Buddha sulla riva di Durian Sukegawa e la dignità fragile di chi vive ai margini

A Roma, in piazza della Pilotta, nel rione Trevi, c’è un uomo che vive con le sue poche cose a ridosso di Palazzo Muti Papazzurri. Davanti a lui c’è la facciata monumentale della Facoltà di Teologia della Gregoriana. Lo spazio tra i due edifici è stato in larga parte restituito ai pedoni. Pur non essendo un luogo isolato, conserva una sua tranquillità; non è sottoposto allo stillicidio del traffico, tutto concentrato a poche centinaia di metri. Chiunque sia venuto a Roma, molto probabilmente, è passato da qui, perché siamo a ridosso di uno dei luoghi più celebri del mondo, la Fontana di Trevi; molto probabilmente, deve anche aver visto questa persona. Un uomo schivo, di poche parole, metodico nei gesti. Non ama essere fotografato: provare a farlo lo rende nervoso, a volte aggressivo. D’altra parte, il lato che ha scelto come “casa” non ha alcun pregio architettonico tale da giustificare una fotografia; è chiaro che il protagonista sarebbe lui.

La tentazione, però, è molto grande. È uno che passa il tempo seduto, molto elegante nella postura; se non avesse accanto a sé i cartoni, non si capirebbe subito che è un senzatetto. È lì, a gambe accavallate, a leggere. Non è un lettore improvvisato, ma uno di quelli abituati, attratto dalle parole, dalle storie. Legge libri che non hanno l’aspetto della novità, tutt’altro: sembrano libri passati per molte mani; a giudicare dalle dimensioni, penso sempre ai grandi classici, lunghi e densi. Libri che richiedono tempo, concentrazione e silenzio. Libri che sembrano rimandare a un’altra idea di vita, meno distratta dalla frenesia.

A voler essere sinceri, non è un caso isolato. Molti dei senzatetto di Roma hanno con sé un libro, una busta con le loro cose e un libro. I libri tornano anche in via delle Terme di Diocleziano, dove, prima della pedonalizzazione e del rifacimento dell’area, le vecchie e fatiscenti bancarelle condividevano lo spazio con loro. Il giardino Zerai Deres, allora attiguo a quel piccolo mercato librario disordinato, era abitato da molte persone senza dimora. Cercare un libro voleva dire entrare anche nel loro mondo, intercettare il loro sguardo, sentire odori forti, trovarsi per un momento in una vicinanza che oggi non esiste più. I libri, indubbiamente, costringevano le persone a frequentare una parte di Roma che di solito si preferisce non vedere.

Libri in via delle terme di Diocleziano © Federico Emmi
Libri in via delle terme di Diocleziano © Federico Emmi

Questo mondo ai margini mi è tornato in mente leggendo Buddha sulla riva di Durian Sukegawa, quarto romanzo dell’autore pubblicato da Einaudi dopo Le ricette della signora Tokue, Il sogno di Ryosuke e I gatti di Shinjuku. Anche qui ci sono persone rimaste ai bordi della città, esseri umani che la società continua a incontrare senza davvero riconoscere.

Il nucleo da cui muove Sukegawa è promettente: la riva del Tamagawa, alla periferia di Tokyo, diventa un luogo di riparo e sopravvivenza, uno spazio in cui chi è stato respinto dalla città prova a costruire una forma minima di comunità. Lo stesso autore ha raccontato, in un intervento pubblicato nel 2019 su Shōsetsu Maru, di aver cominciato a pensare a questa storia dopo il ritorno dagli Stati Uniti, quando viveva in un appartamento da cui vedeva il Tamagawa e osservava i ripari delle persone senza dimora lungo l’argine. Era anche per lui una fase di precarietà, nella quale non avvertiva una distanza così netta tra sé e gli abitanti del fiume.

Da qui si comprende l’ambizione del romanzo, ma anche la distanza tra ciò che Buddha sulla riva vorrebbe essere e la forma che riesce davvero a trovare. Il libro non cerca soltanto di raccontare l’indigenza, l’abbandono o l’esclusione urbana; tenta di costruire una meditazione narrativa sulla sofferenza, sulla colpa, sulla possibilità di sopravvivere a sé stessi, sull’io come principio di dolore e sulla compassione come fragile via d’uscita. Proprio perché l’intenzione è così ambiziosa, il limite del risultato diventa più evidente: il libro contiene temi forti, immagini talvolta efficaci, frasi che restano, ma raramente riesce a trasformare questi elementi in una vera esperienza romanzesca.

