Di recente, mia cugina mi ha mandato una fotografia di mia madre che non avevo mai visto. Mi sono venute le lacrime agli occhi: mi è sembrata una delle fotografie più belle che avessi mai visto e da allora mi torna spesso in mente.
Mia madre e mia zia sono all’aperto, abbracciate, con le mani che si incontrano davanti a loro. Alle loro spalle ci sono gli alberi, una rete metallica e un palazzo azzurro; la casa di mia zia è appena fuori dall’inquadratura. Ho riconosciuto subito quel posto, dove ho trascorso tanto tempo durante le vacanze.
La fotografia è stata scattata due anni e mezzo prima della morte di mia madre.
Era stata operata e stava passando la convalescenza da mia zia. Noi vivevamo all’estero e lei andava in Italia da sola per curarsi. Dopo le cure tornava lì, dove mia zia si prendeva cura di lei.
Quella che chiamo mia zia era in realtà la zia di mio padre, ma per mia madre era diventata una figura materna. L’aveva accolta come una figlia e le era stata accanto durante la malattia. Nel modo in cui si abbracciano mi sembra di ritrovare qualcosa di quel rapporto.
Non so chi abbia scattato la fotografia. Potrebbe essere stato il figlio di mia zia, o forse proprio mio padre. Nessuno ricorda chi ci fosse dietro la macchina fotografica e le persone che avrebbero potuto saperlo non ci sono più. Quel piccolo mistero contribuisce al fascino che questa immagine ha per me.
Conosco le persone, il luogo e in parte quello che stavano vivendo, ma non riesco a ricostruire quel momento. Non so cosa si siano dette prima dello scatto: forse qualcuno ha proposto di uscire, forse sono state loro a chiedere una fotografia.
Avrei voluto scattarla io.
Ho fatto tante fotografie, ma questa potrebbe essere quella che più di tutte avrei voluto fare. Da quando l’ho ricevuta mi sono chiesta se, dicendolo, non intendessi anche che avrei voluto essere lì, fuori casa con loro due, quel giorno.
Mia madre doveva affrontare quei viaggi in Italia senza di noi. Sapevo che mia zia si occupava di lei dopo l’operazione e durante le cure, ma non avevo mai visto la loro vicinanza espressa proprio così.
Quando scrivo di fotografia, di solito cerco di capire che cosa, nell’immagine, susciti la mia reazione. Qui faccio fatica. Quel palazzo azzurro non è soltanto un elemento sullo sfondo: me lo ricordo, conosco il posto, so perché mia madre fosse lì e che cosa significasse per lei mia zia.
Chi non le conosceva vedrebbe due donne all’aperto, abbracciate. Le vedo anch’io, naturalmente, ma mentre le guardo non posso fare a meno di pensare a tutto quello che so di loro.
Ricevere questa fotografia mi ha fatto pensare anche a una cosa che non avevo mai considerato: dopo tanti anni, possono ancora esserci immagini di mia madre che non ho visto. Credo di aver dato per scontato, senza essermelo mai chiesto davvero, di conoscere già tutte quelle che esistevano. Questa, invece, l’aveva conservata qualcun altro.
Continuo a chiedermi chi l’abbia scattata. Ne avrà tenuto una copia? Si sarà ricordato di averla fatta? Non so se all’epoca avesse un significato particolare per quella persona.
Condividerla mi fa sentire vulnerabile. Ho chiesto a tanti fotografi di parlare apertamente di immagini legate alle loro famiglie e alle loro vite; ora che la famiglia è la mia e la persona di cui scrivo è mia madre, mi accorgo di quanto sia diverso.
Di mia madre potrei raccontare molte cose. Qui, però, vorrei soffermarmi su ciò che amo in questa fotografia: loro due insieme, in un posto che ricordo, e l’affetto che riconosco tra loro.
Silvia Donà