La Vaccheria è uno spazio museale molto bello e, probabilmente, se si trovasse nel centro di Roma avrebbe un flusso di visitatori ben più consistente. Invece è a ridosso del confine, se vogliamo considerare il Grande Raccordo Anulare come il nuovo pomerio della Città eterna, senza che però questo la renda meno desiderabile; arrivarci, semmai, costringe a modificare quella geografia mentale che continua a far coincidere Roma con una porzione relativamente piccola del suo territorio.
Da questo punto di vista è condivisibile la politica dell’Assessorato alla Cultura, attualmente guidato da Massimiliano Smeriglio, che ha inserito fra le proprie linee programmatiche proprio la riduzione delle distanze culturali tra le zone centrali e quelle periferiche. La Vela di Calatrava a Tor Vergata, il Museo delle Periferie a Tor Bella Monaca e altri interventi sparsi nella città raccontano, pur nella diversità dei progetti, la possibilità di immaginare una Roma nella quale per incontrare la cultura non sia sempre necessario dirigersi verso il centro.
È anche un modo intelligente di far convivere l’economia del turismo con le esigenze dei romani: distribuire le occasioni culturali significa distribuire presenze, creare nuove destinazioni e, soprattutto, cambiare il modo di percepire territori che troppo spesso vengono definiti soltanto per sottrazione, periferici perché lontani da qualcos’altro.
Titti Di Salvo, presidente del Municipio Roma IX Eur, interpreta molto bene questo approccio. È una donna energica, appassionata, visibilmente coinvolta nella storia de La Vaccheria, aperta al pubblico l’8 settembre 2022 dopo che l’edificio, una ex stalla e dunque oggi interessante testimonianza di archeologia industriale, pur restaurato nel 2009 era rimasto inutilizzato per anni. Non bastava riaprire le porte: occorreva, nelle sue parole, dare al luogo «un profilo, un’identità, un’anima».

Credo sia soprattutto sua l’intuizione di farne la casa romana della Pop Art, inserendola in una concezione più ampia della città, composta da territori capaci di assumere una propria identità culturale e quindi di attrarre chi vive a Roma quanto chi la visita. La prima mostra fu dedicata proprio ad Andy Warhol e, ricorda Di Salvo, portò a La Vaccheria circa quarantamila persone nei primi mesi; c’è da sottolineare peraltro che l’ingresso continua a essere gratuito e l’apertura dello spazio è resa possibile anche dal lavoro dei volontari.
Quattro anni dopo Warhol ritorna con Andy Warhol. Forever Love. Attenzione a non liquidarla come l’ennesima mostra su Warhol, formula alla quale l’enorme fortuna postuma dell’artista ci ha ormai abituati, sarebbe ingeneroso. Questa è piuttosto una mostra di Andy Warhol, nel senso che alle opere prova a restituire ciò che normalmente rimane fuori dalla cornice: incontri, amicizie, collaborazioni, passaggi da una città all’altra, persone che hanno contribuito a costruire quel mondo e che da quel mondo sono state a loro volta influenzate.
Warhol ha subito un destino singolare. Marilyn, Mao, le Campbell’s Soup, le serigrafie, la Factory sono diventati talmente familiari da rischiare di trasformare lo stesso artista in uno dei prodotti seriali sui quali aveva costruito la propria riflessione. A interessarmi in Forever Love è invece la possibilità di guardare dietro quella superficie, perché due nuclei della mostra, in particolare, riportano continuamente dalle opere alle persone.
Gianfranco Rosini, collezionista e curatore, che ho conosciuto proprio in questa occasione, è una persona affabile, di grande simpatia e cultura, soprattutto piena di aneddoti, qualità non secondaria quando si parla di una stagione artistica nella quale frequentarsi contava almeno quanto osservarsi a distanza.
Rosini ricorda opportunamente che la Factory non era soltanto il luogo nel quale Warhol lavorava. Era un posto nel quale si andava anche «per vedere chi c’era»: artisti, fotografi, modelle, musicisti, scrittori, persone già celebri e altre che avrebbero provato a diventarlo. Da qui anche la suggestiva idea de La Vaccheria come una possibile Factory romana, non una semplice sala espositiva, ma un luogo capace di provocare incontri.
Letta oggi, questa concezione ha quasi il sapore di un ammonimento. Abbiamo costruito strumenti potentissimi per essere permanentemente collegati e contemporaneamente abbiamo reso normale una parte crescente delle relazioni a distanza; la storia raccontata dalla mostra appartiene invece a un mondo nel quale la vicinanza fisica, l’essere nello stesso studio, nella stessa galleria, allo stesso tavolo di un ristorante poteva determinare una collaborazione, un’opera o semplicemente una possibilità.
Una di queste relazioni conduce a Mario Schifano, amico di Rosini, presente in mostra insieme agli artisti della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo. Il dialogo con Warhol permette anche di evitare una lettura troppo semplice della Pop Art italiana come conseguenza di quella americana: Schifano, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Tano Festa appartengono a una stagione che intercetta questioni analoghe, ma le elabora dentro un paesaggio culturale differente, quello della Roma degli anni Sessanta e Settanta.
L’altro nucleo passa attraverso la fotografia e conduce a Dino Pedriali, che Rosini definisce il fotografo di Warhol in Italia. La definizione non è peregrina: Pedriali raccontò di essere stato chiamato da Warhol per un lavoro analogo a quello realizzato precedentemente per Man Ray e di avere così iniziato a preparare Viaggio in Italia con Andy Warhol. Nello stesso periodo avrebbe fotografato Pier Paolo Pasolini, pochi giorni prima della sua morte.

