Quando ho chiesto a Sophirat di raccontarmi qualcosa di sé, ha sorriso e mi ha avvertito che sarebbe stata una storia lunga. “Sei troppo giovane per una storia così lunga”, le ho risposto.
Ha riso di nuovo ed è tornata all’inizio.
Sophirat Muangkum entra nel mondo della fotografia nel 2004. Non come fotografa, ma come modella. In quegli anni frequentava un gruppo di fotografi amatoriali di paesaggio. Sveglia prima dell’alba per inseguire la luce del mattino, attese del tramonto, e lunghe ore sospese nel mezzo. Prima o poi qualcuno le chiedeva di mettersi davanti alla macchina fotografica. Eppure, qualcosa non la convinceva. “Non molti mi fotografavano come io mi vedevo nella mia testa”, mi racconta.
Così compra una macchina fotografica e iniziare a fotografarsi.
Quello che nasce come un hobby diventa presto una necessità. Di giorno lavora nel marketing, dopo studi in analisi informatica. Numeri, prodotti, aspettative, in un ambiente sotto pressione costante. “Ero così stressata che finivo in ospedale ogni mese”, dice. La fotografia diventa un contrappeso, uno spazio in cui l’istinto può convivere con la disciplina. “Avevo bisogno dell’arte per guarire.”
Sophirat si definisce una perfezionista. Il fallimento la destabilizza. La macchina fotografica diventa lo strumento per dare forma concreta alle immagini interiori. Una volta presa la decisione, si dedica completamente. Ogni fine settimana fotografa, affinando il proprio linguaggio.


La nudità non è una scelta strategica. È un gesto naturale. “Ho sempre amato la nudità”, dice con una semplicità disarmante. “A casa sono sempre nuda. Questo vestito lo indosso solo per educazione.” Non c’è provocazione nelle sue parole, ma familiarità.
Non ha studiato arte formalmente, ma è cresciuta tra musei e gallerie. Ha assorbito composizione e colore ancora prima di comprendere la fotografia come linguaggio. Nei primi anni trovare modelle nude in Thailandia è quasi impossibile, e le mostre sono rare. Così continua a rivolgere l’obiettivo verso sé stessa. Se una luce sulla pelle la colpisce e non riesce a fotografarla, quella sensazione la accompagna per ore.
Fino al 2008 non guadagna nulla dalla fotografia, ed è una scelta consapevole. “Non volevo trasformare in lavoro ciò che mi stava curando.”
Il cambiamento arriva con il trasferimento in Germania. A Monaco la fotografia diventa, quasi per caso, una professione. Inizia a vendere immagini di viaggio, collabora con enti turistici, si registra ufficialmente come fotografa. Pubblica anche i suoi nudi accanto agli altri progetti. “Non mi sono mai considerata un’artista. Stavo solo liberando quello che avevo dentro.”
Vivere in Germania significa anche lavorare in solitudine. In Thailandia i fotografi spesso condividono idee in gruppo; a Monaco è sola, e viene pagata per quello che fa. “Dovevo essere abbastanza brava da sola.”
È lì che comprende quanto le idee culturali influenzino la percezione della bellezza. In Thailandia la bellezza è spesso associata a pelle chiara e perfetta. In Europa le dicono che le sue immagini sono troppo ruvide, poco levigate. Prova a adattarsi, ma non si riconosce in quel tentativo. “Non ero io. Volevo solo essere felice.”
Quando torna in Thailandia nel 2013 viene selezionata per una fiera importante ed è l’unica fotografa thailandese a esporre nudi. Le chiedono di parlare in pubblico e la reazione è immediata e intensa. Qualcuno le suggerisce di fotografare fiori. Perché è donna. Perché è thailandese. Lei non arretra. “Mi piace la pelle umana. Perché dovrei fotografare altro?”

