Blockchain e fotografia, a che punto siamo?

Negli ultimi anni la tecnologia Blockchain si è fatta sempre più largo nell’immaginario collettivo. Dalla comparsa del Bitcoin 10 anni or sono, dall’avvento, hype e successivo disincantato realismo nell’ambito delle crittovalute, la tecnologia sottostante questo fenomeno è stata oggetto di studi anche al di fuori dell’ambito strettamente monetario. Istituzioni pubbliche e private hanno creato gruppi di lavoro e sovvenzionato esperimenti, più o meno fortunati, focalizzati in maggior parte a comprendere l’utilità e gli ambiti di applicazione della più grande fra le potenzialità di questa piccola rivoluzione digitale: l’univocità dell’evento; la possibilità quindi di assegnare in maniera univoca, immutabile nel tempo, la proprietà di un certo elemento ad uno specifico soggetto giuridico.

Già nelle puntate del nostro podcast abbiamo più volte sottolineato la possibilità di utilizzare una Blockchain pensata ad hoc per la protezione dei diritti d’autore legati ad una fotografia, dal momento che l’avvento del digitale ha anche portato con sé la moltiplicazione di “furti” di proprietà intellettuale, facendo arricchire o diventare famoso qualcuno che non era affatto l’autore dello scatto in questione.

Per chi ancora non avesse approfondito l’argomento, la Blockchain è essenzialmente un libro mastro digitale che viene salvato attraverso una rete di computer sufficientemente ampia da garantire la prova incrociata di un determinato evento. Questa registrazione distribuita e decentralizzata permette di creare e condividere risorse digitali (come il Bitcoin), assicurando al contempo che tali risorse non siano copie o falsificazioni. La Blockchain salva i record immutabili di qualsiasi transazione che coinvolge tali beni. Una tecnologia di Blockchain correlata, ma altrettanto importante, è lo Smart Contract. I contratti intelligenti sono essenzialmente istruzioni autoeseguenti che possono accompagnare un record di Blockchain. Come la popolare app If This, Then That, i contratti intelligenti vengono eseguiti automaticamente quando determinate condizioni sono soddisfatte.

I primi tentativi di utilizzo della Blockchain in ambito fotografico sono stati portati avanti da servizi come Binded, che utilizza la Blockchain come metodo di autenticazione delle immagini iscrivendo la paternità dell’autore e la data della loro creazione nel libro mastro. Pur essendo stata presentata come un approccio rivoluzionario e a basso costo nella protezione del diritto d’autore, in realtà attualmente non lo è affatto, in quanto la giurisprudenza non riconosce questa tecnologia come garante della proprietà di un qualsivoglia bene.

Caso diverso è quello di ImageRights, che usa la Blockchain per aiutare i suoi clienti fotografi a risolvere i reclami per violazione. L’azienda utilizza la blockchain per registrare tutte le informazioni rilevanti sulla proprietà, incluse le informazioni di registrazione dell’U.S. Copyright Office e un’immagine in miniatura, per poi presentarle ai trasgressori nel tentativo di convincerli a risolvere il problema. In questo scenario, sebbene la blockchain non abbia peso legale, molti trasgressori recedono dalle loro posizioni e la tecnologia aiuta a risolvere più in fretta il problema, date le lungaggini tipiche di un processo legale che coinvolga le istituzioni giuridiche.

La prova digitale di proprietà utilizzata dalla Blockchain potrebbe diventare più preziosa se fosse registrata contemporaneamente al momento della creazione di un’immagine. Se le macchine fotografiche e gli smartphone inserissero le immagini nella catena di blocco mentre vengono create, questi “certificati di nascita” digitali potrebbero fornire informazioni utili per i media e i social network su chi ha scattato la foto e cosa hanno fatto con essa. Ad esempio tutti i metadati della fotocamera possono essere registrati in un blocco della Blockchain, quando l’immagine viene modificata e i file RAW vengono convertiti in JPEG, queste modifiche potrebbero essere catturate e aggiunte, insieme al JPEG elaborato, alla catena a blocchi.

Per i media, i record Blockchain di un’immagine potrebbero diventare un potente strumento per dimostrare che le immagini sono state (o non sono state) modificate in modo non etico. Per i social network, fornirebbe un mezzo per autenticare la provenienza e la storia di un’immagine, utilissima nel combattere la proliferazione di notizie false.

