Ancora in divenire. Conversazione con Natthaya “Mai” Thaidecha

Natthaya Thaidecha, che tutti chiamano Mai, appartiene a una nuova generazione di fotografi thailandesi che negli ultimi anni ha portato nella fotografia contemporanea del Paese uno sguardo nuovo, intimo e profondamente personale. Ancora giovane, il suo lavoro è già stato presentato in importanti contesti internazionali e si distingue per un approccio profondamente personale, in cui memoria, famiglia e senso di appartenenza diventano strumenti per interrogare il presente.

Più la conversazione andava avanti, più mi rendevo conto che Mai difficilmente rispondeva a una domanda senza prima metterla in discussione.

“Non lo so.” 

Sono tre parole che ritornano più volte nel corso del nostro incontro.  All’inizio avevo interpretato quelle pause come una forma di insicurezza. Mi sembrava che cercasse continuamente il modo giusto per esprimere un pensiero. Poi ho capito che mi stavo sbagliando. Mai non è una persona che rincorre la risposta perfetta. Ha semplicemente bisogno di attraversare le idee prima di farle proprie. Si ferma, riflette, cambia direzione, torna sui suoi passi. A volte risponde con un’altra domanda. Altre preferisce lasciare aperto un dubbio piuttosto che chiuderlo con una certezza che non sente davvero sua.

Ripensando a quell’incontro, mi sono accorta che lo stesso atteggiamento attraversa anche le sue fotografie. Più che offrire una lettura definitiva del mondo, sembrano accettarne la complessità, lasciando che il significato emerga lentamente, senza imporre una direzione precisa a chi le osserva. Questo è l’aspetto che mi ha colpita più di ogni altro. In un momento in cui molti fotografi avvertono l’esigenza di definire con precisione la propria ricerca, Mai continua a parlare di sé come di una persona che sta ancora imparando. Lo fa con una naturalezza che non ha nulla della falsa modestia, è semplicemente il suo modo di stare al mondo.

L’incontro con la fotografia avviene quasi per caso. Dopo una laurea in Cinema e Digital Media, è il compagno, il fotografo spagnolo Daniel Huete, a metterle una macchina fotografica tra le mani e a farle conoscere il lavoro di autori come Antoine d’Agata e Chien-Chi Chang. Da quel momento si apre un percorso fatto di workshop, libri fotografici e incontri che, poco alla volta, trasformano il suo modo di guardare.

Già nel suo primo photobook, Eclipse, pubblicato nel 2019 dal collettivo Bad Eyes, affiorano molti dei temi che continueranno ad accompagnarla negli anni successivi. La memoria, la religione, la morte. Più che documentare la realtà, Mai sembra interessata a comprendere il modo in cui le esperienze continuano ad abitare le persone e a modellarne lo sguardo.

L’anno successivo segna una frattura profonda. Dopo la morte della madre, lei e i suoi fratelli scoprono una realtà che fino a quel momento era rimasta nascosta: una complessa rete di debiti, pressioni e rapporti con politici e alti funzionari di polizia. Quello che segue è un lungo periodo di intimidazioni, minacce e battaglie legali, destinato a mettere in discussione non soltanto il rapporto con le persone che la circondano, ma la percezione stessa della realtà.

La fotografia, però, non le offre risposte. E nemmeno quella forma di terapia di cui spesso si parla quando si raccontano esperienze come la sua. Le offre piuttosto un luogo in cui continuare a osservare, a riflettere e a dare forma a qualcosa che ancora non riesce a comprendere del tutto.

Da quell’esperienza nasce May the Matter Rest, il progetto sviluppato durante la Joop Swart Masterclass del 2025. Pur affondando le proprie radici in una vicenda profondamente personale, il lavoro supera presto la dimensione autobiografica. La famiglia diventa il punto da cui iniziano a emergere questioni molto più ampie: il potere, la corruzione, la fiducia, la violenza. Le fotografie non chiedono di entrare nella storia di una sola famiglia. Invitano piuttosto a riflettere su come queste dinamiche attraversino, in forme diverse, anche le nostre vite.

Per questo trovo riduttivo definire il suo lavoro “personale”. Quando qualcuno usa questa espressione, Mai risponde quasi sempre con un’altra domanda: che cosa significa davvero “troppo personale”? Forse ogni fotografia nasce inevitabilmente da un’esperienza intima, ma la vera sfida consiste nel riuscire a trasformarla in uno spazio aperto, dove anche gli altri possano riconoscere qualcosa della propria storia.

