FOOD. Il gusto nell’arte: la tavola come luogo d’incontro tra i linguaggi artistici

Perché fotografiamo il cibo prima di mangiarlo? Questa, insieme a tante altre domande, diverse e stimolanti, accompagna la nuova mostra romana al Chiostro del Bramante, “FOOD. Il gusto nell’arte”, iniziata il 17 ottobre 2026 e visitabile fino al 29 marzo 2027, prodotta e organizzata da DART e curata da Suzanne Landau.

Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a una proposta curatoriale che parte dal cibo. In passato, infatti, abbiamo parlato dello Yeast Photo Festival, il festival internazionale di fotografia dedicato proprio al rapporto tra cibo, identità, ambiente e società. L’alimentazione, pertanto, non è più un argomento ristretto a un ambito specialistico, ma sta diventando sempre più centrale come linguaggio culturale e, quindi, come ambito di ricerca artistica.

Un rapporto, quello fra cibo e arte, che naturalmente ha radici lontane e non si limita alla pittura o, più in generale, alle arti visive, ma attraversa anche la storia della musica. Basti pensare ai Carmina Burana medievali, con il celebre In taberna quando sumus, oppure alle raccolte di canti conviviali medievali e rinascimentali Food, Wine & Song e Les Plaisirs du Palais, pubblicate entrambe da Harmonia Mundi. Nel Settecento questo legame assume altre forme, come testimoniano, ad esempio, le Symphonies pour les Soupers du Roy di Michel-Richard de Lalande, legate al cerimoniale della tavola di Luigi XIV. Dalla taverna medievale alla corte del Re Sole, la tavola diventa così occasione di incontro, condivisione, ma anche rappresentazione delle gerarchie sociali e del potere.

È proprio questa molteplicità di significati che Suzanne Landau porta al centro della mostra romana, costruendo un percorso attraverso 190 opere di oltre 60 artisti, dal XVI secolo alla contemporaneità. Pittura, scultura, fotografia, video e installazioni convivono in un progetto nel quale il cibo costituisce il filo conduttore, senza che le singole espressioni artistiche perdano la propria autonomia.

Non è peraltro la prima collaborazione di Suzanne Landau con il Chiostro del Bramante. Il suo contributo aveva già accompagnato Flowers. Dal Rinascimento all’intelligenza artificiale, curata da Franziska Stöhr con Roger Diederen, e il successivo Flowers. Meravigliosa Natura, realizzato da DART in accordo con la Kunsthalle di Monaco e con la stessa Landau. Due esposizioni che avevano già sperimentato la possibilità di attraversare epoche e linguaggi artistici differenti partendo da un soggetto comune. Con FOOD, Landau assume direttamente la curatela, dando continuità a questa ricerca attraverso un percorso nel quale il cibo diventa occasione per interrogare non soltanto la storia dell’arte, ma anche le relazioni umane e le trasformazioni della società.

La mostra si apre con Marina Abramović che mangia una cipolla cruda. Il video, The Onion, introduce immediatamente il visitatore in una dimensione nella quale il cibo non è più soltanto qualcosa da rappresentare, ma diventa parte di un’azione artistica, coinvolgendo direttamente il corpo. Un’apertura che chiarisce fin da subito l’impostazione del percorso. Non ci si trova, infatti, davanti a una storia della rappresentazione del cibo ordinata cronologicamente, ma a una successione di temi e interrogativi ai quali le opere offrono interpretazioni differenti.

La curatrice ha scelto di articolare l’esposizione in sei nuclei tematici, che affrontano il rapporto del cibo con il mondo, il corpo, il gioco, la tradizione della natura morta, l’ecologia e la memoria. Le opere non sono chiamate a illustrare risposte già definite, quanto piuttosto a suggerire possibili letture, anche molto distanti fra loro.

Una delle qualità della mostra risiede proprio nell’allestimento, capace di assecondare questa varietà senza compromettere la riconoscibilità delle singole opere. Si passa dalla pittura alla fotografia, dall’immagine in movimento alle installazioni, fino a lavori che abbandonano la superficie piana per occupare fisicamente lo spazio.

È il caso delle opere di Daniel Spoerri, nelle quali ciò che rimane dopo un pasto — piatti, bicchieri, posate e bottiglie sporche — viene fissato alla superficie e trasformato in composizione artistica. La tavola, con le tracce delle persone che l’hanno utilizzata, diventa un quadro, conservando la memoria di un momento ormai concluso. Un’operazione che modifica radicalmente il rapporto fra oggetto quotidiano e rappresentazione.

La scelta delle opere è accompagnata da un apparato testuale particolarmente approfondito, che merita un’attenzione specifica. In una mostra di questa complessità, i testi non rappresentano un semplice complemento informativo, ma diventano uno strumento necessario per comprendere i differenti livelli di lettura proposti. Non si tratta solamente di conoscere il nome di un artista o la data di realizzazione di un’opera, ma di acquisire gli elementi culturali e storici indispensabili per coglierne il significato, soprattutto quando il percorso mette in relazione forme artistiche distanti per epoca, tecnica e intenzione. Un approfondimento che arricchisce l’esperienza culturale senza condizionarne l’interpretazione, offrendo al pubblico gli strumenti per elaborare una propria lettura.