Gli anni successivi sono difficili. La Thailandia resta profondamente conservatrice e la resistenza arriva anche da donne. C’è curiosità, persino fascinazione, ma spesso trattenuta. Nel 2015 decide di ritirarsi dalla scena pubblica, continuando a lavorare in modo più appartato. Non smette però di fotografare.
Nel 2018 organizza quella che pensa sarà la sua ultima mostra personale, un capitolo conclusivo. Più di cinquecento persone partecipano. “Mi ha svegliata”, dice. “Ho capito che c’erano persone che aspettavano questo lavoro.”
Nel frattempo, in Thailandia iniziano ad aprirsi discussioni su diversità, uguaglianza e autonomia del corpo. Il suo lavoro viene riletto in modo diverso.
Per Sophirat la nudità non è mai stata provocazione. È sempre stata relazione, fiducia, consenso, guarigione. “Se la persona che fotografo si sente meglio nel proprio corpo, il mio lavoro è fatto. Se la società ne ricava qualcosa, è un bonus.”

Ha pubblicato dieci libri, molti esauriti. I social continuano a censurare le sue immagini, gli account vengono chiusi. Lei scrolla le spalle. Ciò che conta è il lavoro.
A questo punto la nostra conversazione torna naturalmente all’inizio, non solo al momento in cui ha preso in mano per la prima volta una macchina fotografica, ma anche alle domande che ancora oggi continuano a plasmare il suo lavoro.
Guardando indietro oggi, come interpreti l’inizio del tuo percorso? Quando la nudità è diventata centrale nel tuo modo di pensare alla fotografia?
Sono entrata nella fotografia come modella amatoriale, posando per un gruppo di fotografi con cui viaggiavo. A un certo punto mi sono resa conto che nessuno mi vedeva come volevo essere vista. È stata quella consapevolezza a spingermi a comprare una macchina fotografica e a iniziare a fotografarmi, usando l’obiettivo come strumento per tradurre le immagini che avevo dentro.
Ho iniziato a fotografarmi nuda intorno al 2004. All’epoca la motivazione era semplice: trovavo che la luce sulla pelle fosse qualcosa di straordinario. Ho continuato a lavorare con la nudità da allora. All’inizio la affrontavo solo come questione di bellezza. Essendo una persona curiosa, però, ho iniziato a chiedermi: la bellezza, e poi?
Quella domanda mi ha portato ad ampliare il mio sguardo. Il nudo è diventato progressivamente uno spazio di ricerca. Quando ho iniziato a esporre, pubblico e società tendevano a ricondurre tutto a una sola domanda: è arte o è osceno? Vivendo in Thailandia, dove la nudità femminile è spesso associata a peccato o trasgressione morale, ho capito che questa tensione è profondamente radicata nel contesto culturale.
Molti artisti sentono il bisogno di sottolineare che il loro lavoro è “arte” per proteggere la propria legittimità. Essere una fotografa di nudo in Thailandia significa spesso dover dimostrare di essere una persona moralmente accettabile prima ancora che il lavoro venga guardato.
Il mio percorso nasce dal desiderio di andare oltre questa polarizzazione. Per me la nudità è un modo per parlare di consapevolezza, accettazione di sé, autonomia del corpo e, in definitiva, di cosa significhi essere umani.

Come nasce un tuo lavoro sul nudo?
Il mio processo creativo non è mai stato statico; si evolve insieme a me, anche perché sono autodidatta. Nei primi anni non ero particolarmente concentrata sulla precisione tecnica. Fotografavo ciò che esisteva nella mia mente. Per molto tempo ho lavorato sul nudo attraverso l’idea di bellezza, senza rendermi conto che stavo già toccando temi come libertà e autonomia.
Sono cresciuta in una famiglia in cui mi veniva spesso detto come vestirmi e come comportarmi. In quel contesto, spogliarmi quando ero sola nella mia stanza è stato un piccolo atto di resistenza, un modo per reclamare uno spazio personale. All’epoca non lo analizzavo in termini teorici, stavo semplicemente iniziando a registrare quei momenti attraverso la fotografia.
Dopo circa dieci anni il mio approccio è cambiato. Ho iniziato a interrogarmi su cosa un’immagine di nudo possa realmente comunicare. Ogni fotografia porta con sé un contesto e un’intenzione che vanno oltre la superficie. Nel mio lavoro il corpo, privato dei segni sociali più evidenti, crea uno spazio più diretto tra chi guarda e chi è guardato.