Il suo lavoro più recente, As She Calls Her Breath Back, sembra rappresentare un ulteriore passaggio di questo percorso. Se May the Matter Rest nasce da un confronto diretto con la realtà, questo nuovo progetto si muove in uno spazio più interiore, sospeso tra memoria e immaginazione. È un lavoro che parla di appartenenza, identità e della lenta ricostruzione di sé, interessandosi meno agli eventi che alle tracce profonde che questi continuano a lasciare dentro di noi.

Ripensando alla nostra conversazione, ciò che mi è rimasto più impresso è proprio questo senso di ricerca continua. Ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una fotografa ancora in divenire, più interessata a continuare a porsi domande che a costruire certezze. I suoi lavori sono diversi tra loro, ma sembrano nascere tutti dalla stessa esigenza: osservare il mondo senza avere fretta di spiegarlo, accettando che alcune domande continuino ad accompagnarci molto più a lungo delle risposte.

Come sei arrivata alla fotografia?

È una storia che, in fondo, assomiglia a quella di molte persone. Tutto comincia da un album di fotografie di famiglia. C’erano le fotografie scattate da mio nonno e da mio padre: compleanni, vacanze, matrimoni, momenti della vita quotidiana. Alcune erano sfocate, altre avevano annotazioni scritte a mano sul retro. Erano fotografie scattate da persone comuni, che documentavano la vita della nostra famiglia. All’epoca non avrei mai immaginato quanto sarebbero diventate importanti per me.

Anche il lavoro di mio padre ha lasciato una traccia nel mio modo di guardare. Era un poliziotto e, da bambina, trascorrevo molto tempo nella stazione di polizia dove lavorava. Ricordo le fotografie in bianco e nero pubblicate sui giornali, le immagini segnaletiche, i fascicoli che passavano di mano in mano. Erano fotografie che facevano parte della mia quotidianità e che, senza rendermene conto, sono rimaste dentro di me. Solo molti anni dopo mi sono accorta che quell’immaginario era riaffiorato spontaneamente persino nel portfolio con cui mi sono candidata all’università.

Il mio vero incontro con la fotografia, però, è arrivato molto più tardi.

Dopo la laurea in Cinema e Digital Media è stato il mio compagno, Daniel Huete, a mettermi una macchina fotografica tra le mani e a farmi conoscere il lavoro di autori come Antoine d’Agata e Chien-Chi Chang. Attraverso di loro ho scoperto una fotografia molto diversa da quella che conoscevo fino a quel momento. Per la prima volta mi sono resa conto di quanto questo linguaggio potesse essere ampio e di quante possibilità offrisse. 

Poco dopo Daniel mi ha prestato la sua macchina fotografica e ho iniziato a scattare. Nello stesso periodo ho partecipato a un workshop sul photobook con Valentina Abenavoli di Akina Books. È stata un’esperienza decisiva. Fino ad allora avevo sempre pensato alle fotografie come a immagini singole. Quel workshop mi ha insegnato che il loro significato cambia quando iniziano a dialogare tra loro e che costruire una sequenza significa, in fondo, costruire un pensiero.

In seguito, abbiamo realizzato insieme Eclipse: First Quarter, il nostro primo photobook autoprodotto. È stato il progetto che mi ha fatto capire quanto mi interessasse non soltanto fotografare, ma anche lavorare sulla forma del racconto, sull’editing e sulla costruzione di un libro.

Da quel momento ho continuato a studiare e a mettermi in discussione. Ho partecipato all’Angkor Photo Festival & Workshops, ai workshop sul photobook dell’Hong Kong International Photo Festival con Yumi Goto, Kurt Tong e Moe Suzuki, al programma Loose Joints di PhMuseum Education e, più recentemente, alla Joop Swart Masterclass.

Ripensando a quel percorso, mi accorgo che ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa, ma soprattutto mi ha fatto capire quanto ci sia ancora da imparare. Ancora oggi faccio fatica a pensare di essere “arrivata”. Mi sento piuttosto una persona che continua a imparare, progetto dopo progetto.

Dopo la scomparsa di tua madre hai raccontato di un momento in cui la realtà sembrava aver perso ogni senso. In quel periodo la fotografia è diventata un modo per confrontarti con ciò che stavi vivendo. Che cosa ti ha permesso di fare o di comprendere?

