La stapelia e la fotocamera. Storie di simulazioni e di macchine ingannatrici

Ho la fortuna di abitare in una casa che ha un terrazzo piuttosto grande. È coperto ed esposto a sud e ad est e, come è facile immaginare, la temperatura è sempre superiore a quella esterna. Per questo in quei metri quadrati si crea un microclima ottimo per cactus e succulente. Le piante grasse sono molto affascinanti e la stragrande maggioranza non richiede molte attenzioni. Fra le altre possiedo molte piante di una varietà di Stapelia che è conosciuta anche col nome di fiore carogna perché le sue corolle a forma di stella imitano, sia nell’aspetto che nell’odore, la carne in decomposizione di un animale morto. Il suo nome forse fa anche riferimento al fatto che ha un comportamento subdolo poiché inganna gli insetti necrofagi i quali si nutrono di corpi morti e putrefatti. Spesso vedo piccole mosche con dei riflessi verdastri che continuano a percorrere le superfici rugose ricoperte di peli che sembrano corte setole. L’insetto, in questo caso non trova quello che vuole ma continuerà a cercarlo invano imbrattandosi di polline e, quando si sarà stancato, molto probabilmente lo porterà su un altro fiore della stessa specie poiché si sarà fatto abbindolare di nuovo.

La condotta infida di queste piante può apparire come eccentrica ma in realtà in natura l’inganno sembra essere un fenomeno molto comune ed è di fatto uno stratagemma necessario alla  sopravvivenza. Il mondo animale e vegetale è pieno di piccoli o grandi falsità ed è inutile applicare i princìpi umani di etica o di morale. Si inganna per procurarsi il cibo e per evitare di diventate il pasto di predatori, si può ingannare per convincere (con le buone o con le cattive) dei partner che oppongono resistenza all’accoppiamento, oppure si può ingannare per scacciare un individuo della stessa specie che ha invaso il proprio territorio. Esistono farfalle che sembrano foglie secche e insetti identici a ramoscelli.  Alcuni animali, se minacciati, si gonfiano o drizzano i peli per sembrare più grandi e pericolosi, altri invece si fingono morti.

Anche gli umani hanno ingannato e ingannano per questioni di sopravvivenza. Gli ominidi non erano gli animali più forti o veloci ma hanno iniziato a mettere in atto strategie sempre più raffinate. Hanno iniziato a coprirsi con pelli pelose per avvicinarsi alle prede in maniera camuffata o per sfuggire ai predatori. Hanno iniziato anche a imbrogliare, e imbrogliano tutt’ora, per accoppiarsi. Gli umani di sesso maschile tendono ad esibire segni di ricchezza e di potere superiori a quelli reali mentre quelli di sesso femminile si truccano per sembrare più giovani e attraenti. Il genere umano ha costruito anche dei veri e propri macchinari che hanno come unico scopo quello del raggiro, pensate per far credere una cosa per un’altra. In ambito venatorio ad esempio sono stati inventati dei richiami sonori che i cacciatori usano per attirare gli uccelli e alcuni di questi sono costituiti da meccanismi che funzionano a manovella o ad orologeria, altri hanno un motore elettrico o delle componenti elettroniche.

In ambito bellico forse la macchina ingannatrice più famosa nel nostro immaginario è il Cavallo di Troia mentre in seguito le macchine da guerra si sono moltiplicate a dismisura e fra queste c’è l’Ingannatore elettronico che è un dispositivo capace di emettere dei segnali atti a disorientare i radar degli avversari. È un’arma di difesa che viene montata su veicoli, aerei o unità navali e crea falsi echi i quali possono apparire come emessi da bersagli reali ma che invece non esistono. Parimenti possono creare false eco di allontanamento mentre il mezzo sta avanzando.

Rispetto alla macchina fotografica oramai è abbastanza pacifico affermare che è ampiamente capace di creare dei contenuti menzogneri e di riportare delle false testimonianze. Non mi riferisco a quello che può avvenire in post produzione attraverso i programmi di ritocco o all’Intelligenza Artificiale e nemmeno a quanto una didascalia fuorviante può alterare la lettura dell’immagine. La fotocamera consente infatti all’operatore di fare delle scelte (ma le può fare anche in autonomia) che raccontano i fatti in maniera diversa da come apparivano in realtà davanti agli occhi del fotografo nei momenti immediatamente precedenti e posteriori al clic.