Per gran parte della lettura, infatti, il racconto procede come se ogni passaggio dovesse condurre verso un effetto già deciso, prima ancora che la scena abbia il tempo di generare un dubbio. Non si tratta soltanto di intuire dove la storia stia andando, quanto di percepire troppo presto quale funzione emotiva verrà assegnata a ogni incontro, a ogni ferita, a ogni ritorno del passato. La semplicità narrativa, che potrebbe essere una forza, si trasforma così in un percorso già tracciato, quasi in una disposizione ordinata del dolore verso un’emozione prevista.

Anche la costruzione a due linee narrative conferma questa impressione. Da una parte c’è Bōta, uomo segnato dal carcere, dal fallimento familiare, dalla perdita, rifugiatosi lungo il Tamagawa dopo aver tentato di sottrarsi al mondo. Dall’altra c’è la giovane Eri, figura vulnerabile e timidamente rancorosa, trascinata in una zona di pericolo, violenza e solitudine, incapace di trovare un posto dentro un sistema di regole rigide, formali, spesso inadatte ad accogliere chi inciampa. Il romanzo lascia affiorare lentamente il legame tra le due esistenze, mostrando come il fallimento dell’una abbia continuato ad agire sull’altra; ma proprio questa relazione, che avrebbe potuto generare esitazione, paura, conflitto, riconoscimento, rifiuto e accettazione, finisce per apparire troppo predisposta. Le due storie si succedono secondo un montaggio alternato e dovrebbero caricarsi a vicenda di senso; troppo spesso, invece, restano accostate, senza che il legame che le unisce produca tutta la tensione emotiva che promette.

La debolezza maggiore riguarda però la psicologia dei personaggi. Sukegawa affida a Bōta un passato drammatico, una colpa profonda, il peso di una paternità perduta; affida a Eri una giovinezza ferita, una vulnerabilità ancora più esposta proprio perché adolescenziale, un rapporto problematico con la famiglia, con il corpo, con gli uomini, con il mondo. In entrambi i casi, però, la profondità viene più suggerita che costruita. Si comprende ciò che i personaggi rappresentano, ma si fatica a conoscerli davvero.

Questo limite non riguarda soltanto Bōta ed Eri. Il lettore è chiamato spesso a fare il lavoro che il romanzo non compie fino in fondo: immaginare passaggi interiori, dare spessore a traumi appena accennati, ricostruire motivazioni, paure, esitazioni, contraddizioni. Questo accade con le figure che abitano la riva, ma anche con gli anonimi che disprezzano le persone senza dimora, le respingono, le vorrebbero lontane. Il romanzo mostra l’ostilità, ma raramente la interroga, evitando di entrare davvero nei meccanismi che trasformano la povertà visibile in scandalo, fastidio, minaccia, colpa; non prova a capire se dietro quel rifiuto ci siano paura o moralismo, desiderio di ordine o rimozione della propria fragilità, bisogno di distinguersi da chi è caduto più in basso.

La stessa impressione riguarda poi lo spazio. Il Tamagawa avrebbe potuto diventare un luogo riconoscibile: l’argine, le baracche, i ripari, il fiume, la città poco distante, i rumori, gli odori, il freddo, l’umidità. Invece tutto rimane spesso accennato. I luoghi vengono nominati più che abitati, indicati più che restituiti. La riva non diventa mai fino in fondo un ambiente fisico, sensoriale, vivo nella memoria; resta soprattutto un’idea di margine, un fondale simbolico.

Libri in via delle terme di Diocleziano © Federico Emmi
Libri in via delle terme di Diocleziano © Federico Emmi

Eppure, proprio dentro questa costruzione non sempre compiuta, il romanzo lascia affiorare alcuni momenti in cui la materia narrativa sembra trovare una forma più precisa. Tra questi, ne scelgo tre, perché concentrano in poche immagini ciò che altrove rimane più dichiarato che vissuto. Non bastano a dare pieno corpo al libro, ma restano nella memoria.

Il primo riguarda la fotografia. Il romanzo, ambientato nei mesi successivi allo tsunami del 2011, richiama la storia di un figlio che cerca di recuperare un album fotografico, unico oggetto rimasto a testimoniare l’esistenza della sua famiglia dopo che l’acqua ha travolto la casa. Il riferimento è alla devastazione che portò via corpi, oggetti, archivi privati, vite intere. In poche righe Sukegawa tocca un nodo essenziale: la fotografia come ultima prova dell’esistenza, come argine fragile contro la sparizione. Non si tenta di salvare un bene materiale, ma la prova che una famiglia sia esistita.