La fotografia non svolge, all’interno della mostra, una funzione accessoria rispetto alla pittura o alle altre espressioni artistiche. È parte integrante del percorso e interviene con opere che possiedono una forza narrativa autonoma.

Particolarmente suggestiva è la presenza di Carrie Mae Weems con Kitchen Table Series, un portfolio fotografico che sembra rispondere a una delle domande proposte dalla curatrice: che cosa succede davvero attorno a un tavolo? La fotografa americana costruisce una narrazione ambientata attorno a un tavolo da cucina, utilizzando uno spazio domestico apparentemente ordinario per raccontare relazioni, affetti, conflitti, solitudini e rapporti di potere. Le fotografie, realizzate mantenendo sostanzialmente invariata l’ambientazione, mostrano come un luogo quotidiano possa trasformarsi in uno spazio di rappresentazione della complessità delle relazioni umane. Il cibo può essere presente, evocato o persino assente, mentre la tavola continua a conservare il proprio significato sociale e culturale.

Dipinto con numerosi agrumi in cornice dorata, esposto su una parete verde con sculture sospese in primo piano.
Bartolomeo Bimbi, Natura morta con arance, lime, limoni e lumie, ante 1715, olio su tela. Courtesy Ministero della Cultura – Ville e Residenze Monumentali Fiorentine, Villa medicea di Poggio a Caiano, Museo della Natura Morta. Foto: Gianluca Passarelli.

Il dialogo fra passato e presente emerge anche nel confronto tra le grandi nature morte di Bartolomeo Bimbi e le opere contemporanee. Con Still Life, Sam Taylor-Johnson utilizza il video per mostrare, attraverso una ripresa accelerata, la decomposizione della frutta, rendendo visibile quello scorrere del tempo che nella pittura seicentesca veniva spesso richiamato simbolicamente. Ori Gersht, invece, con Pomegranate, riprende la tradizione della natura morta e la interrompe attraverso un evento improvviso e violento. Due opere che dimostrano come il linguaggio dell’immagine in movimento possa dialogare con la tradizione pittorica senza limitarsi a riprodurne le forme.

Cucina color pastello con tavolo apparecchiato, sedie, credenza e lampadario, realizzati con decorazioni dolciarie.
Simone Post, Sweet Memories, 2025. Courtesy Simone Post; commissionata dal Museum Voorlinden, Wassenaar. Foto: Gianluca Passarelli.

Il secondo piano offre poi una dimensione differente, nella quale il visitatore non è più soltanto osservatore, ma entra fisicamente nelle opere. Con Sweet Memories, Simone Post ricostruisce la propria casa d’infanzia utilizzando veri marshmallow, meringhe e altri dolciumi. Gli ambienti domestici, dagli arredi agli oggetti più comuni, diventano parte di un universo zuccherino che richiama i ricordi dell’infanzia. Un’installazione sorprendente non soltanto per le sue dimensioni e la ricchezza dei dettagli, ma soprattutto per la scelta di utilizzare materiali commestibili, inevitabilmente soggetti al deterioramento.

Veduta dal basso di una grotta dalle pareti ondulate color pasta, aperta verso una fonte di luce circolare.
Bompas & Parr, Pasta Shell Grotto, 2026, installazione site-specific. Prodotta e commissionata da DART – Chiostro del Bramante con il supporto di La Molisana. Foto: Gianluca Passarelli.

Poco prima, Pasta Shell Grotto di Bompas & Parr trasforma la pasta in un elemento architettonico da attraversare. Il cibo non viene più osservato soltanto all’interno di un quadro, ma diventa lo spazio stesso nel quale ci muoviamo.

Il percorso comprende anche un’esperienza cinematografica che coinvolge lo spettatore attraverso immagini proiettate, senza ricorrere a un visore individuale. È un ulteriore esempio di come la mostra cerchi di superare il rapporto tradizionale tra opera e pubblico, chiamando in causa non soltanto lo sguardo, ma anche la percezione dello spazio.

Tuttavia, l’aspetto più riuscito non è semplicemente la varietà delle tecniche e delle installazioni, quanto la scelta di Suzanne Landau di non imporre risposte definitive. Le domande distribuite lungo il percorso invitano il visitatore a partecipare alla riflessione, confrontando il proprio punto di vista con quello degli artisti.

È un meccanismo che ricorda, in fondo, proprio ciò che accade attorno a una tavola. Si incontrano persone differenti, si affrontano argomenti, si condividono esperienze, talvolta si discute e non necessariamente si raggiunge una conclusione comune.

Questo, a mio avviso, è il principale merito del progetto curatoriale: aver costruito un percorso capace di attraversare cinque secoli di storia dell’arte, invitando il pubblico a prendere parte a una conversazione culturale. Un viaggio originale e appassionante, che dimostra come anche un gesto apparentemente semplice e quotidiano, quello di sedersi a tavola, possa offrire molte più domande di quante risposte siamo abituati a cercare.

Federico Emmi

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