Raoul Iacometti e il mestiere della fotografia

“Io non sono un fotografo. Sono un mestierante.”

Raoul Iacometti lo dice senza provocazione e senza falsa modestia. Sembra piuttosto il modo più sincero che ha trovato per raccontare il proprio rapporto con la fotografia. “Mestierante mi sembra una parola più onesta. Indica qualcuno che lavora, che costruisce qualcosa.”

Nato a Milano sessantacinque anni fa, Raoul arriva alla fotografia relativamente tardi, dopo molti lavori e molte vite diverse. All’inizio pensava che sarebbe diventato musicista “ero partito bene con la musica”, racconta, e per oltre dieci anni ha suonato in gruppi musicali, convinto che quella sarebbe stata la sua strada. Nel frattempo, ha lavorato in banca, ha fatto il disegnatore tecnico e molto altro ancora, mentre cercava di capire quale fosse davvero il suo posto. “Sono sempre stato il vagabondo della famiglia”, dice sorridendo. “Mia madre voleva il posto fisso.” 

Quando parla dei suoi inizi nella fotografia ritorna spesso sulla fatica e sulla necessità di costruirsi tutto da solo. Dice di essersi cercato clienti, aziende e lavori senza appoggiarsi realmente a nessuno, lavorando “giorno e notte” per recuperare il tempo che sentiva di avere perso rispetto ad altri fotografi della sua generazione. Ricorda spesso anche Roberto Mutti, che lo ha seguito fin dall’inizio e che, racconta, gli ripeteva continuamente una cosa: “Hai conquistato la fotografia lavorando il doppio di un fotografo normale.”

Fin dall’inizio Raoul lavora prevalentemente come freelance. Negli anni collabora con aziende, realizza libri, partecipa a mostre personali e collettive e costruisce un archivio fotografico enorme, attraversando mondi molto diversi tra loro- moda, backstage, matrimoni, reportage, fotografia sociale. Eppure, ascoltandolo parlare, si capisce subito che il lavoro che oggi sente più vicino è quello legato al reportage sociale:  “Quello che mi interessa davvero è il lato sociale. Non è tanto una scelta quanto una necessità. Senza questo tipo di reportage faccio fatica a stare. È diventato quasi una forma di dipendenza, in senso positivo.”

Dal 2015 lavora su temi legati alle patologie neuromuscolari, collaborando con associazioni e strutture ospedaliere, entrando in contatto non solo con i pazienti ma anche con le famiglie e con tutto ciò che vive attorno alla malattia: “Quando lavori con persone fragili non fotografi solo loro. Fotografi anche le famiglie, tutto quello che c’è intorno.” A colpire non è soltanto quello che racconta, ma il modo in cui insiste continuamente sulla responsabilità del fotografo e sul rapporto costruito con le persone nel tempo. A un certo punto mi parla di un episodio che probabilmente spiega molto meglio di qualsiasi teoria il suo modo di intendere questo lavoro. Prima dell’inaugurazione di una mostra del progetto Alcuni di Noi, dedicato alla disabilità, aveva organizzato una visita privata soltanto per i ragazzi fotografati e le loro famiglie: “Quando loro mi hanno detto che le fotografie erano belle, la mia inaugurazione era già fatta.”

Dentro questa frase c’è probabilmente molto del suo modo di intendere la fotografia. Non la ricerca del riconoscimento o dell’immagine perfetta, ma il rapporto costruito lentamente con le persone. 
Il tempo, infatti, ritorna continuamente nella conversazione. Raoul parla spesso della velocità con cui oggi le immagini vengono prodotte e consumate, non sembra interessato alla nostalgia della pellicola né alle polemiche facili contro il digitale, il problema sta soprattutto nel fatto che si riflette meno sulle immagini e sul tempo necessario per costruirle davvero. 

“La fotografia richiede lentezza. Anche solo per essere guardata.”

Secondo lui oggi siamo abituati a voler arrivare subito, mentre molte idee nascono proprio nei momenti più vuoti, nella noia. Da qui il discorso si sposta inevitabilmente verso una certa omologazione della fotografia contemporanea, fatta di immagini che finiscono spesso per assomigliarsi.  “Si scatta troppo”, dice, “ma soprattutto si pensa meno.”

Accanto al reportage sociale, negli anni si sviluppa anche una lunga ricerca sulla danza, nata quasi per caso nel 2009 quando una scuola civica di Sesto San Giovanni gli chiede di documentare un corso amatoriale dall’inizio alla fine dell’anno. In quel periodo Rahul stava lavorando anche all’interno delle serre legate all’associazione Orticola di Milano. Racconta che un giorno, ascoltando Neil Young mentre camminava tra le piante, ha un’intuizione, collegare quel mondo vegetale alla danza. “Mi sembrava che le piante si muovessero a ritmo di musica.” Da quell’idea nasce Green Attitude, uno dei suoi lavori più conosciuti, cresciuto negli anni coinvolgendo ballerini, musicisti, videomaker, artisti e compositori internazionali come Cecilia Chailly e Brian Craig. 

Parallelamente continua a lavorare su progetti lunghi e complessi, che richiedono presenza costante e tempi molto diversi da quelli della produzione veloce di immagini. Mi racconta, ad esempio, di un lavoro recente sull’agricoltura femminile, realizzato attraversando il nord Italia insieme a un giornalista e incontrando donne che gestiscono aziende agricole, allevamenti e terreni. “Questi lavori non li fai alzandoti una mattina e decidendo di scattare.”

Nel frattempo, organizza workshop in tutta Italia, soprattutto dedicati alla danza off stage e ne parla più come di un bisogno di condivisione che come di una semplice attività economica. Verso la fine della conversazione il discorso torna alla musica. A un certo punto scherza sul fatto che avrebbe dovuto continuare quella strada. Poi però il tono cambia e aggiunge una frase che sembra spiegare molte cose. “La musica mi teneva più legato agli altri. La fotografia invece è un lavoro molto solitario.”

Ripensando alle sue parole, viene da pensare che sia proprio questo bisogno continuo di creare relazioni e occasioni di scambio a tenere insieme gran parte del suo lavoro. Forse, però, c’è anche altro. C’è il modo in cui continua a guardare alla fotografia senza mitizzarla, senza trasformarla continuamente in costruzione di sé o affermazione personale. Quel suo definirsi “mestierante” significa proprio questo: qualcuno che continua semplicemente a fare immagini, a lavorare, a incontrare persone e storie, lasciando che il tempo faccia il resto. E, oggi, una posizione del genere sembra quasi una boccata d’aria fresca.

Silvia Donà

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