Per creare un nudo bisogna essere liberi dalle proprie inibizioni?
Credo sia essenziale riconoscere i limiti interiori che imponiamo al nostro corpo. Mi interessano molto gli stati emotivi miei, dei soggetti e di chi guarda il mio lavoro. Per questo il mio percorso nasce spesso da domande e sperimentazioni, più che da conclusioni definitive.
L’autocensura, per me, è come costruire confini invisibili attorno alla propria pratica. Se non mi fido di ciò che sto facendo, quella tensione entra inevitabilmente nell’immagine. Il dubbio non scompare, diventa parte del lavoro.
La fotografia di nudo è stata a lungo dominata dallo sguardo maschile. Pensi che il tuo lavoro venga letto diversamente perché sei una donna che fotografa corpi nudi?
Il mio lavoro può essere interpretato in modo diverso a seconda di chi guarda e del contesto. Se l’immagine parla solo di bellezza, in superficie può sembrare simile ad altre. Ma uno sguardo femminile raramente trasforma il corpo in oggetto.
Ho una regola personale molto chiara: non fotograferei mai qualcosa che non sarei disposta a essere io stessa. Fiducia, rispetto reciproco e consenso sono fondamentali nel mio processo.
Nei progetti più concettuali è importante che chi guarda legga anche il testo dell’artista per comprendere contesto e intenzioni. Le mie ispirazioni nascono da ciò che mi interessa profondamente; quindi, è naturale che i lavori sul nudo siano aperti a interpretazioni diverse.

Guardando le tue immagini, mi chiedo se il corpo nudo abbia un significato universale o se sia sempre legato a un contesto culturale specifico.
Dopo molti anni di lavoro in contesti diversi, penso che il corpo nudo abbia una dimensione universale. La parola che sento più vicina è “umano”. Quando un corpo è nudo diventa più difficile ridurlo immediatamente a categorie sociali o culturali.
Allo stesso tempo, ogni immagine è radicata in un contesto. La nudità è un linguaggio e non tutti lo interpretano nello stesso modo. L’equivoco è possibile, soprattutto in luoghi in cui il corpo è storicamente associato a vergogna o punizione.
Ho compreso la specificità culturale soprattutto attraverso il lavoro sul campo, in luoghi in cui la nudità è associata a vergogna o punizione. In questi contesti chi posa può aver interiorizzato queste idee fin dall’infanzia. Chi guarda, però, non ne è consapevole, a meno che l’artista non scelga di raccontarlo. Ciò che conta per me è aprire uno spazio di dialogo.

