La fotografia di matrimonio tra committenza e autorialità: intervista a Max Allegritti

La fotografia di matrimonio ed il compromesso tra richieste della committenza e necessità di espressione autoriale da parte del fotografo. Ne parliamo con Max Allegritti, fotografo matrimonialista Certified by Leica.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la fotografia sarebbe diventata la tua professione, il momento della tua “epifania”, e cosa ti ha spinto più di tutto?

Ho cominciato a fare fotografia a livello amatoriale, come tutti, e rispetto ad altri arti che ho praticato nel tempo, musica, pittura, scrittura, la fotografia è stata l’unica che mi ha preso totalmente. Ho poi provato a fare da assistente ad un fotografo di matrimoni, fino a che qualcuno ha chiesto a me di fare foto al matrimonio ed ho deciso di fare il salto e diventare fotografo professionista nel 2016 quando ho raggiunto un numero di matrimoni tale da poter mantenere la mia famiglia per un anno, non avrei mai preso questa decisione per seguire solo le mie velleità artistiche.

Quello che mi ha spinto più di tutto è stato il mio desiderio di indipendenza poiché soffrivo molto a lavorare in azienda come dipendente, unitamente alla possibilità di fare ciò che mi piace.

Come è cambiato il tuo rapporto con la fotografia da quando è diventata la tua professione, da quando lavori su committenza?

Il mio rapporto con la fotografia da subito non è cambiato. Ho continuato a fare fotografia come l’ho sempre fatta, con lo stesso spirito, facendo quello che piaceva a me perché si dimostrava una strategia vincente. Dopo tre anni, tuttavia, mi sono reso conto che questo mio seguire il mio solo sentire e l’identificare molto me stesso con la fotografia non teneva conto della committenza. Di fatto io proponevo me stesso, mettendoci dentro tutte le mie questioni personali; la mia fotografia ha cominciato a diventare a tratti molto cupa, molto complessa, molto scura e ovviamente una coppia che si sposa, che vuole gioia, felicità, amore non è molto attirata da tutto ciò che è complessità, alternanza di luce e ombra. Il mio rapporto con la fotografia è cambiato quest’anno, quando finalmente sono riuscito a smettere di fare il fotoamatore. Ho smesso di approcciare la fotografia come uno strumento di esclusiva comunicazione di me. La fotografia su committenza non è un rapporto uno a uno, ma neppure uno a due, è un rapporto uno a tre: io, il soggetto e un terzo osservatore che non necessariamente è il soggetto e che può non gradire affatto o non capire quanto cerco di comunicare; si finisce perciò per avvilupparsi e si entra nelle cosiddette crisi creative. Cambia il rapporto con la fotografia quando la si approccia come un lavoro. Il tuo “capo” è la committenza, un mutuo da pagare e dei figli da mantenere.  C’è da fare un grosso lavoro, che ancora sto facendo, imparando a comprendere che quello che si fa, lo si fa perché c’è qualcun altro che ce lo chiede. La piena identificazione di sé stessi nelle proprie immagini è possibile ma in altri ambiti: quelli puramente artistici. Ciò non toglie, tuttavia, che tutto ciò che noi siamo, che siamo stati, tutto ciò che noi abbiamo vissuto, comunque continueremo a metterlo nella nostra fotografia in maniera inconscia, senza rendercene conto.

Se dovessi definire in poche, pochissime parole, la tua poetica, il sentire che informa tutta la tua fotografia, o, perlomeno, quella che ti appartiene, quali useresti? Perché? Puoi usare anche una citazione.

Io non so descrivere la mia fotografia. Posso dirti come approccio la vita. Posso dirti come vivo la mia vita e quello che faccio, perché è poi quello che noi viviamo che finisce nella nostra fotografia. Quindi, come mi suggerisci tu, userei una citazione, di Niccolò Fabi, che mi ha fatto conoscere un mio amico fotografo: «una somma di piccole cose». È facendo le piccole cose quotidiane che di fatto raggiungiamo la nostra completezza, come canta Fabi; una somma di passi che arrivano a cento, di scelte sbagliate che ho capito con il tempo. È questo che io metto nella mia fotografia.

Chi sono i fotografi che ti hanno ispirato e cosa cerchi nella fotografia altrui?

Sicuramente Alec Soth e tutti gli storici di quel filone fotografico, quindi Egglestone, Stephen Shore; oppure Ghirri. Fotografi che mi hanno affascinato tanto e affascinano tuttora, perché hanno quella capacità di sguardo sulla realtà molto semplice, però molto attenta. Un altro che mi piace tantissimo è Larry Fink.