La morte di mia madre ha cambiato profondamente il mio modo di vedere le cose e credo che stia ancora influenzando il mio lavoro. È stata un’esperienza che ha messo in discussione tutto ciò che fino a quel momento avevo dato per scontato.

In quel periodo la fotografia è diventata soprattutto qualcosa da fare. Mi dava un motivo per uscire, per continuare a muovermi, per tenere la mente occupata. Più che aiutarmi a trovare delle risposte, mi permetteva di restare dentro quello che stavo vivendo senza sentirmi completamente sopraffatta.

Non credo che la fotografia abbia risolto quel dolore. E non penso nemmeno che possa essere considerata una forma di terapia. Mi ha offerto, però, uno spazio in cui potevo continuare a osservare quello che mi stava accadendo, anche quando non riuscivo ancora a comprenderlo.

Lavorare a quel progetto mi ha dato anche una direzione. Avere qualcosa su cui concentrarmi mi ha aiutata ad andare avanti, pur senza sapere dove mi avrebbe portata. Credo che ogni lavoro abbia bisogno di tempo per trovare la propria forma e, in fondo, è stato così anche per me. Mentre il progetto cresceva, cambiavo anch’io.

Oggi sento che quel lavoro continua ad avere una vita propria. È nato da un’esperienza molto personale, ma nel tempo ha iniziato ad andare oltre me. E forse è proprio questo che continuo a cercare nella fotografia: un modo per dare spazio alle domande, senza pretendere che abbiano subito una risposta.

C’è una fotografia di tuo fratello, scattata poco dopo la morte di tua madre, che sembra rappresentare un punto di non ritorno. Quell’immagine ha cambiato il tuo modo di intendere ciò che una fotografia può contenere?

Senza dubbio. Prima di scattare quella fotografia pensavo che un’immagine servisse soprattutto a rappresentare qualcosa. Mostrava l’aspetto di una persona, il luogo in cui era accaduto un fatto o semplicemente ciò che era successo. Non avevo ancora capito che una fotografia potesse racchiudere molto di più di quello che si vede in superficie. Quell’immagine di mio fratello ha cambiato profondamente il mio modo di guardare alle fotografie.

Ancora oggi è quella che porto con me più di ogni altra, sia dal punto di vista personale sia come fotografa. Non ho bisogno di averla davanti agli occhi per ricordarla. È come se non avessi mai lasciato la camera di mia madre, come se non fossi mai uscita da quella casa. Tutte le sensazioni di quel momento sono ancora lì.

Non è come tornare indietro nel tempo. È piuttosto come rivivere continuamente quell’istante.

Quella fotografia mi ha insegnato che un’immagine può contenere molto più di un ricordo. Può racchiudere un’esperienza intera, con tutto il suo peso emotivo e anche fisico.

È quello che cerco anche nel mio lavoro. Vorrei che le fotografie diventassero luoghi in cui entrare, più che immagini da osservare. Mi piacerebbe che chi le guarda riuscisse a percepire le vite che custodiscono e che quelle immagini continuassero ad accompagnarlo anche dopo aver distolto lo sguardo.

La famiglia sembra essere il punto da cui tutto prende forma: il lutto, la fede, perfino il modo in cui il potere e la corruzione entrano nella vita delle persone. È ancora attraverso la famiglia che oggi guardi il mondo?

Sì, direi di sì. Il mio lavoro nasce da ciò che mi è più vicino ma, allo stesso tempo, anche da ciò che sento distante, e la famiglia si trova proprio al centro di questa tensione. È il luogo in cui viviamo molte delle nostre prime esperienze e impariamo, spesso senza rendercene conto, che cosa siano l’amore, il lutto, la fede, il potere, la fiducia o il conflitto. Anche quando pensiamo di esserci lasciati tutto questo alle spalle, quelle esperienze continuano a influenzare il modo in cui guardiamo il mondo e ci relazioniamo agli altri.

Credo sia anche per questo che il mio lavoro si muove spesso tra due dimensioni. In May the Matter Rest osservo direttamente il modo in cui il potere, la corruzione e la violenza si riflettono nella vita quotidiana di una famiglia. In As She Calls Her Breath Back, invece, provo a lasciare spazio al lutto, al desiderio e alla fede. Non per allontanarmi dalla realtà, ma per imparare a vivere accanto a tutto questo. Entrambi i lavori nascono dallo stesso luogo. Cambia soltanto il modo in cui cerco di comprendere quelle esperienze.