Aziende come Wemark e KodakOne si preparano a lanciare sul mercato fotografico nel 2019 delle vere e proprie agenzie fotografiche “robotiche” nelle quali le licenze e i pagamenti delle immagini sono automatizzati e mediati da contratti intelligenti a Blockchain. I fotografi caricano le immagini e verificano di essere titolari dei diritti, quindi iscrivono le loro condizioni di licenza su contratti intelligenti. Quando un licenziatario accetta questi termini, il contratto viene eseguito e i pagamenti vengono effettuati dal licenziante al licenziatario.

Avere una licenza d’immagine trasformata in un contratto intelligente significa che l’agenzia non deve inseguire i clienti per i pagamenti, in quanto vengono effettuati automaticamente. Poiché la maggior parte dell’elaborazione delle licenze e dei pagamenti sarebbe automatizzata, questi nuovi intermediari potrebbero richiedere un ricavo più contenuto rispetto ad un’agenzia tradizionale, abbattendo quindi i costi sia per il fotografo che per il compratore. Nel caso di Wemark in particolare, la piattaforma consente ai fotografi di stabilire la propria struttura dei prezzi e le condizioni di licenza e non acquisisce i diritti d’immagine, così i fotografi possono perseguire i trasgressori e farsi risarcire direttamente i danni invece di cedere tali diritti a terzi.

Un altro uso emergente della Blockchain è quello di “vendere a gettoni” un’opera d’arte fisica. Un artista crea o un’istituzione compra un’opera d’arte e offre quote dell’opera attraverso la Blockchain. Le “azioni” dei proprietari dell’opera d’arte sono gettoni digitali che possono essere scambiati in borsa, con il registro Blockchain che aggiorna costantemente e in modo trasparente chi possiede quanto dell’oggetto fisico. Se l’oggetto viene venduto, gli azionisti ne traggono profitto o subiscono una perdita in base al prezzo di vendita dell’oggetto.

La fotografia venduta a gettoni ha già registrato alcune cifre strabilianti. Nel febbraio 2018, la fotografia “Forever Rose” di Kevin Abosch è stata venduta a un gruppo di dieci investitori per l’equivalente di un milione di dollari. Ogni investitore ha ricevuto un gettone pari a 1/10 del valore dell’immagine. I proprietari potevano quindi trattenere, vendere, scambiare o regalare i gettoni.

Come per le agenzie fotografiche citate poco prima, il problema con il gettone è che le transazioni richiedono l’uso di una crittovaluta (nel caso di Abosch era Ethereum) il cui valore relativo al dollaro fluttua. Nel mercato azionario, il valore delle azioni di proprietà fluttua in base all’andamento del mercato dell’azienda e alle sue prospettive di crescita futura (almeno in teoria). Ma per l’arte simbolizzata, le variabili non sono solo la domanda di arte, ma anche il tasso di cambio della crittovaluta in cui sono denominati i gettoni di proprietà.

La Blockchain apre anche le porte a un concetto veramente nuovo per gli artisti: la creazione di file digitali in edizione limitata. In questo caso d’uso, solo i file legati ai record a catena di blocco (che sono impossibili da falsificare) sono autentici, il che permette agli artisti di limitare il numero di tali file in circolazione. La scarsità delle copie in circolazione è da sempre alla base del mercato della fotografia tradizionale, ogni fotografo sa bene che le proprie opere, per acquistare valore, devono essere prodotte in quantità limitata di copie.

Per quanto interessanti ed innovative siano le prospettive di utilizzo di questa tecnologia in ambito fotografico, o più ampiamente artistico, il mondo non è ancora veramente pronto ad accoglierle; l’attuale panorama vede soprattutto iniziative private e troppo limitate per poter divenire oggetto di uso comune, non siamo di fronte ad una rivoluzione al pari di quella dei social network, anche e soprattutto per il fatto che la Blockchain sa risolvere bene solo i problemi fondamentali nel determinare chi ha fatto una cosa e quando l’ha fatta.

L’universo Blockchain è composto attualmente solo da galassie lontane fra loro, ognuna specializzata in un particolare ambito, ma con scarsissima interazione, fenomeno tipico di qualcosa che non ha ancora veramente preso piede nel quotidiano di ciascuno di noi. Se aggiungiamo ai contro anche la questione, per nulla irrilevante, del pesante impatto ambientale che ha una Blockchain composta da centinaia di migliaia di computer sempre accesi e sempre al massimo della capacità computazionale (si stima che nel 2018 la Blockchain del Bitcoin abbia consumato tanta energia elettrica quanto l’intera Irlanda nello stesso periodo), il futuro di questa tecnologia non è ancora così chiaro e determinato. Di sicuro oggi vale ancora la definizione che accompagna la Blockchain sin dai primordi, quella che vede questa tecnologia come una soluzione alla ricerca di un problema.

Silvio Villa