Le fotografie esposte acquistano quindi un significato che supera il reportage. Rosini mi ha raccontato di un progetto dedicato all’underground newyorkese e della possibilità, durante il soggiorno italiano di Warhol, di rivolgere lo stesso sguardo alla scena romana; in questa storia avrebbe dovuto entrare anche Pasolini, mentre Pedriali avrebbe potuto rappresentare il collegamento fra mondi che sembrano lontanissimi e che, in quei mesi del 1975, erano in realtà molto più vicini di quanto si possa pensare.
Il rapporto fra questi nomi non è una suggestione costruita a posteriori. Pedriali era stato vicino all’ambiente della Factory, Warhol era in Italia per Ladies and Gentlemen e Pasolini scrisse proprio per quella serie uno dei suoi ultimi testi dedicati all’arte. Pedriali fotografò Pasolini a Chia il 28 e 29 ottobre 1975; pochi giorni dopo, il 2 novembre, Pasolini venne assassinato.
L’incontro immaginato non avvenne.
Rosini, raccontandolo, prova ancora a figurarsi che cosa avrebbe potuto produrre l’accostamento tra l’universo di Warhol e quello di Pasolini, fra l’apparente freddezza seriale della Pop Art americana e uno sguardo che aveva fatto della critica alla società dei consumi uno dei propri terreni più radicali. Nella conferenza parla addirittura di «un capolavoro assoluto». Naturalmente è impossibile sapere cosa sarebbe, rimane però affascinante la prossimità fra due figure che una lettura superficiale collocherebbe agli estremi opposti della cultura del Novecento. Achille Bonito Oliva avrebbe, peraltro, riconosciuto l’importanza del lavoro di Pedriali, scegliendo una sua fotografia anche per la copertina di La camera dello sguardo. Fotografi italiani.
Poi c’è Regina Schrecker, e con lei Warhol smette per qualche minuto di appartenere alla storia dell’arte.
Sono riuscito a parlare con lei in disparte seduti nella sala conferenze de La Vaccheria. Non sapevo, quando abbiamo cominciato a conversare, quanto fosse stata importante la sua carriera di modella; lei tiene soprattutto a una parola, top model, e alla differenza che vede rispetto a molte modelle contemporanee. Nelle passerelle della sua generazione, racconta, non si procedeva semplicemente una dietro l’altra: ogni modella costruiva una presenza e in qualche modo un piccolo spettacolo. Era questo, secondo Schrecker, uno degli aspetti che piacevano a Warhol. Anche in altre interviste ha ricordato quella stagione contrapponendo la personalità delle top model di allora alla maggiore uniformità che riconosce nelle passerelle di oggi.
Schrecker frequentava New York per lavoro quando conobbe Warhol e cominciò ad andare alla Factory. Non erano soltanto incontri pubblici: uscivano a cena, frequentavano gli stessi ambienti e, quando lei decise di passare dalla passerella alla creazione di una propria moda, Warhol la incoraggiò. «Fallo, fallo, fallo», ricorda ancora.
Accadde che un giorno le disse di presentarsi alla Factory alle dieci del mattino, senza trucco. Per una top model la richiesta doveva apparire quantomeno insolita. Una volta arrivata trovò però un make-up artist, che le imbiancò completamente il volto quasi stesse preparando il fondo di una tela; Warhol sistemò le luci e realizzò almeno dodici Polaroid, scegliendo poi l’immagine dalla quale sarebbero nati due ritratti. Uno dei quali è esposto a La Vaccheria.
Ho trovato molto interessante come nel raccontarlo, Regina Schrecker nonfosse interessata a costruire una leggenda. Ha ricordato un amico, la sua capacità di intuire qualcosa nelle persone, l’atmosfera di un luogo nel quale potevano trovarsi contemporaneamente fotografi, artisti, filmmaker, truccatori e modelle, tutti impegnati in attività diverse e tuttavia partecipi dello stesso ambiente.
Credo sia la parte che rimane più a lungo dopo aver visitato Forever Love. Non la conferma dell’ennesima icona di Warhol, ma l’impressione che dietro quelle superfici riprodotte migliaia di volte ci fosse una fitta trama di rapporti reali: Warhol e Schrecker, Rosini e Schifano, Pedriali tra Warhol e Pasolini, Roma e New York, la Factory come luogo nel quale entrare senza sapere necessariamente chi si sarebbe incontrato.
La Pop Art aveva intuito molto presto che la società contemporanea avrebbe trasformato ogni cosa in immagine. Questa mostra, almeno nei suoi passaggi migliori, compie il movimento opposto: prende alcune immagini che credevamo di conoscere e prova a restituire loro le persone.
Per farlo bisogna arrivare fino a La Vaccheria, quasi al limite di Roma. Non mi sembra un inconveniente. Forse è proprio questo il punto.
Federico Emmi
Cover Image: Regina Schrecker negli spazi de La Vaccheria durante la presentazione di Andy Warhol. Forever Love. | © federicoemmi
Scheda mostra
Andy Warhol – Forever Love
Sede: La Vaccheria – Casa della Pop Art
Indirizzo: Via Giovanni L’Eltore 35, Roma EUR
Periodo: 11 settembre 2026 – 28 marzo 2027
Inaugurazione: 10 settembre 2026
A cura di: Gianfranco Rosini per IconArs S.r.l.
Promossa da: Roma Capitale – Municipio IX Roma EUR
In collaborazione con: Rosini Gutman Collection e Archivio Dino Pedriali
Ingresso: gratuito
Orari: martedì–giovedì 9:00–13:00; venerdì–domenica 9:00–19:00; lunedì chiuso.