Sono progetti che mi hanno chiesto molto più di quanto immaginassi. Ci sono stati momenti in cui mi sono domandata se avesse senso andare avanti. Poi ho capito che potevo fermarmi per un po’, ma non riuscivo ancora a lasciarli andare.

So che, con il tempo, interessi e preoccupazioni cambiano e forse un giorno anche il mio sguardo si rivolgerà altrove. Per ora, però, continuo a tornare all’impatto che la famiglia può avere su una persona: al modo in cui può trasformarla, metterla alla prova, ferirla oppure sostenerla.

Continuo a tornare su questi temi perché, allo stesso tempo, mi sono profondamente familiari e restano impossibili da comprendere fino in fondo. È come affacciarsi su un vuoto troppo profondo per riuscire davvero a vederne il fondo. Ed è proprio quella tensione che continua a riportarmi al lavoro.

A volte fare fotografie sembra un tentativo di dare una forma a qualcosa che, per sua natura, continua a sfuggire. Lavorare con le immagini ti ha aiutata a capire meglio quello che hai vissuto oppure, al contrario, ti ha fatto vedere ancora più chiaramente quanto sia complessa la realtà? 

Per me questa domanda riguarda soprattutto il modo in cui le immagini vengono messe in relazione tra loro, mostrate e, infine, lette. Ultimamente mi capita spesso di chiedermi che cosa significhi davvero “dare un senso” a qualcosa.

Mentre lavoravo al dummy di May the Matter Rest ho passato molto tempo a cercare la struttura giusta. Mi sono concentrata sul ritmo, sulla sequenza delle immagini e sul modo in cui la storia avrebbe preso forma. Mi sono resa conto, però, che esiste una differenza tra il modo in cui gli eventi accadono e il modo in cui vengono vissuti. E tradurre questa complessità in un oggetto statico come un photobook non è semplice.

Una sequenza può funzionare sul piano del racconto, ma le emozioni seguono logiche diverse. Per questo non mi interessava costruire una narrazione rigorosamente cronologica. Ho iniziato a pensare al lavoro come a un modo per entrare nella storia,  più vicino all’esperienza del cinema che a quella di un racconto lineare. C’è un’apertura che introduce il lettore in un’atmosfera, poi il percorso continua e ci si ritrova a seguire una storia, cercando di immaginare quello che verrà dopo. Ma ciò che emerge non è mai del tutto visibile né definitivo. Si rivela poco alla volta, attraverso una comprensione parziale, in cui ciò che viene mostrato e ciò che resta nascosto continuano a convivere. È proprio questa incertezza che mi interessa. Il fatto di non sapere fino in fondo dove una storia ci porterà e di vedere come il suo significato cambi mentre la attraversiamo.

La domanda diventa allora come dare una forma a qualcosa di questo tipo. Forse non è possibile farlo in modo completo, ma si può cercare una struttura che riesca comunque a tenere insieme tutte queste parti. Questo non significa che la struttura sia soltanto un elemento organizzativo. A un certo punto è la struttura stessa a diventare parte del racconto.

È stato un processo che ho trovato davvero affascinante. Credo che anche la complessità abbia una sua struttura e che parte del nostro lavoro consista nell’imparare a riconoscerla, non soltanto come una fonte di frustrazione, ma anche come qualcosa che può generare curiosità e creatività.

Questa esperienza mi ha insegnato che la vita raramente procede in modo lineare e che ciò che viviamo è spesso attraversato da contraddizioni. La fotografia e il photobook cercano, in qualche modo, di dare forma all’esperienza, ma la vera sfida è costruire una struttura che permetta agli altri di entrare nel lavoro senza perdere quella complessità che lo rende onesto.

Lavorare con le immagini non mi ha necessariamente aiutata a dare un senso alle cose. Mi ha aiutata, piuttosto, a vedere con maggiore chiarezza quanto siano complesse.

A volte il tuo lavoro viene definito “troppo personale”. È un’espressione che colpisce perché’ non è cosi semplice da definire. Tu come la interpreti? Pensi che, in fotografia, la vicinanza possa essere un punto di forza oppure credi che una certa distanza sia necessaria?

