Fotografia e Fake. Intervista a Paolo Attivissimo

Giornalista e consulente informatico, traduttore tecnico, divulgatore scientifico, cacciatore di bufale, studioso della disinformazione nei media, Paolo Attivissimo ha risposto con grande generosità e simpatia a tutte le nostre domande in merito al ruolo della fotografia nel debunking.

A partire dalle affascinanti fotografie degli allunaggi, Paolo ci ha portato a confrontarci su questioni importanti e di attualità come le fake news, il copyright, gli artifici della fotografia digitale e le sue grandi potenzialità.

Eccovi l’esito della nostra piacevolissima chiacchierata della quale lo ringraziamo ancora vivamente.

Tra le varie attività che ti vedono impegnato, certamente tra le più affascinanti ci sono le tue ricerche per confutare le tesi dei lunacomplottisti, quelli che non credono l’uomo sia mai arrivato sulla Luna, o solo alcune missioni hanno avuto successo o addirittura che gli alieni ci abbiano cacciato. Il tuo libro “Luna? Sì, ci siamo andati!” è densissimo di spiegazioni che smontano le varie anomalie fisiche, tecnologiche, nei video ed infine nelle fotografie. Prima di intrattenerci con qualche aneddoto al riguardo, ti chiedo di raccontarci con quale attrezzatura gli astronauti delle 6 missioni lunari hanno fotografato la Luna. Perché hanno portato solo una macchina fotografica sulla Luna?

Le macchine fotografiche portate sulla Luna furono prevalentemente delle Hasselblad, in particolare il modello ELM, con pellicole 70 mm e con alcune modifiche tecniche per consentirne l’utilizzo in un ambiente ostile come quello spaziale,  in assenza di atmosfera e con esposizione al calore ed al freddo estreme; quindi lubrificanti particolari, o eliminazione delle parti da lubrificare e utilizzo di una pellicola ed un emulsione speciali, fortemente resistenti agli sbalzi termici, su ispirazione di quelle che si usavano all’epoca per le fotografie di ricognizione aerea. Come obiettivi utilizzarono gli Zeiss.

Le Hasselblad lunari avevano un pulsante di scatto molto grande, di circa 2,5 cm quadrati, per potere essere attivato anche attraverso gli spessi guantoni pressurizzati che indossavano gli astronauti.

Non c’era il mirino a pozzetto, le macchine le tenevano agganciate al petto, quindi facevano un puntamento a spanne, avevano seguito dei corsi proprio per questo.

Solo nella prima missione di sbarco, la Apollo 11, portarono una sola macchina fotografica perché da un lato la fotoricognizione della superficie lunare non era nelle priorità, e dall’altro, soprattutto nel primo allunaggio, c’era una preoccupazione quasi ossessiva per ridurre il peso; se devi ripartire dalla Luna ogni kilo in più che porti richiede più propellente per il rientro alla nave madre. Addirittura le Hasselblad, i corpi macchina, furono lasciati sulla Luna, sono ancora lì! Furono portati indietro solo i caricatori di pellicola.

In realtà nella prima missione, sulla Luna fu portata una sola macchina, ma a bordo ce n’era un’altra; nelle successive cinque missioni furono portate due fotocamere.

Come dicevo pocanzi, la conoscenza della fotografia è stata essenziale per comprendere perché le tesi dei lunacomplottisti siano state quantomeno fantasiose. Sul tuo libro “Luna? Sì, ci siamo andati!” c’è un intero capitolo dedicato all’analisi di molte fotografie lunari per smontare il parere degli increduli. Addirittura sul numero 8 del 1989 della rivista “Fotografare”, il direttore Cesco Ciapanna sosteneva, mostrandoci alcune fotografie, che sulla Luna non siamo mai andati. Vuoi parlarci di lui e di qualche foto dibattuta al riguardo?

Cesco Ciapanna era un personaggio molto particolare, seguace dell’onomanzia, tesi metafisiche o simili, e nell’analisi delle fotografie aveva dunque fatto prevalere questi preconcetti rispetto alle competenze tecniche.