Poi ci sono fotografi contemporanei, tra cui anche quelli di matrimonio, ma pochissimi; come Anna Visentin, Thomas Harris, Iacometti per i progetti fotografici, Claudia Gori, tu stessa sei un’ottima fotografa di matrimonio e sono molto colpito dai lavori che fai.

Quello che mi interessa nella fotografia altrui è scoprire che c’è un modo di vedere la realtà che è diverso dal mio. Lo noto soprattutto quando vado a fare i matrimoni come secondo fotografo, scoprire cosa vede l’altro rispetto a me, come vede l’altro il mondo. Una maniera completamente diversa, nuova.

Parliamo della tua fotografia di cerimonia. Nella visione dei tuoi reportage di matrimonio mi sembra di notare una predilezione per inquadrature ampie, con una costruzione molto attenta di tutto quanto è inserito nello spazio della inquadratura, è una cosa che fai egregiamente. Quanto questo risultato è frutto di una prontezza nel momento dello scatto, o quanto piuttosto di una capacità anticipatoria di una scena, studiata attraverso più scatti per arrivare a quello finale tramite un editing accurato?

Nella fotografia di matrimonio io applico il reportage puro, scattato con focali molto corte, 28, 35 mm al massimo, prediligendo il 28 mm.

Per me è importante che tutti gli elementi all’interno dell’immagine siano al loro posto; utilizzando una espressione di Stephen Shore, penso che il fotografo sia colui che deve mettere ordine in una realtà apparentemente caotica. Il risultato è dunque un mix delle due cose che citi: sia un cogliere il momento giusto, sia un editing accurato. Io non sono uno street photographer, non aspetto il momento, non mi costruisco in anticipo la scena; io devo raccontare quello che vivo in quel momento e lo faccio dando un ordine alle cose e quindi gli elementi delle mie fotografie sono tutti al loro posto, composti bene e lo faccio sia in fase di scatto che in fase di editing, scegliendo uno scatto tra quattro o cinque che ho realizzato, anche se non scatto a raffica. Se di una scena non c’è nessuno scatto che mi soddisfa, io la butto senza problemi.

@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore

Seguendoti sulla tua pagina Instagram ho notato che ti piace molto ritrarre la sposa pronta, nella sua stanza, davanti ad una finestra o alla porta, o anche gli sposi, sempre alla finestra “tra luce e ombra” per citarti. Sono fotografie molto semplici, statiche, ma pregnanti e dense di una sensazione quasi insondabile. “La soglia” è un elemento molto importante nella fotografia di Ghirri, me lo hai ricordato: ti ci ritrovi? 

Di fatto questo è dovuto a quello che dicevamo prima: quell’inconscio che fa sì che io metta me stesso nella fotografia. Cioè quando passi di fatto nella tua vita da un momento di tenebra a un momento di luce questo è quello che viene fuori. Non è una cosa cercata, ma quando riguardi la foto ti ci riconosci «Ah, caspita, ma questo sono io!».

L’altra questione interessante è che di fatto il matrimonio è una fase di passaggio nella vita delle persone, è proprio una transizione netta. C’è un passaggio.

@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore
@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore

Un’ultima domanda sulla tua fotografia di matrimonio. La tua attenzione è spesso catturata dagli invitati, durante il ricevimento o in momenti di pausa: si ha l’impressione di entrare in un’altra storia. Vuoi raccontarci qualcosa di queste immagini?

Sì, io mi diverto molto con gli invitati, perché sono molto attratto dalla umanità delle persone che incontro e conosco ai matrimoni; di fatto durante un matrimonio si viene a contatto con tanta gente e queste persone hanno delle storie, dei modi di fare, degli aneddoti da raccontare. Il matrimonio ti dà la possibilità di conoscerli. Essendo il fotografo ufficiale ho il vantaggio di essere agevolato nella relazione con il soggetto. Cerco di raccontare quello che loro vivono in quel giorno. È uno spaccato di umanità nascosta all’interno dei ricevimenti di matrimonio e che mi piace molto sondare.

@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore
@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore
@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore

Lavorare su committenza è anche business: qual è il tuo cliente ideale per quanto concerne la fotografia di matrimonio? Per dirla altrimenti: quando i clienti decidono di “sposare” la fotografia di Max Allegritti? C’è ancora spazio autoriale in questo campo? 