Quando qualcuno definisce il mio lavoro “troppo personale”, la prima cosa che mi viene da chiedere è che cosa significhi davvero questa espressione. Molto spesso nasce dal fatto che il mio lavoro viene letto attraverso temi come la famiglia, il lutto e la perdita. Le nostre esperienze, ciò che sappiamo, quello in cui crediamo e il modo stesso in cui guardiamo il mondo prendono forma a partire dalla vita che abbiamo vissuto, dalle persone e dalle cose a cui teniamo e dal contesto sociale di cui facciamo parte. In questo senso, credo che la fotografia nasca sempre da qualcosa di personale.

Questo non significa che quel commento mi lasci indifferente. Anzi, lo prendo sul serio. Mi porta a interrogarmi sul mio lavoro, su dove cominci e su dove possa arrivare ma anche sul fatto che riesca davvero a lasciare spazio agli altri.

A essere sincera, è un’osservazione che a volte trovo frustrante e limitante, perché rischia di ridurre il lavoro a una storia privata invece di permettere che venga letto all’interno di una struttura sociale più ampia.

Quello che mi interessa non è la famiglia in sé, né il racconto autobiografico. La famiglia è uno dei modi attraverso cui facciamo esperienza, per la prima volta, della cura, del lutto, della fede, del potere, della responsabilità e del conflitto. Quando qualcuno guarda una fotografia della mia famiglia, spero che non veda soltanto la mia storia. Mi piacerebbe che riuscisse a riconoscere qualcosa della propria esperienza, delle proprie relazioni o del modo in cui queste dinamiche attraversano anche la sua vita.

Per me la vicinanza non è un limite. È un modo di lavorare che richiede attenzione e consapevolezza. Significa chiedersi continuamente quanto mostrare e quanto trattenere, quanto prendere e quanto restituire. Significa cercare di avvicinarsi all’altro senza dimenticare che una distanza continuerà sempre a esistere, anche nelle relazioni più intime.

Il lavoro può nascere da qualcosa di profondamente personale, ma non credo che il suo significato risieda soltanto nell’immagine. Credo piuttosto che si costruisca nello spazio che si crea tra l’immagine e chi la osserva, e nel modo in cui ciascuno sceglie di entrarvi.

L’idea di casa, nelle tue fotografie, non sembra mai qualcosa di definitivo. Bangkok è il luogo in cui vivi, ma non sempre quello a cui senti di appartenere. Quanto questa sensazione entra nel tuo lavoro?

Non sono più sicura che la casa sia qualcosa di fisso. Più passa il tempo, più mi accorgo che il significato che attribuisco a questa parola continua a cambiare. A volte è un luogo, altre volte è una persona, a volte entrambe le cose. E, altre ancora, è semplicemente la sensazione di sentirmi abbastanza al sicuro da poter essere me stessa.

Ricordo quando ho partecipato agli Angkor Photo Festival & Workshops, in Cambogia, nel 2023. I mentor e gli altri partecipanti mi hanno accolta con un’apertura e un calore che non avrei mai immaginato di trovare in così poco tempo. Da allora siamo rimasti in contatto e cerco di rivederli ogni anno, in Cambogia o in qualsiasi altra parte del mondo. Ogni volta che li incontro ho la sensazione di tornare a casa.

Costruire lo stesso senso di appartenenza a Bangkok, dove vivo, ha richiesto molto più tempo. È qualcosa su cui sto ancora lavorando. A Bangkok mi sento bene, ma sviluppare un legame più profondo richiede tempo. Nelle grandi città è facile che ognuno rimanga all’interno del proprio gruppo e che le occasioni di incontro siano più rare. Anche per questo, attraverso il collettivo Bad Eyes, ho sentito il bisogno di creare una comunità che mettesse in relazione fotografi e artisti provenienti da contesti e Paesi diversi.

Per me il senso di appartenenza esiste soprattutto nelle relazioni tra le persone, più che nei luoghi. Forse è proprio così che questa instabilità entra nel mio lavoro. Non penso più che sia un luogo a farmi sentire parte di qualcosa. Credo piuttosto che quel senso di appartenenza cresca attraverso le relazioni, i ricordi e le esperienze che costruisco nel tempo. È una sensazione che riconosco nella mia vita, ma mi rendo conto che può assumere significati molto diversi anche per gli altri.

Nel corso delle mie conversazioni con altri fotografi thailandesi è emersa più volte la sensazione che la scena fotografica locale possa risultare, almeno in alcuni casi, piuttosto difficile da avvicinare. Mi interessava capire se anche tu avessi vissuto questa esperienza e se, in qualche modo, abbia influenzato il tuo modo di costruire il tuo percorso e il tuo lavoro?