Una di queste operazioni più evidenti risiede nelle scelte dell’inquadratura. È cosa nota che quello che non viene inquadrato può essere in alcuni casi molto significativo. Si può parlare al riguardo di omissione e di reticenza perché viene escluso e nascosto qualcosa che avrebbe cambiato in maniera più o meno sostanziale l’interpretazione di quella fotografia. In realtà questa è un’operazione che si può fare anche in postproduzione, ma il primo ritaglio viene fatto proprio dai bordi della pellicola o del sensore. Un esempio classico è l’immagine di una spiaggia meravigliosa nella quale però non si fa vedere un ecomostro costruito in riva al mare poco più in là.

Se invece usiamo un teleobiettivo allora potremmo andare incontro ad un effetto di schiacciamento della prospettiva e le cose poste a distanze diverse da noi ci sembreranno tra loro più vicine. Anni fa dei giornalisti, per denunciare il pericolo di espansione edilizia verso la Valle dei Templi di Agrigento realizzarono delle immagini con degli obiettivi che avevano una notevole lunghezza focale. In questo modo riuscirono a far credere che le palazzine stessero invadendo l’area archeologica fino quasi ad inglobarla. Era palesemente una forzatura, ma in questo caso fatta a fin di bene perché attraverso delle immagini esasperate riuscirono a sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale e in seguito a ciò le autorità bloccarono l’espansione dell’area urbana in quella direzione.

Un trucco può essere un espediente furbo, un imbroglio, un artificio, un inganno o una mossa occultata per far apparire una cosa per un’altra, può quindi essere un effetto speciale usato a teatro, nel cinema e in fotografia. Indica la tecnica o l’artificio usato per creare illusioni visive. Una di queste in fotografia è costituita dalle prospettive forzate. Queste, nella stragrande maggioranza dei casi vengono realizzate in virtù della discordanza che c’è tra tra la visione umana che è binoculare e in movimento e quella della fotocamera che è monoculare e fissa. Le illusioni ottiche fotografiche possono essere palesi e in questo caso sono a tutti gli effetti dei calembour divertenti oppure occultate e così veicolano delle menzogne più o meno rilevanti. Il Cristo Redentore di Rio de Janeiro che sembra sorreggere la luna sulle proprie spalle, il fulmine che sembra uscire dalla torcia della Statua della Libertà di New York sono immagini efficaci solo viste attraverso la monocularità della fotocamera perché dal vivo la luna e il fulmine ci apparirebbero in maniera separata dalle due statue. Questo ci fa capire perché tutti gli animali possiedano almeno due occhi: per interpretare gli stimoli visivi in maniera più adeguata, per evitare di confondere una cosa per un’altra.

Un’altra divergenza tra la visione umana e la fotocamera risiede nella profondità di campo. L’occhio umano mette infatti davvero a fuoco solo una piccolissima porzione di quello che vede ma essendo in costante movimento e concentrandosi su quella piccola porzione il risultato è che il cervello praticamente non percepisce differenze di messa a fuoco. In fotografia invece la profondità di campo è la porzione di spazio lineare in direzione dell’asse dell’obiettivo, dove i soggetti appaiono ben definiti. Tutto il resto risulta in diverse gradazioni nebuloso. Questo fa sì che si possa creare una nitidezza selettiva che ‘suggerisce’ le priorità di lettura dell’immagine stessa. Quello che è a fuoco è più facile da guardare e interpretare ed avrà la precedenza rispetto a quello che è più sfocato e che quindi richiede un maggiore impegno da parte di colui che guarda. Non è una vera e propria falsificazione ma forse per questo è un espediente più infido.

Una grande differenza tra le macchine come dissuasori, ingannatori elettronici, richiami e la macchina fotografica è che le prime sono state ideate e progettate esattamente con lo scopo di imbrogliare, di fornire informazioni false. In queste tutto sommato è facile riconoscere l’aspetto mendace poiché è esplicitato nel nome e/o nella funzione. Nei fatti sono macchine, per usare una definizione ossimorica, schiettamente ingannatrici perché almeno da questo punto di vista godono  di una qualità positiva, infatti non sono ipocrite o false e ammettono esplicitamente il loro scopo e il loro fine. Se analizziamo una macchina come quella fotografica invece non possiamo dire altrettanto perché questa è stata inventata, o scoperta, con la convinzione che fosse tutt’altro che menzognera. Anzi, la sua caratteristica principale riconosciuta da subito era quella di essere notevolmente aderente alla rappresentazione della realtà. La macchina fotografica è stata vissuta da subito come una sorta di meccanismo fatto per mostrare le cose come sono. Può essere letta quindi come doppiamente ingannevole, nell’azione e nella concezione. Il prodotto dello scatto di una fotocamera è stato troppo spesso considerato una copia conforme del reale.