In questo caso forse non si tratta solo di aver competenze fotografiche, ma anche di aver conoscenza della fotografia sulla Luna, in condizioni che sono diverse rispetto alla Terra.

Ad esempio, sulla Luna non c’è prospettiva “atmosferica”, mancando l’atmosfera, quindi la percezione della distanza degli oggetti è completamente diversa.

Tra le foto controverse, per raccontarne una, la foto AS16-113-18339, che ritrae John Young, astronauta molto particolare e ammiratissimo dai suoi colleghi. Approdato sulla Luna con la missione Apollo 16, la penultima, per farsi la classica foto del saluto alla bandiera, decise di fare qualcosa di diverso, un salto.

Fonte: https://images-assets.nasa.gov/image/as16-113-18339/as16-113-18339~orig.jpg
Fonte: https://images-assets.nasa.gov/image/as16-113-18339/as16-113-18339~orig.jpg

Nel guardare la fotografia, pare che non ci sia l’ombra ai suoi piedi; non avendo altri indizi che potevano far pensare al salto (i capelli in movimento), sembra che la sua figura sia incollata con un fotomontaggio, ma l’ombra era in realtà un poco spostata.

È anche molto importante considerare il contesto della fotografia che si sta leggendo: cosa stava succedendo in quel momento? Sapendo che Young aveva deciso di fare il salto per essere più originale, non ci viene in mente che sia un fotomontaggio; esiste anche un video, al riguardo, peraltro; quindi un’altra prova per un controllo incrociato.

Un’altra foto straordinaria che ci racconta dell’effettivo allunaggio è la foto AS11-40-5903 dove si vede sia Buzz Aldrin, che Armostrong nel riflesso della visiera e soprattutto la Terra, nella posizione esatta.

Fonte: https://images.nasa.gov/details-as11-40-5903
Fonte: https://images.nasa.gov/details-as11-40-5903

Nella immagine che citi, non solo si vede Neil Armostrong riflesso nel casco di Buzz Aldrin, ma anche un “puntino” lontano, azzurro ed è la Terra, esattamente dove dovrebbe stare in quel momento, a quell’ora da quel punto di ripresa (Mare della Tranquillità); è quindi una prova ulteriore della nostra presenza sulla Luna. Quella in realtà è una foto anche poetica…c’eravamo anche tutti noi in quella fotografia! Forse tutti, tranne Michael Collins che era il terzo uomo dell’equipaggio, in orbita, in attesa del rientro dei suoi compagni.

Ricollegandomi all’ingrandimento che la digitalizzazione della foto di cui sopra ha reso possibile, vorrei ci parlassi del pregio che la fotografia digitale ha avuto nel recupero delle fotografie sulla Luna. 

Sì è stata proprio la tecnologia digitale che ci ha permesso di riscoprire questa foto. 

Le pellicole originali sono conservate in freezer e solo in rare occasioni vengo tirate fuori per fare nuove scansioni. Il lavoro di scansione è lunghissimo e personalizzato per tenere conto delle grandi dimensioni, della grana della pellicola ed ha generato immagini che poi è stato possibile elaborare. La NASA fornisce il RAW uscito dalla scansione, ma chiunque può ottenere queste fotografie e provare a riscoprire, grazie alla post-produzione, dei particolari non visibili. Andy Saunders ha fatto questo lavoro (sta preparando un libro con queste fotografie).

Ad esempio la foto di Harrison Schmitt nel 1972, è stata recuperata grazie ad una regolazione dell’esposizione, o la foto AS17-149 22859 dove si vede il viso di Gene Cernan sul LM, durante lo stadio di risalita di Apollo 17 e che vi racconto nel mio blog sui complotti lunari. Tutte elaborazioni che hanno consentito spesso di riconoscere i volti degli astronauti sulla Luna o sui veicoli spaziali; i visi, che forse sono qualcosa che un po’ manca nelle foto originali, con questi uomini nascosti nelle anonime tute spaziali.