La comunità fotografica di Bangkok è piuttosto unita e, come accade in molte altre realtà, ha anche le sue dinamiche interne. Per un periodo ho avuto la sensazione di osservarla dall’esterno più che di farne realmente parte. Con il tempo, però, ho smesso di considerarlo uno svantaggio. Ho preferito concentrarmi sulla costruzione di una comunità fatta di persone con cui condivido valori e un modo simile di intendere il lavoro. È anche da questo desiderio che sono nati Bad Eyes, il nostro collettivo indipendente e casa editrice dedicata ai photobook, e Trace, il nostro spazio dedicato all’arte contemporanea. Non sono nati come un’alternativa a una comunità già esistente, ma come luoghi in cui creare occasioni di confronto, collaborazione e sperimentazione, permettendo a pratiche diverse di incontrarsi senza confini troppo rigidi.

Non credo ci sia qualcosa di sbagliato nel fatto che una comunità possa essere selettiva. Non tutti gli spazi devono necessariamente essere aperti a chiunque e non sento il bisogno di appartenere a ogni ambiente che incontro. Cercare a tutti i costi di essere accettati può diventare molto faticoso e, a un certo punto, mi sono resa conto che preferivo dedicare quelle energie al lavoro e alla costruzione di relazioni che avessero davvero un significato.

Con il tempo ho capito che le conversazioni più importanti non dipendono dall’appartenere a un determinato ambiente. Nascono dal lavoro stesso, dalle mostre, dai photobook, dai workshop e dalle persone che si incontrano lungo il percorso. È anche questo il principio che guida Bad Eyes e Trace. Più che creare un’altra cerchia, spero che possano diventare luoghi in cui persone diverse si incontrino attraverso la fotografia e tutto ciò che da essa può nascere. Per me questo è diventato molto più importante dell’appartenere a una singola comunità.

Forse quella distanza mi ha influenzata più di quanto immaginassi all’inizio. Mi ha insegnato a non misurare il valore del mio lavoro in base al fatto di appartenere o meno a una determinata cerchia, ma dalle conversazioni che quel lavoro riesce a generare. Credo che una comunità si costruisca nel tempo, attraverso la fiducia, la generosità, la curiosità condivisa e anche la disponibilità ad avere opinioni diverse.

Guardandoti indietro, chi o che cosa ha lasciato un segno più profondo nel tuo modo di guardare? Non penso soltanto alla fotografia, ma anche alla persona che sei oggi. 

La prima persona a cui penso è mia madre. Anche se non c’è più, continuo a sentire la sua presenza nella mia vita.

Quando ero più giovane non credo di averla mai conosciuta davvero come persona. E, a dire il vero, ho ancora la sensazione di non conoscerla fino in fondo. È un’assenza che mi accompagna ancora oggi. Forse ero troppo giovane per riuscire a vederla al di là del suo ruolo di madre. Solo dopo la sua morte mi sono resa conto che avrei voluto conoscerla anche al di fuori del rapporto che aveva con me, e mi fa tristezza ammetterlo.

C’è una sensazione che continuo a portare con me e che faccio fatica a spiegare. È come se non avessi mai avuto davvero accesso a lei, come se ne avessi conosciuto soltanto dei frammenti. È qualcosa che ha lasciato dentro di me un vuoto più grande di quanto avessi immaginato.

Ricordo una frase che mi disse parlando di una delle sue relazioni: “Non si tratta di amore”. All’epoca non la capii affatto. Ero troppo giovane e la liquidai senza darle troppo peso. Con il tempo, però, quelle parole hanno continuato a tornarmi in mente. Mi hanno turbata.

Ma c’era anche un’altra cosa che mi ha lasciato. La sua capacità di andare avanti. Non in un senso eroico, ma nel modo in cui continuava a vivere anche quando niente diventava più facile. È qualcosa che porto ancora con me.

Credo che tutto questo entri anche nel mio modo di vivere e di lavorare. Per me la fotografia richiede una forma di perseveranza, non tanto nel tentativo di arrivare a una risposta chiara, quanto nella disponibilità a convivere con ciò che ancora non capisco e a continuare a imparare da quelle domande.

Non credo che le fotografie risolvano qualcosa. Mi permettono però di continuare a fare domande e, qualche volta, di vedere qualcosa che prima non riuscivo a vedere.

Silvia Donà

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