Si è conclusa domenica 25 ottobre Roma l’undicesima edizione di Rome Art Week (RAW), la settimana dell’arte contemporanea ideata da Kou, associazione no profit per la promozione delle arti visive. Ancora una volta la città si presenta come un’unica grande mostra diffusa, senza un centro e senza percorsi prestabiliti. Secondo gli ultimi dati dell’area stampa ci sono 966 iscritti, fra cui 710 artisti, 182 gallerie e istituzioni, 74 curatori e 8 collettivi, e più di cinquecento appuntamenti tra mostre, eventi e open studio, tutti a ingresso gratuito. Quest’anno ci sono anche alcune novità digitali: My RAW, per costruire il proprio programma personale, e RAW Proximity, che geolocalizza gli eventi più vicini. Ora i tour, poi, possono essere proposti da tutti i partecipanti, purché tocchino almeno tre tappe.
Proprio i tour sono forse la maniera migliore di attraversare una manifestazione così ampia. Nel pomeriggio di mercoledì 21 ottobre, si è svolto «Via Giulia mon amour», guidato dall’architetta Roberta Melasecca. Oltre a essere curatrice, presidente dell’associazione blowart, Melasecca è anche responsabile “Artisti e Curatori” di RAW. Il percorso ha toccato le gallerie di via Giulia e dei dintorni: Officine Panafricane, Galleria d’Arte Faber, Saraceno Art Gallery, Galleria Andrè, Galleria Minima, Pian de Giullari e la Fondazione Opera Lucifero nella Cappella Orsini. Il risultato è stato un dialogo continuo fra l’arte di oggi e una delle strade più cariche di storia della città. Via Giulia nacque nel primo Cinquecento dal progetto di Bramante voluto da Giulio II. La sua architettura ha fatto da cornice alle opere viste negli spazi espositivi. È proprio questa la formula dei tour di RAW: tenere insieme i temi del contemporaneo e i percorsi storici e architettonici di Roma.
La visita ha compreso la mostra ospitata al civico 1, a Palazzo Falconieri. L’edificio fu rimaneggiato da Francesco Borromini ed è dal 1927 la sede dell’Accademia d’Ungheria in Roma. Qui, fino al 15 novembre, è aperta la mostra Ata Kandó 1956, curata da Gabriella Csizek, che l’Accademia presenta per il settantesimo anniversario della Rivoluzione ungherese.

Ata Kandó (Etelka Görög, Budapest 1913 – Bergen, Paesi Bassi, 2017) è una figura ancora poco nota al grande pubblico italiano, ma è tra le personalità più originali della fotografia europea del Novecento. Si formò nella Budapest fra le due guerre: studiò nella scuola libera di Sándor Bortnyik, dove l’influenza del Bauhaus fu decisiva, e prese la licenza da fotografa presso József Pécsi. In seguito lavorò a Parigi e, grazie a Robert Capa, collaborò con l’agenzia Magnum fino al 1952. Poi si trasferì nei Paesi Bassi con il fotografo Ed van der Elsken. Il suo lavoro tiene insieme fotografia di moda, reportage e immagine messa in scena, ma la vera costante è un umanesimo profondo. In Kandó la macchina fotografica serve a creare una relazione e ad assumersi una responsabilità verso chi viene ritratto.
Il nucleo della mostra è il 1956. Dopo la repressione della rivoluzione, nel novembre di quell’anno, Kandó andò al confine austro-ungherese insieme alla fotografa olandese Violette Cornelius per documentare la fuga di famiglie, bambini e ragazzi. Con quelle immagini realizzò in poche settimane un fotolibro pubblicato per Natale, e il ricavato fu devoluto ai profughi. Il libro è insieme un documento storico e un esempio concreto di fotografia impegnata. Accanto alle fotografie la mostra espone alcune testimonianze dell’epoca, come quella di un bambino di dieci anni che ricorda i quaranta chilometri percorsi a piedi in quattro ore, le scarpe distrutte e il fango “fino alle ginocchia” nella notte del passaggio del confine. Sono parole che danno un peso ulteriore agli sguardi fissati sulla pellicola.
Alle immagini del confine risponde Odissea, la serie che Kandó realizzò in Italia in quello stesso 1956 con i suoi tre figli. È una rilettura del poema omerico affidata al gioco e all’immaginazione dei bambini, in cui il mito classico diventa una storia familiare di partenza, memoria e ritorno. La forza della mostra sta in questo accostamento: da un lato la tragedia collettiva dell’esilio, dall’altro la sua trasfigurazione poetica, in una fotografa capace di passare dalla cronaca alla fiaba senza perdere coerenza. L’esposizione nasce da Odissea – Le storie personali e collettive di Ata Kandó, la mostra presentata nel 2025 a Pécs. L’archivio della fotografa, con negativi e stampe d’epoca, è conservato al Nederlands Fotomuseum di Rotterdam.

Per chi ha partecipato al tour, l’arrivo a Palazzo Falconieri ha rappresentato una tappa naturale e la sintesi di tutto il tour. Dopo un pomeriggio dedicato al contemporaneo, la fotografia di Kandó ricorda che l’arte di settant’anni fa sapeva già porsi le domande che RAW rilancia oggi. Una di queste era al centro anche della serata inaugurale, 85 Seconds to Midnight, curata dalla stessa Melasecca: quale futuro siamo ancora capaci di immaginare?
Info
Rome Art Week 2026: Roma, varie sedi, www.romeartweek.com.
Ata Kandó 1956: Accademia d’Ungheria in Roma, Palazzo Falconieri, via Giulia 1. Fino al 15 novembre 2026, ingresso libero, domenica chiuso.