La Thailandia viene spesso percepita dall’esterno come sessualmente aperta, ma sul piano sociale resta profondamente conservatrice. In che modo questa contraddizione influenza la ricezione del tuo lavoro nel tuo Paese?
Non mi sorprende che dall’esterno la Thailandia venga vista come un Paese sessualmente aperto. Probabilmente dipende dal fatto che l’attenzione dei media e del discorso pubblico si concentra soprattutto sulle grandi città, come Bangkok o Chiang Mai, dove esistono più iniziative, campagne e attività legate alla sensibilizzazione. Ma ci sono ancora molte province in cui i temi di cui stiamo parlando restano lontani.
Idee instillate oltre cent’anni fa, e poi consolidate anche a livello legislativo, continuano a influenzare l’immaginario collettivo. Questa eredità condiziona profondamente la ricezione del mio lavoro. Nei casi più estremi porta al rifiuto totale: alcune persone scelgono di non guardare, di non entrare in dialogo, perché considerano ciò che faccio qualcosa di cui non si dovrebbe parlare, qualcosa di vergognoso.
Quando c’è il desiderio di comunicare ma manca la disponibilità ad ascoltare, il lavoro non può funzionare come dovrebbe. È una difficoltà particolare per chi cerca di generare consapevolezza. Per questo la sfida non riguarda solo la creazione delle immagini, ma anche il modo in cui si costruiscono spazi di dialogo, affinché sia possibile davvero parlarsi.
Come hanno reagito i thailandesi alle tue fotografie, sia pubblicamente che in privato? Si sta aprendo uno spazio per questo tipo di lavoro?
Negli ultimi anni sì. I media thailandesi sono più disponibili a parlare di nudità e consapevolezza. La società thailandese è oggi più diversificata rispetto al passato, quando l’attenzione era quasi esclusivamente rivolta a narrazioni mainstream.
Gran parte del mio pubblico appartiene alle generazioni più giovani, e questa fascia continua a crescere. Molti sono cresciuti insieme al mio lavoro. Mi sembra di vivere un momento di transizione, un periodo in cui la comprensione sta cambiando. Oggi lo spazio per questo tipo di pratica in Thailandia si è ampliato. Gli artisti si sentono più sicuri nel lavorare con la nudità, perché non comporta più le stesse conseguenze personali di un tempo.


Esiste, secondo la tua esperienza, un rapporto specificamente thailandese con la nudità? E in che modo i valori buddhisti, l’idea di modestia o la spiritualità influenzano la percezione del corpo nudo?
Molti thailandesi continuano a percepirla come qualcosa di vergognoso. Storicamente, l’adozione di modelli occidentali ha legato l’abito all’idea di civiltà, e questa visione è rimasta forte. È paradossale: mentre la Thailandia adottava quei valori, le società occidentali hanno nel frattempo evoluto il proprio sguardo, arrivando a collegare il corpo nudo alla natura o alla spiritualità. In Thailandia, invece, restano forti schemi più antichi.
Per quanto riguarda il buddhismo, credo che esistano diversi livelli di interpretazione. Nell’immaginario comune il corpo nudo viene spesso letto attraverso categorie morali, sociali e culturali, inevitabilmente intrecciate alla religione. In questo quadro la nudità è regolata da ciò che si ritiene accettabile o meno. Nel pensiero buddhista, però, il corpo può essere considerato piuttosto come uno stimolo sensoriale, non come qualcosa di intrinsecamente immorale.
Per me la nudità ha anche una dimensione spirituale. Riduce l’ego, allenta l’attaccamento, riporta al corpo come dimora dello spirito.

Hai vissuto e lavorato a Monaco per diversi anni. In che modo quell’esperienza ha influenzato il tuo lavoro e la tua percezione della nudità?
Ha avuto un impatto significativo. Prima di trasferirmi in Germania il mio lavoro poteva essere definito underground. Era conosciuto solo in una piccola cerchia e mostrato principalmente attraverso un sito che presentava solo una parte delle immagini. Guardando indietro, la differenza nel modo in cui lavoravo con i soggetti è evidente.
All’epoca i volti raramente apparivano. Essere modella di nudo era ancora percepito come qualcosa di negativo; quindi, molte persone accettavano di posare completamente nude solo a condizione di non mostrare il volto. Questa dinamica si è ripetuta così spesso che si è diffusa l’idea che un ‘buon’ nudo artistico dovesse essere difficile da guardare, anonimo, senza identità. In realtà questo non ha nulla a che fare con l’essenza del lavoro. Anche io, per un periodo, sono stata intrappolata nel dibattito tra arte e oscenità.
A Monaco è stato diverso. Ho potuto fotografare i volti. Ricordo ancora una persona che mi disse, ‘Mi sono tolta tutti i vestiti, non vuoi fotografare anche il mio viso?’ Quella frase rappresentava l’opposto di ciò che avevo vissuto in Thailandia.
In Europa esiste una lunga tradizione di confronto con l’arte. C’è un’accettazione più naturale del corpo. In quel contesto ho fotografato persone che mi dicevano di voler posare semplicemente per sentirsi meglio nel proprio corpo.
È stato lì che ho compreso con chiarezza che la fotografia di nudo può essere anche una forma di guarigione emotiva. Da quel momento ho iniziato a esplorare la nudità da prospettive che prima non avevo considerato.


