La prima volta che ho guardato le fotografie di Sarah Simon ho pensato che fotografasse di pancia. Le ho sentite viscerali, immediate, senza quella ricerca dell’effetto che a volte avverto nelle immagini in cui ogni cosa sembra disposta per suscitare una reazione precisa. Mi incuriosivano e volevo vederne altre.
Da spettatrice avrei potuto fermarmi lì: il lavoro mi piaceva, mi arrivava. La difficoltà è cominciata quando ho cercato di scrivere perché.
“Viscerali” è stata la prima parola che avrei voluto mettere sulla pagina e quasi subito ho cominciato a dubitarne. Anche la fotografia ha un suo vocabolario ricorrente: intima, poetica, cruda, potente. Sono parole che uso anch’io e che a volte descrivono bene ciò che abbiamo davanti, ma è facile rifugiarsi in questi aggettivi. Aver definito viscerali le fotografie di Sarah non mi aveva ancora aiutata a capire a cosa stessi reagendo.
Durante la nostra conversazione le ho chiesto di raccontarmi una fotografia che avesse segnato un passaggio importante nel suo percorso. Mi ha parlato di un’immagine di suo figlio davanti a un mobile di Calder, al Museum of Modern Art. Nella sua intensità e nella sfocatura riconosceva qualcosa del proprio modo di vivere e percepire il mondo.
Quegli elementi li avevo visti anch’io, ma non sapevo che cosa significassero per lei.
La sua risposta mi è rimasta in mente perché mi ha ricordato una cosa piuttosto ovvia, che però dimentico facilmente: posso osservare con attenzione una fotografia e sapere comunque ben poco del rapporto che chi l’ha scattata ha con quell’immagine. E nel frattempo ci metto molto di mio, spesso senza nemmeno accorgermene.
Quando dico che una fotografia è viscerale, quindi, di chi sto descrivendo la sensazione? Di certo la mia. Questo non la rende meno legittima, ma mi fa venire voglia di tornare a guardare.
Ragionandoci, ho pensato a Rinko Kawauchi. Nei suoi libri ci sono cose che nella vita di tutti i giorni potrebbero passare inosservate: un insetto, del cibo in un piatto, un riflesso, l’acqua, un piccolo dettaglio domestico. Prese singolarmente, alcune fotografie possono sembrare quasi irrilevanti.
Nella sequenza, però, succede qualcosa. Si volta pagina ricordando un’immagine precedente, si ritrova un colore o una forma. Una fotografia modifica il modo in cui ne vediamo un’altra, senza che nessuna delle due sia diventata, nel frattempo, più spettacolare.
All’inizio pensavo che avrei scritto un articolo sulle fotografie che si rivelano lentamente. Ma il lavoro di Sarah non rientrava in questa idea: mi aveva colpita subito. Più ci pensavo, meno mi sembrava utile distinguere tra immagini che richiedono tempo e immagini che ci arrivano immediatamente. Con alcune ho bisogno di fermarmi prima di provare qualcosa, con altre no. In entrambi i casi, però, il primo sguardo può lasciarmi molto da scoprire.
Una fotografia dà l’impressione di essere subito accessibile. È tutta lì, davanti a noi: riconosco il soggetto, registro la mia reazione e posso convincermi di aver capito ciò che sto guardando.
Quando provo a scriverne, questo passaggio diventa meno scontato. Una frase che nella mia testa sembrava convincente, sulla pagina può rivelarsi debole. Mi tocca allora tornare all’immagine e chiedermi se il problema sia nelle parole che ho scelto o nel pensiero che sto cercando di esprimere.
A volte noto qualcosa che mi era sfuggito; altre mi accorgo di aver forzato la fotografia verso un’interpretazione per la quale, a guardare bene, non trovo abbastanza elementi.
Nemmeno parlare con il fotografo risolve tutto. Mi permette di conoscere cose che le sole immagini non potrebbero dirmi e talvolta cambia il mio modo di vederle. Non vorrei però che un’intervista diventasse una serie di istruzioni su come leggere il lavoro. Il rapporto che il fotografo ha con l’immagine è diverso dal mio.
Ci sono anche fotografie che riguardo più volte e continuano a non piacermi particolarmente. Il tempo, da solo, non fa miracoli: osservare più a lungo non rende necessariamente un’immagine più interessante. Diffido dell’idea che, se una fotografia ci lascia indifferenti, sia perché non l’abbiamo guardata con sufficiente attenzione.
Mi mette invece in difficoltà la velocità con cui oggi le fotografie ci passano davanti. Sul telefono un’immagine sostituisce l’altra quasi subito. Alcune funzionano benissimo anche così; altre, probabilmente, non hanno nemmeno la possibilità di diventare qualcosa di più di una prima impressione.
Ripenso alla mia reazione iniziale davanti al lavoro di Sarah: “Fotografa di pancia”. È ancora l’espressione più vicina a ciò che ho visto. Potrei cercarne una più raffinata, ma non sono sicura che sarebbe anche più precisa.
Per ora tengo quelle parole e continuo a guardare le fotografie.
Silvia Donà