Personalmente ho partecipato ai vari dibattiti che nei primi anni ‘80 animavano i centri di cultura fotografica. Uno degli argomenti riguardava il fatto che la fotografia potesse avere delle proprietà linguistiche e una possibile dimostrazione di questo sarebbe stata la dimostrazione della sua capacità di mentire. Adesso ci appare evidente che, in ogni caso, la questione allora non era impostata nei termini corretti e che era influenzata da alcune tendenze di pensiero dominanti in quel periodo.

Le posizioni di alcuni personaggi e teorici della fotografia non hanno certo contribuito ad ampliare lo sguardo. La saggista e regista Susan Sontag, la critica d’arte Rosalind Krauss il semiologo Roland Barthes hanno, ognuno dal proprio punto di vista, avallato l’idea della fotografia come impronta fisica e diretta del mondo. Il legame di connessione ontologica col referente prevarrebbe per loro su tutto il resto a differenza di quello che avviene nei linguaggi simbolici o iconici. Le fotografie sarebbero considerate principalmente come dei pezzi di mondo, dei frammenti duplicati.

Il linguista/semiologo francese sia ne Il messaggio fotografico (1961) che e in Retorica dell’immagine (1964), considera la fotografia un analogon del reale e la definisce come un messaggio senza codice. Nel 1980 in La camera chiara smorza i toni riconoscendo alla camera oscura il sistema codificato della prospettiva albertiana che però influenzerebbe principalmente la lettura. Nell’incipit dice che: «Un giorno, molto tempo fa, mi capitò sottomano una fotografia dell’ultimo fratello di Napoleone, Girolamo (1852). In quel momento, con uno stupore che da allora non ho mai potuto ridurre, mi dissi: “Sto vedendo gli occhi che hanno visto l’imperatore”». Questo significa che non vedeva il medium e che lo bypassava. E se si fa questo diventa difficile percepire che lo stesso possa ingannare.

In seguito le cose si sono evolute almeno dal punto di vista teorico e speculativo ma l’arrivo del digitale ha complicato di nuovo le cose, almeno dal punto di vista della fruizione e della percezione del fenomeno. Nel periodo analogico, con l’aiuto di una buona manualità si potevano fare ritagli, cancellazioni, fotomontaggi, alterazioni di esposizione ecc., ma occorrevano attrezzature ed esperienze adeguate. Con l’arrivo delle tecnologie digitali si sono moltiplicate le possibilità di alterazione in postproduzione e si è abbassata la soglia di accessibilità da renderla quasi inesistente. Praticamente tutti coloro che possiedono uno smartphone sono in grado di scattare e applicare un filtro. In seguito è giunta l’era dell’intelligenza artificiale che ha permesso sia di trasformare profondamente delle immagini esistenti (img2img) oppure di creare dal nulla immagini fotorealistiche inviando soltanto dei comandi verbali (TTI). Di fronte a questi fenomeni di dimensioni così importanti le caratteristiche mendaci intrinseche alla fotocamera sono automaticamente passate in secondo piano.

Diventa di fatto quasi spontaneo considerare e definire l’immagine originaria prodotta dalla fotocamera come autentica(che tra l’altro è sinonimo anche di veritiera) un’immagine presentata come è uscita dallo scatto, non manipolata in post-produzione, ma l’uso di questa parola comporta spesso una serie di equivoci. Se una fotografia è autentica nel senso che non è stata manipolata non è detto che lo sia anche la realtà che lei ci sta mostrando, non è detto che non abbia ‘falsificato’ quello che ha fotografato.

Potremmo concludere che con la macchina fotografica l’uomo sia stato convinto di aver costruito una sorta di macchina della verità perché la costruzione dell’immagine non attraversa la manualità di un artista o artigiano. È Daguerre stesso che nel presentare la sua invenzione dice: «Il dagherrotipo non è soltanto uno strumento che serve a disegnare la natura; al contrario, è un procedimento chimico e fisico che le dà la capacità di riprodursi da sé.»

Il genere umano in questo caso si è autoingannato e si sta tuttora, in gran parte, autoingannando.

Marco Panerai

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