Fonte Instagram, @andysaunders_1, profilo pubblico. Elaborazione di Andy Saunders

Per il restauro è stata usata la tecnica dello STACKING per il recupero delle fotografie, tecnica già nota in fotografia per molteplici usi (per l’HDR, riduzione del rumore, fotografia astronomica, ecc.): vuoi brevemente parlarcene?

Quando ci sono diversi fotogrammi della stessa scena è possibile combinarli per mantenere le parti comuni ed eliminare i disturbi, come grana pellicola, pulviscoli, graffi. È una tecnica che si usa moltissimo per la astrofotografia. Oggi si possono quindi migliorare le fotografie originali fatte con la Hasselblad e, aggiungo, anche con una Nikon 35 mm utilizzata all’interno degli abitacoli. Anche il materiale cinematografico realizzato con cinepresa Maurer 16mm. fu utilizzato per lo stacking: il suolo lunare è stato restituito benissimo proprio combinando molte inquadrature, perché si sono eliminati tantissimi disturbi.

Sulla Luna è stata utilizzata anche la fotografia stereoscopica, per quale ragione?

Direi per un misto di estetica e praticità.

Gli astronauti furono istruiti nel realizzare un primo scatto per poi spostarsi di 7 cm, distanza media interoculare di una persona, per fare un secondo scatto sempre nella stessa direzione. Si creava così una foto in 3D.

L’effetto era uno straordinario senso della profondità, sembra di essere lì.  Ho avuto peraltro il piacere durante il Festival STARMUS a Zurigo di assistere ad una dimostrazione di fotografia stereoscopica ad opera di Brian May, il chitarrista dei Queen, grande appassionato di questa tecnica.

Dal punto di vista pratico, inoltre, con la stereoscopia è più agevole fare delle ricostruzioni dell’ambiente e del terreno, utili per gli studi dei geologi.

Al riguardo aggiungo anche che nelle missioni fu portata anche una speciale fotocamera geologica, montata su un carrellino, macro e stereoscopica, con un proprio illuminatore. Faceva fotografie a distanza ravvicinatissima del terreno. Le immagini ottenute permisero di studiare meglio com’era fatto; ad esempio si notò che la polvere lunare è estremamente compatta, come cipria. Anche queste fotografie sono state scansionate.

Abbiamo foto della Luna ora? 

Sì, ad esempio la Lunar reconaissence Orbiter sta realizzando costantemente delle fotografie in altissima risoluzione alla superficie lunare. È uno dei vari veicoli in orbita che lo stanno facendo, ad opera di vari paesi (Cina, India, paesi Europei); questo è gestito dalla Arizona State University ed è stato lanciato dalla NASA nel 2009.

Queste immagini ci danno i dettagli della superficie ed anche i cambiamenti che subisce (ad esempio a causa di qualche nuova meteora che crea un nuovo cratere).

Si vedono anche i resti dei veicoli spaziali rimasti sulla Luna dopo le missioni lunari, o i veicoli spaziali a fine vita lasciati precipitare sulla Luna (per evitare collisioni o interferenze).

Sulla Luna ci inoltre anche i “rover”, ossia veicoli teleguidati dalla Terra, dotati di ruote.

I sovietici negli anni ’70 furono pionieri di questo tipo di esplorazione; i Lunokhod hanno documentato geologia e fenomeni della superficie lunare in grande dettaglio.

In questo momento c’è la sonda 5, cinese. La Cina è stata il terzo paese al mondo a portare a casa della roccia lunare, grazie a questa robotica molto sofisticata.

L’importanza della fotografia come testimonianza: il caso delle foto all’N1 (tentativo sovietico per arrivare sulla Luna) ha rivelato solo 20 anni dopo l’allunaggio americano che anche i sovietici ci hanno provato. Vuoi parlarcene brevemente?

Certo, la fotografia è il modo più immediato per testimoniare gli eventi e soprattutto ha un impatto emotivo molto forte, maggiore rispetto ad un testo; è dunque indispensabile. 

Le foto di cui parli furono commissionate proprio dagli organi di stato russi per documentare questo tentativo, poi fallito, di andare sulla Luna prima degli Americani attraverso la costruzione di un gigantesco razzo che lanciarono quattro volte senza successo. Le foto furono però conservate, i totalitarismi e le burocrazie hanno un po’ l’ossessione di archiviare comunque tutto. La CIA conosceva questi tentativi, ma non fu rivelata al popolo americano.