Il secondo momento è più piccolo, quasi laterale, ma possiede una precisione simbolica ancora più limpida. Quando viene detto che l’ombra di un altro non bisogna calpestarla, il romanzo trova una forma semplice per parlare della dignità: l’ombra è ciò che resta aderente a un corpo, ma anche ciò che ne prolunga la presenza nello spazio. Non calpestarla significa riconoscere che persino chi vive ai margini possiede un confine, una misura, una zona intima da rispettare.

Il terzo si colloca sul piano più filosofico e passa attraverso Bum, una delle figure più enigmatiche del romanzo e forse quella che più di ogni altra invita il lettore a interrogarsi sul titolo. È lui a suggerire a Bōta di cancellare, almeno per trenta minuti al giorno, la propria individualità, di sospendere la coscienza di sé per tornare alla “vita nuda e cruda”. Il principio viene formulato con nettezza: «Di ogni sofferenza si può dire che ha inizio quando prendiamo coscienza di noi stessi». Qui il buddhismo non resta un riferimento funzionale al racconto, ma diventa uno dei principi profondi della narrazione: la sofferenza nasce dall’io, dal peso della propria storia, dalla ferita che ciascuno continua a nominare come propria.

Il problema è che intuizioni così forti, invece di aprire davvero i personaggi, finiscono spesso per contenerli dentro una spiegazione. La filosofia offre al romanzo una direzione, ma a tratti sembra anche ridurne l’ambiguità, perché riconduce il dolore a un principio dove servirebbero passaggi interiori più complessi, più contraddittori, meno pacificati. La prosa, del resto, risente spesso di una forma narrativa ormai molto riconoscibile, che si potrebbe chiamare scrittura piattaforma: una costruzione seriale, asciutta, funzionale, fatta di scene brevi, cambi di prospettiva improvvisi, passaggi da una linea narrativa all’altra che ricordano lo stacco tra una puntata e la successiva nello svolgersi di una serie. Il romanzo non accompagna sempre il lettore da un nucleo all’altro; più spesso lo sposta. La conseguenza è una scorrevolezza immediata, ma anche una perdita di attrito.

Buddha sulla riva sembra così appartenere a una sensibilità contemporanea più ampia, la stessa che in molta produzione audiovisiva tende a privilegiare immagini pulite, uniformi, poco contrastate, facilmente fruibili su dispositivi diversi. Non si tratta di assenza di lavorazione, ma di una lavorazione orientata ad attenuare ciò che disturba. Trasportata nella scrittura, questa logica produce una curva narrativa altrettanto piatta: il dolore è presente, la colpa è presente, l’abbandono è presente, il rifiuto sociale è presente, ma tutto arriva attenuato, già reso compatibile con una fruizione senza inciampi.

Il romanzo vorrebbe restituire dignità a chi vive fuori dal campo ordinario dello sguardo urbano, e questa intenzione è evidente, sincera, persino necessaria. La dignità narrativa, però, non nasce soltanto dalla compassione. Nasce dalla complessità, dalla contraddizione, dalla capacità di dare ai personaggi un corpo, una voce, una psicologia, un mondo. In Buddha sulla riva, invece, questo mondo rimane troppo spesso accennato, perché raccontare il margine significa anche entrare nella sua materia concreta, nelle ragioni confuse e non sempre pacificabili di chi lo abita, nei gesti, nelle paure, nelle ombre che non possono essere ordinate subito dentro una forma consolatoria. Sukegawa sembra invece voler condurre tutto verso una compassione ordinata, quasi rassicurante, lasciando la riva in larga parte superficie: leggibile, delicata, controllata, troppo piatta per commuovere davvero.

Eppure, nonostante questo, Buddha sulla riva resta un libro da attraversare con attenzione. Non perché riesca sempre a compiere ciò che promette, ma perché dentro una costruzione non del tutto risolta affiorano immagini, domande, intuizioni che meritano di essere raccolte. L’album fotografico strappato alla distruzione, l’ombra da non calpestare, la rabbia nuda davanti a Dio, la riva come luogo in cui una vita respinta cerca ancora una forma possibile: sono frammenti che sopravvivono ai limiti del romanzo e ricordano che leggere significa anche questo, non pretendere da ogni libro una perfezione compatta, ma saper riconoscere, dentro una materia fragile, ciò che continua a illuminare. Forse è la stessa attenzione che dovremmo imparare ad avere fuori dalle pagine, davanti alle presenze che la città lascia ai margini e che troppo spesso attraversiamo senza vedere davvero.

Federico Emmi


Scheda libro
Titolo: Buddha sulla riva
Autore: Durian Sukegawa
Traduzione: Laura Testaverde
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno: 2026
ISBN cartaceo: 9788806264222
ISBN eBook: 9788858450239
Titolo originale giapponese: Mizube no Buddha / 『水辺のブッダ』