Pensi che il tuo lavoro metta in discussione il modo in cui il corpo viene tradizionalmente rappresentato nella cultura visiva thailandese?
Sì. Mi chiedo spesso perché la nudità venga considerata qualcosa di proibito. Se restiamo bloccati su questa barriera iniziale, non riusciamo a vedere le altre dimensioni che un’immagine può contenere.
Nella maggior parte dei miei lavori fotografo persone comuni. Non le idealizzo né le metto in posa per creare un’estetica convenzionale. Voglio invitare chi guarda a riconoscersi, come cittadino del mondo. Al di là dell’opera o della mostra, ciò che mi interessa è aprire uno spazio di scambio.
Dico spesso che il mio lavoro non cerca di dare risposte, ma di stimolare domande. Credo che la capacità di interrogarsi sia qualcosa di cui la società thailandese ha ancora bisogno.

Cosa speri rimanga nello spettatore una volta superata la reazione iniziale alla nudità?
Spero resti una forma di consapevolezza, o almeno una domanda. Per me la nudità è un mezzo, un linguaggio. È un modo per interrogare il nostro sguardo sugli altri corpi, sul nostro stesso corpo e sull’idea di uguaglianza umana.
Non è necessario capire tutto subito. È sufficiente che qualcosa si muova, che si inneschi un cambiamento, anche minimo, nella percezione.

Chi detiene il potere nelle tue immagini: la fotografa, il soggetto o chi guarda?
Credo che, nella fotografia, il potere sia condiviso tra fotografa e soggetto. Anche se sono io a premere l’otturatore, considero il mio lavoro una collaborazione. La persona davanti all’obiettivo è proprietaria della propria narrazione, che si esprime attraverso il corpo. Io cerco di ridurre il desiderio di controllo e di lasciare spazio all’essere, diventando una mediatrice che registra ciò che accade in quel momento.
Chi guarda detiene un altro tipo di potere: quello della responsabilità. La responsabilità di scegliere come guardare e quale significato attribuire all’immagine.

Chi sono stati i tuoi mentori e chi ti ispira nel tuo lavoro?
All’inizio del mio percorso c’era un fotografo che ammiravo profondamente. Gli inviavo gli autoritratti e gli chiedevo un parere. Per me era una sorta di mentore personale. Si chiama Pop Fineart.
Dopo il mio ritorno da Monaco mi disse una cosa molto semplice: ‘Hai affinato il tuo lavoro fino a trovare la tua voce. Non ho più nulla da consigliarti.’ Forse perché il mio lavoro non parlava più solo di bellezza del corpo.
La mia principale fonte di ispirazione sono io stessa, nel senso che mi lascio guidare da ciò che mi appassiona. L’umanità, le conversazioni, il viaggio, la nudità, le domande.
Se penso ad artisti che ammiro, ce ne sono diversi: Joel Peter-Witkin, Ren Hang, Nobuyoshi Araki, Francesca Woodman. Mi colpisce la loro forte individualità, il modo diverso in cui utilizzano la nudità, la loro estetica, una bellezza che non segue gli standard dominanti. Nei loro lavori sento imperfezione, vulnerabilità, verità.
Quando la nostra conversazione si avvia alla fine, Sophirat torna quasi con naturalezza su qualcosa che aveva detto poco prima. Non parla della fotografia come di una carriera, né come di una scelta artistica.
“Farò fotografie fino alla fine della mia vita”, ripete.
Questa volta non sembra una dichiarazione, ma una semplice certezza.
Silvia Donà