Verso l’Ashram. Sulle orme di Lisetta Carmi

Non più di un’ora è durato questo soggiorno. Sul ritorno verso casa, coi tempi dettati più dalla distanza che rimaneva da percorrere che dalla vera voglia di restare, Cisternino è stata deviazione obbligata, una ricerca. Avevo trovato un’indicazione sul web di cosa stavo cercando, senza aver mai visto una fotografia, sentito una descrizione. Sapevo la storia, nient’altro: nel 1979 Lisetta Carmi (1924-2022) aveva comprato un’area di terra e fondato in questo angolo di Puglia un ashram su indicazione della sua guida spirituale Babaji, conosciuta anni prima in India alle pendici dell’Himalaya. Lisetta, conosciuta nel mondo della fotografia per molti dei suoi reportage divenuti pietre miliari della storia dell’immagine e dell’uomo – i travestiti, sì, ma anche i camalli genovesi, la sua Israele, la sua Palestina, la vita sotterranea dei metrò parigini – era giunta qui per compiere la sua ennesima rivoluzione.

Questo 5 luglio ricorre il secondo anniversario della dipartita fisica di Lisetta, ma questo mi è venuto in mente solo dopo quel 29 giugno in cui io e altri compagni di viaggio riuscimmo a capitare sul suo terreno.

L’indicazione di Google Maps era sbagliata: giunti al punto in cui doveva comparire la strada, la strada non c’era, mentre proseguiva là dove il cartello la indicava veramente, appena sorpassato. La giusta direzione era quella reale, i cartelli non mentivano e noi dovevamo già sapere che la fede nel mondo della tecnica doveva rovesciarsi in favore di quella per la parola dell’uomo, dei segni che lascia. I cartelli rotondi e azzurri ci dicevano infatti di proseguire dall’altra parte. Per arrivare, il percorso era una strada costeggiata soltanto da ulivi, trulli e muretti a secco, mentre il cielo non possedeva niente ed era un unico bagliore che si rifletteva sulla terra.

Trovato il luogo – il cartello di benvenuto tra le foglie – nessuno ci ha accolti, nessuno ci ha fermati. Altri cartelli dettavano le regole del nuovo comportamento che avremmo dovuto osservare: niente scarpe, silenzio, gambe coperte, soprattutto vicino al luogo del fuoco sacro, custodito in un piccolo edificio. Pur senza delimitazioni fisiche – niente porte, nessuno sbarramento, nessun divieto a entrare nei luoghi: l’accoglienza era totale – l’unico vero ostacolo era il nostro stesso corpo, l’abitudine ormai persa di una porta aperta che ci invita a entrare senza condizioni. Ospiti non osteggiati, e comunque immobili e dubitanti di fronte a una casa che non prevede estranei, senza barriere da rispettare.

I primi occhi che abbiamo incontrato non ci hanno chiesto nulla. Possiamo fare qualche foto? Sì, tranne dentro il tempio o oltre. L’unico limite. 

L’incontro con altri dèi ha sempre il potere di mettere in discussione alcune certezze su cui anche involontariamente il proprio codice per interpretare il mondo si è fondato e arricchito nel tempo. Ci viene chiesto di cominciare da capo, di affidarsi – anche solo per un’ora, quest’ora di cui parlo – ad altre forme, fattezze, simboli per scorgere la dimensione che, come i cartelli lungo la strada, senza clamore vogliono indicarci.

Non si scorgeva nessun altro. La statua di Ganesha, la divinità con la testa di elefante, ci guardava passarle accanto, superarla, andare verso il tempio che non ci era consentito oltrepassare. Sotto un sole così alto, ombre sembrava quasi non se ne creassero sulle superfici, e il tempio, e i tre trulli che lo precedevano su un lato, e gli alberi tutti attorno erano immersi in una bolla calda e luminosa e senza ancora nessuno. 

Dunque Lisetta fondò questo regno senza porte e senza ombre, e questo capanno con la catasta di legna – per alimentare costantemente il fuoco, penso – e il grande orto che compare in fondo a un viale di alberi massicci. La figura di un santo cristiano – San Francesco? – tra il capanno e il viale ci è apparsa stranamente senza sorpresa. Il nostro percorso era guidato da questi unici sorveglianti incontrati nel cammino. Non sapevamo nulla di quel luogo – niente ce lo insegnava – né cosa stessimo guardando davvero posando lo sguardo sugli edifici eterogenei di quella piccola città, estrema sintesi di ogni cosa costruita. La punta dei trulli erano perfetti, infatti, accanto al tetto a capanna del dormitorio, la cupola appuntita del tempio accanto alla copertura più piatta della casa del fuoco. Nessuna urbanistica potrebbe concepire un equilibrio altrettanto valido.

Un uomo ci ha raccontato che vive nell’ashram da 37 anni, ovvero da quando ne ha 21, capitato per caso e poi rimasto. Lisetta sì, l’ha conosciuta bene, è stata l’unica “leader” – come l’ha definita lui – del luogo e rimasta per ora senza sostituti. “Ora ci guida solo Bhole Baba.”

Qui, come fuori di qui, gli uomini sono figure passeggere, che si fermano a parlare quel tanto che il tempo tra una mansione e l’altra concede. Altri sguardi ancora sorvegliavano, immobili, il nostro vagare. Un cobra attorcigliato sulla finestra senza vetri dell’edificio del fuoco è rimasto impassibile al nostro passaggio, e gli siamo stati riconoscenti.

Lisetta ora è assente da questi luoghi. Mi chiedo in quale punto il fulmine la colpì, il famoso fulmine che la lasciò illesa perché, così disse lei, non aveva opposto resistenza; un evento che si narra spesso. Lasciarsi attraversare significa essere come questi templi e queste case, senza porte, né finestre, nulla che sia da ostacolo. Quando nulla è estraneo, tutto diventa ospite, ogni corpo straniero, come il nostro in quel momento dentro l’ashram. 

Mentre percorrevamo la stessa stradina da cui eravamo entrati – era già tardi, e il tempo stringe per chiunque torni a casa – si riusciva a intravedere l’ennesimo edificio per nulla simile agli altri lì presenti. Credo fosse la palestra, a pianta rettangolare, rialzata e fatta di vetri anziché di muri. Si vedeva dentro: uno spazio pressoché vuoto, una grande sedia posta su una pedana di legno (un trono?) e lì seduto il ritratto del volto che doveva essere di Babaji, Bhole Baba, l’ultimo incontro dentro l’ashram. Se Ganesha, San Francesco, la Madonnina dentro una teca incastonata, il cobra, dovevano seguire i nostri passi nella scoperta di quel luogo, lui era lì ad attendere per assistere al distacco. Un percorso compiuto in mezzo agli occhi di altri dèi trovava il suo termine in un’immagine, l’ultimo sguardo prima del congedo. Non poteva che essere così. E così è stato: l’uomo del ritratto aveva gli occhi rivolti verso il punto esatto in cui, da fuori, ho alzato l’obiettivo, e ci è entrato dentro.

Carola Allemandi

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