Oggi abbiamo i resti di questo razzo nelle campagne russe recuperati dalla popolazione e usati in modi originali, come un resto utilizzato dai contadini russi come riparo per le pecore!

Dove è possibile vedere le fotografie delle missioni lunari in alta risoluzione?

Oggi sono scaricabili in alta risoluzione attraverso vari  siti. Sul mio libro, che è consultabile gratuitamente, metto un elenco dove si possono recuperare.: dal sito della Nasa, a Flickr, ai siti di alcune università statunitensi, ecc.

Alcune immagini fatte dai ricognitori intorno alla Luna sono ad altissima risoluzione, pesano numerosi GigaByte. 

Sono tantissimi coloro che scaricano le foto, affascinati dalle missioni lunari.

È una bella avventura quella della Luna, quasi perfetta. Certo ci sono difficoltà, rischi, anche tragedie (nella missione Apollo 1 gli astronauti perirono sulla rampa di lancio durante un test di collaudo del veicolo; Apollo 13 fu un quasi disastro) ma fu talmente affascinante, unica per cui è possibile “ossessionarsi” alla ricerca di dettagli, anche perché è una avventura che si può dire conclusa. 

Nell’indagare sulle tue attività, leggo che sei socio emerito del CICAP, associazione che promuove un’indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale, dei misteri e dell’insolito. Vuoi raccontarci quanto la fotografia ha contribuito a alimentare le pseudoscienze e il paranormale, e, nello stesso tempo, quanto sia stata invece strumento utile per “smontare” tesi poi rivelatesi false. Mi vengono in mente le foto spiritiche dei primi tempi della fotografia!

La fotografia è stata preziosissima in questo senso, perché è un oggetto concreto, tangibile, misurabile. Il problema di queste pseudoscienze o “scienze di frontiera” è che si basano quasi sempre sul racconto, mentre il metodo scientifico necessita di aver numeri, di osservare, o ripetere addirittura certi esperimenti. Il Cicap si basa proprio su questi reperti di tipo fotografico, cinematografico e non solo. 

 A proposito della fotografia spiritica agli albori della neonata arte, teniamo presente che erano anni in cui la scienza stava facendo grandissimi passi avanti, per cui c’era una notevole apertura mentale verso nuove frontiere della conoscenza, arrivando a volte a credere cose in realtà verificatesi non possibili, ma proprio perché molto lontane dalle fino ad allora esperienze.

C’è una legge di un autore di fantascienza, Arthur Clarke, che dice che «ogni tecnologia sufficientemente evoluta è indistinguibile dalla magia.».

Lo stesso succede oggi; siamo in un’epoca di grande sviluppo tecnologico e molte persone non hanno conoscenza del reale funzionamento degli oggetti che utilizzano.

Sapere è potere! Sapere ad esempio come funziona una fotocamera del telefonino, rispetto ad una tradizionale è importante; a volte fai delle fotografie dalle quali ricavi degli artefatti che finisci per interpretare malamente e non ti spieghi come mai si siano creati (ad esempio credi di aver fotografato un UFO mentre in realtà è solo un artefatto dello zoom digitale).

Mary Todd Lincoln con il fantasma di Abraham Lincoln (William Mumler/Wikimedia Commons)

Sul tuo blog, proprio relativamente alle fotografie, segnali e commenti l’utilizzo di diversi fake, foto utilizzate in articoli giornalistici ma non pertinenti (mi viene in mente il treno deragliato a Pioltello);da fotografa aggiungo che purtroppo capita molto spesso anche che i quotidiani ricorrano impunemente all’utilizzo non autorizzato di fotografie (esiste una sentenza che distinguerebbe le opere dalle semplici fotografie, si veda il recente caso di Tony Gentile). Il tuo punto di vista è solo scientifico/documentativo o hai competenze anche in campo giuridico (diritto d’autore)? Nel corso della tua esperienza pensi che l’etica dei giornali, sotto questo punto di vista, sia peggiorata?