Il mio cliente ideale è quello che sa quello che vuole, quello che guarda le mie fotografie, le capisce e vuole quel tipo di fotografia, fidandosi ciecamente. Non ha paura di sembrare troppo in ombra, troppo scuro, con una brutta faccia, ecc. Non vede solo sé stesso, ma vede tutto, la totalità della giornata, persone, luoghi. Purtroppo siamo in un momento storico in cui l’Io è al centro di tutto; siamo una società egocentrica e quando non ci si piace, non ci si vede, allora le foto non piacciono. È molto difficile in questo momento nella fotografia di matrimonio trovare quella coppia che non guarda soltanto sé stessa.

Cosa vorresti cambiare della tua professione?

Della mia attività professionale, in questo momento sono in una fase di transizione, sto valutando se proseguire con il matrimonio o dedicarmi ad altro. Se la mia fotografia di matrimonio è autoriale e non riesco a venderla, non vengo riconosciuto, devo decidere se continuare o meno. Se parliamo del mondo della fotografia o della fotografia di matrimonio, il discorso è davvero troppo ampio!

Su Instagram esiste un altro tuo progetto fotografico, molto interessante: “Brianzaland”. Ce lo spieghi in qualche parola? Cosa ti ha spinto ad iniziarlo? Cosa prevedi di realizzarne? 

Brianzaland nasce per caso, come tutte le cose per me! Avendo scoperto fotografi come Egglestone, Shore, Soth, ho cominciato istintivamente a guardare la Brianza in quel modo e quindi ho cominciato a fotografare con lo smartphone, per praticità, quello che vedo; un’edicola mariana, un capannone, una panchina con delle persone; guardo e fotografo quello che il mio occhio vede, in modo semplice, ma anche molto complicato. Composizione e colori rigorosi. Un luogo semplice ma fotografato in maniera complessa.

Mi piacerebbe poterne fare un libro, una mostra, ma non ho ancora un’idea precisa. Insieme ad un amico fotografo volevo farne qualcosa di più strutturato, ma per mancanza di tempo non siamo riusciti. Stiamo a vedere!

@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore
@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore
@ Max Allegritti - cortesia dell'autore
@ Max Allegritti – cortesia dell’autore

«La fotografia è un cammino» scrivi sul tuo blog. A che punto sei del tuo cammino, della tua crescita? Quali saranno i tuoi prossimi passi? Come procedi nella tua crescita? Ti riconosci ancora nelle tue prime fotografie? Cosa è cambiato? 

Sono in una fase di presa di coscienza di sé, del proprio ruolo, del proprio compito nel mondo.

Sento di essere nel periodo della fioritura; io non sono ancora un frutto, ma una pianta che sta per fiorire e l’inverno che sta per arrivare porterà quella quiete e quel silenzio carico di attesa della primavera.

Se dovessi guardare le foto di tre anni fa non mi riconoscerei, ma è come se prendessi un tema di italiano scritto in terza media e lo rileggessi ora. La fotografia è un cammino, sì, è un linguaggio che si sviluppa insieme a noi.

L’ultima domanda. Le tue Instagram Stories. Non esiste un archivio per chi, tra i lettori, volesse prenderne visione, ma chi, come me, ti segue da tempo, ha notato che in esse c’è molto di te, di quello che si percepisce della tua fotografia: una grande capacità di penetrazione della realtà, cogliendo nel comune, nell’ordinario, qualcosa di più, su cui la tua attenzione e la tua sensibilità si soffermano, ma soprattutto, ci sa fermare. Hai mai pensato di farne un lavoro organico, di raccoglierle? Cosa ne pensi? 

Le mie IG stories nascono davvero per caso anche se dietro c’è una strategia ben precisa. Mentre tutti mostrano i loro lavori, anteprime dei post, selfie e backstage, io ho deciso di utilizzarle per raccontare quello che vivo ma con un taglio molto fotografico. Possono essere immagini che sto vivendo, dal pranzo coi miei, un pomeriggio con il gatto, un momento in studio, oppure piccole clip, ma sempre con un taglio fotografico molto rigido dal punto di vista compositivo, cromatico.

È una fotografia quotidiana come approccio, anche se non posto tutti i giorni.

Non ho mai pensato di farne una raccolta, ma potrebbe essere una cosa interessante, perché guardando i profili di Instagram di tanti colleghi quasi nessuno utilizza le stories in questo modo.

Sarebbe da fare almeno un archivio, sfogliabile.

 

Il sito di Max Allegritti e la pagina Instagram di Max Allegritti

 

Luisa Raimondi