sì. Mi sto lasciando andare” E lui: “vai, vai, ma che stai scherzando”. Vezio Sabatini era un reporter che non frequentava nessun fotografo, nessuno. Lui veniva dai fotoromanzi, poi all’improvviso si innamora della fotografia e diventa il numero uno a Roma. Di una eleganza, di una gentilezza, ma non dava confidenza a nessuno, noi diventiamo amici. Un giorno era con la moglie, Ombretta Caprera, e lei mi disse: “sai che io a Vezio dico meno male che Umberto è andato con Bettino Craxi, se no ti avrebbe fatto fuori”.

In Portogallo cosa è successo?

In Portogallo c’era l’Internazionale Socialista. La prima volta che vedo tutti i socialisti del mondo assieme, ad Albufeira, giù al sud del Portogallo. Willy Brandt era il presidente e una mattina stavo con Francesco Forte, che poi sarà anche ministro, a fargli le foto. Mentre faccio queste foto, su queste scogliere, Forte mi fa: “guarda che alle tue spalle sta arrivando Willy Brandt con la sua amante”. Io faccio finta di niente, mi giro, faccio gli scatti. Willy Brandt si portava sempre appresso questa guardia del corpo, alta, bionda, simpatica. Willy Brandt vede, ma non dice niente. A un certo punto, nel pomeriggio, Bettino mi chiede: “ma cosa hai fatto oggi?” Gli rispondo che ero andato a fare le foto con Francesco Forte e lui mi risponde che Willy Brandt si stava lamentando del fatto che lo avevo fotografato con l’amante. Gli dico che non lo sapevo e che pensavo fosse la moglie. Si presenta da me questo alto che parlava francese, così e così, io parlo francese e gli dico che preparo i negativi. Dentro a questo albergo, giù ad Albufeira, c’erano i piloti dell’aereo dell’Alitalia a cui chiedo informazioni su un laboratorio di sviluppo in città. Uno di loro mi dice che ci avrebbe pensato lui. La sera vado da Willy Brandt con le forbici e il rullo, taglio le immagini che lo riguardano e gliele consegno.

Quindi tu quelle foto non ce le hai più?

Me le ha ridate. Mi disse: “Sei un professionista, non posso fare questo?” Che tempi e che uomini.
Ma perché, quando ho fatto quella foto a Reagan? Siamo a Londra al G7. Regan raccontava barzellette, come sempre, c’era la Thatcher, Bettino e Regan. Bella questa foto, io con il 24mm della Leica, faccio la sequenza mentre Reagan fa il gesto dell’ombrello, che per noi ha lo stesso significato che loro attribuiscono al dito medio. Si scioglie il gruppo, subito il suo addetto personale viene a parlarmi, ma Reagan già mi conosceva bene. Io sono entrato per la prima volta alla Casa Bianca nell’ottobre del 1983. Bettino diventa Presidente del Consiglio il 4 agosto dell’83, a ottobre già si va in America.
Io sono il primo che entra nella stanza ovale, prima di Bettino, perché cercavo un bagno. Il cerimoniere mi aveva indicato una stanza, ma c’era un magazzino di scopettoni, in un’altra stanza c’era una segretaria che batteva a macchina, chiedo dove era il bagno, ma loro non parlavano, solo gesti. Apro questa stanza con la porta ovale e ci stava Reagan con i piedi sulla scrivania. Io con la Leica, solo Leica, senza borsa, senza niente e gli dico “Mister President, faccio una fotografia”. Lui mi guarda, si alza e ride, entra Bettino e fa “O-dddiooo e sento anche lo schiaffo che si è dato sulla fronte” e Reagan si mette a ridere come un pazzo. Questa foto, pensa, c’è una foto sola nel mondo. Io la faccio casualmente perché Regan seduto lì si alza, Bettino viene per sgridarmi, ma non mi sgrida, si va a scusare con Reagan e io faccio a tutti e due, dietro la scrivania famosa della stanza ovale, questa fotografia. Reagan e Bettino dietro la scrivania della stanza ovale. Mai successo.

Hai fotografato l’informalità del momento, contrariamente alla prassi.

L’informalità, certo, il primo approccio alla Casa Bianca di Bettino Craxi è stata questo.
La fotografia. Che cos’è la fotografia alla fine? Oggi la fotografia non esiste più. Mia figlia quando aveva tre anni, con il cellulare faceva delle fotografie bellissime, adesso è diventata una maestra. Voglio dire, ormai la fotografia è morta. Anche perché, il fotografo, il fotoreporter, cosa fa oggi, che ruolo ha oggi? Se gli stessi ministri, sottosegretari, politici, hanno il cellulare e si fanno i selfie e poi questi selfie li regalano all’amico giornalista che li pubblica, hai rubato, tu politico, un mestiere a un fotografo che si sta morendo quasi di fame e non è bello. Questo non è bello, assolutamente non è bello. Tu sei un politico, sei un personaggio pubblico, devi lavorare per il cittadino, devi lavorare a favore di un lavoratore, a favore del mondo lavorativo, mentre tu stai rubando, in continuazione, tutti i giorni, ormai da tanti anni, lavoro a dei professionisti. È cambiato il mondo giornalistico. Le grandi firme non stanno più in mezzo a questi qui. Tu guarda Giuliano Ferrara, guarda Ezio Mauro, guarda Massimo Franco e tanti altri. Questi sono grandi firme, perché hanno vissuto, secondo me, il periodo più bello della politica italiana, giornalisticamente. Avevano di fronte a loro degli uomini veri, degli uomini che erano stati dei partigiani, gli ultimi che ho conosciuto anch’io. Uomini che venivano da realtà, socialmente parlando, comuni. Capivano il senso e il dovere, perché c’era il senso dello Stato, mentre oggi non c’è più. Lo Stato oggi, non lo vedo più lo Stato di diritto, perché se tu ti fai le fotografie da solo, tu politico, non hai il senso dello Stato.

Oggi non potresti fare il fotografo.

No, è impossibile, poi sul personaggio proprio no. Il personaggio stesso è finito, ma tu che vedi i personaggi pubblicati sui giornali come una volta? Sono tutti francobolli.

Federico Emmi

La foto di coperetina è gentilmente fornita dall’autore, la proprietà è © Umberto Cicconi