Le mie competenze non sono giuridiche in senso stretto, ma dovendo lavorare con il copyright ho cominciato ad indagare su questo argomento ed ho potuto fare diverse riflessioni al riguardo.

Il copyright è uno strumento molto potente di tutela per l’artista ed in linea di principio è giustissimo. È la sua applicazione pratica che a volte è un po’ distorta. Le leggi sul copyright sulla carta stampata, quindi opera letteraria, sono del ‘700 e inglesi ed erano delle licenze temporanee di soli quindici anni, non di settanta, novanta o addirittura centoventi anni come accade per le opere cinematografiche negli Stati Uniti. Per questo sta diventando uno strumento nelle mani dei titolari dei diritti che non sono più i fotografi, o gli autori che hanno prodotto l’opera, ma case discografiche o cinematografiche, ad esempio. Pensiamo alla Disney ha fatto una intensa opera di lobbying per portare il copyright a centoventi anni.

L’idea moralmente giusta alla base del copyright perciò è stata un po’ abusata, diventando un danno per chi produce opere autoriali.

Il problema del debunking di fotografie usate sui giornali c’è: spesso pubblicano delle fotografie false, o addirittura falsificate (ricordo il Corriere della Sera che pubblicò come vera una fotografia della Luna blu) intenzionalmente o non intenzionalmente ma con  scarsi controlli sulla autenticità della foto (come nel caso della uccisione di Osama Bin Laden: quasi tutti i giornali pubblicarono una fotografia del suo cadavere trovata su internet, ma che era in realtà un fotomontaggio).

Sì dunque ritengo che l’etica è piuttosto peggiorata.

Certo anche in passato abbiamo avuto delle foto falsificate, pensiamo ad esempio a gran parte della propaganda russa; c’è una famosa foto dei protagonisti della Rivoluzione d’Ottobre dove Trostky spariva perché non più persona gradita, proprio dipingendo a mano dettagli per coprire la persona da eliminare; in tempi più recenti cancellavano la voglia sulla fronte di Gorbaciov, ritoccandola nelle foto ufficiali. 

La storia del fotoritocco giornalistico è affascinante: in alcuni casi è semplicemente dovuto ad esigenze estetiche, come schiarire certe parti per renderle più visibili; in altri si arriva alla falsificazione vera e propria dove si aggiungono dettagli o si eliminano altre informazioni importanti (un esempio in tempi recenti, la pecettatura per nascondere dettagli nella foto famosa dove lo Stato maggiore statunitense sta seguendo in diretta l’evento della cattura di Osama Bin Laden; le mappe sul tavolo sono state corrette per non fare uscire informazioni riservate).

In generale di fronte alle fake news dovremmo semplicemente cambiare approccio: dovremmo sempre ricercare le fonti e appurarci della loro affidabilità.

Sul tuo blog proprio relativamente al restauro digitale, ho letto di quanto possa contribuire l’intelligenza artificiale: può avere qualche utilizzo anche per scoprire le fake photographs?

Più che l’intelligenza artificiale, il riconoscimento delle foto alterate è questione di matematica e informatica, quindi un’analisi delle fotografie digitali su queste basi consente di rivelare manipolazioni che sfuggono anche all’occhio del fotografo più attento. Ad esempio c’è un software particolare, usato dalle redazioni di alcuni giornali francesi, e che si chiama Tungsten, che è in grado di analizzare le varie parti di una fotografia alla ricerca delle classiche clonazioni fatte con Photoshop o simili.

L’intelligenza artificiale per ora è poco utilizzata nel campo del riconoscimento dei falsi; diciamo che ad oggi essa è molto abile a riconoscere e a categorizzare gli oggetti, dopo averle “dato in pasto” tutta una serie di immagini che contengono quell’oggetto. 

È dunque in grado di riconoscere gli oggetti nelle foto e quindi ritrovarne altre simili; ci sono sistemi di ricerca come Tineye, Karmadecay, lo stesso Google immagini o Bing di Microsoft che fanno questo tipo di analisi e che permettono di trovare l’originale della foto, non manipolata oppure scoprire utilizzi della stessa fotografia in siti non autorizzati.

Filosofeggiamo un po’. Il concetto della fotografia come rappresentazione della realtà è ampiamente dibattuto tra appassionati e professionisti della fotografia. Qual è il tuo atteggiamento? Per esempio, secondo il tuo punto di vista, quanto è”fake” una foto artefatta di un cellulare? Fino a che punto si può spingere la tecnologia? Come educare una persona a riconoscere certi artefatti se non addirittura il “fake”?

È una questione un po’ complessa, perché noi in realtà non percepiamo il reale, ma ciò che il cervello elabora e che gli arriva dall’occhio. Molto spesso la fotografia cerca di emulare questo processo tipicamente cerebrale, ma non sempre efficacemente; l’esempio classico sono le facce verdi delle persone sotto un albero in una fotografia; nella realtà il nostro cervello ha automaticamente corretto quella dominante verde, cosa che la macchina fotografica non riesce a fare così bene. Quindi c’è da fare un grande lavoro sulla percezione (dalle illusioni ottiche, alla percezione cromatica, al conoscere i meccanismi cerebrali, come ad esempio la cecità saccadica, o come percepiamo il movimento).

Fenomeni come la fotografia HDR cercano di ricreare il modo di vedere del nostro cervello.

Un certo fotoritocco ha senso in questa direzione, certamente però va dichiarato.

Non solo, la percezione spesso cambia anche in base a ciò che siamo abituati a vedere. 

Pensiamo ad esempio ai film; le persone con qualche anno sulle spalle percepiscono come più falsi, più “plasticosi” i film con il frame rate più elevato; sono più abituate alla visione dello sfarfallio del 24 fps, con un colore più morbido, la grana della pellicola. Diverso è per le generazioni più giovani già abituati ai video del gaming, ad esempio.

Certo è che, sapendo che quello che ti arriva è, in un modo o nell’altro, filtrato, dovremmo imparare a non fidarci sempre ciecamente, a farci delle domande e quindi a scoprire eventuali manipolazioni.

Un’ultima curiosità! Sul tuo profilo Instagram…pubblichi quasi solo fotografie di meravigliosi gatti. Certamente li ami, ma tra noi fotografi – spesso erroneamente – le “foto di gattini” sono viste come foto senza nerbo. Il tuo feed è in qualche modo provocatorio, o un modo per evadere? 

Lo faccio perché sento il bisogno di diffondere un po’ di bellezza, soprattutto su Twitter. Questa abitudine è nata circa 500 giorni fa, pubblico un gatto al giorno, proprio in contrasto con le cattiverie che spesso popolano i social.

Non sono tutti i miei gatti, sono gattofilo ma non ne ho così tanti. 

Ti racconto perché ho un’enorme collezione di fotografie di gatti.

Qualche tempo fa per un lavoro sulle fake news mi sono interessato alle nuove forme di propaganda digitale; come esistono video su canali YouTube fatte dai governi ma senza dichiararsi, esistono anche delle compilation di sfondi per cellulari o computer, fatti per propaganda.

Qualcuno raccoglie fotografie di graziosissime fanciulle spesso svestite, automobili ultramodificate, veicoli militari, aerei e…gatti e le unisce in compilation che puoi scaricare gratuitamente in alta risoluzione. 

Mi è sorta la domanda di chi producesse queste raccolte, oltretutto gratis, cosa insolita per internet; mi sono accorto che quasi tutti i mezzi militari o le automobili, o gli sfondi, le targhe delle auto, i cartelli erano russi. Si trattava dunque di raccolte per fini di propaganda russa. Avrei voluto proseguire nella ricerca di questo fenomeno, ma il tempo non mi è stato sufficiente, così ho conservato solo le foto di aerei, perché ne sono appassionato, e quelle dei gatti, che sono il mio messaggio di bellezza sui social.

Luisa Raimondi

Vi segnaliamo il SITO di Paolo Attivissimo, da quale potrete scoprire tutte le sue innumerevoli attività.