L’Ultima Cena di Leonardo ispira la fotografia

Il 2019 è stato l’anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci e in tutta Italia – e non solo – numerosi eventi si sono susseguiti per onorare la memoria del Maestro.

Nel capoluogo lombardo si è confermata altissima l’affluenza di persone a Santa Maria delle Grazie, nel cui refettorio è conservata l’opera vinciana milanese più importante: l’ultima cena. Come scritto in molti saggi, uno dei vertici della pittura di tutti i tempi, e non solo di quella sacra; un riferimento obbligatorio per ogni produzione successiva. 

Leonardo scatta l’immagine nell’esatto istante in cui Gesù dichiara «Qualcuno di voi mi tradirà» e mette in scena lo scompiglio degli apostoli e i loro sentimenti di dolore, incredulità, indagine, curiosità, rabbia, accettazione, perfino buia sorpresa di essere stato scoperto.

Ciascun personaggio vive così una reazione diversa in relazione al profilo caratteriale ed alle differenti qualità personali, come tramandati dalla tradizione evangelica e agiografica, ma come mai nessun pittore era riuscito fino ad allora a tradurre in immagine.

Forse la più grande e significativa novità è che Giuda, qui simbolo del male, siede a tavola vicino a Gesù, insieme a tutti gli altri – mentre le ultime cene solitamente lo ritraevano relegato a un’estremità o dalla  parte opposta del tavolo – a conferma che Gesù ha davvero condiviso la nostra situazione umana.

Ad una lettura attenta la costruzione poi non è affatto casuale ma studiata nei minimi particolari per dare ritmo sequenziale alla composizione, in particolare grazie allo spartito creato dalle mani dei personaggi. Leonardo «Tiene conto fin nei minimi dettagli dell’associazione fra i discepoli nel suo complesso, ma anche dei rapporti fra uno e l’altro e fra tutti loro» dice lo storico dell’arte Ludwig H. Heydenreich.

Questa breve descrizione è forse sufficiente a far capire che il Cenacolo è a tutti gli effetti un manuale di composizione, che insegna uso della luce, relazione fra personaggi, simbolismo e prospettiva ad aspiranti fotografi.

E così, anche senza avventurarsi in una ricerca profonda, si scopre che questa opera d’arte ritorna come ispirazione, citazione ed esempio nelle immagini di molti fotografi con intenzioni e significati diversi, che ne sottolineano l’universalità, trasversalità e grande attualità.

Di seguito suggeriamo una piccola selezione.

HIROSHI SUGIMOTO 1948, Giappone
Importante esponente della fotografia contemporanea, la sua poetica è ispirata dall’arte minimalista e concettuale della tradizione orientale. Fotografo che predilige il grande formato analogico, è noto per il rigore artigianale del suo processo artistico, dalla fase di scatto alla stampa in bianco e nero, che realizza partendo da emulsioni fotografiche preparate personalmente.

La sua “The Last Supper” è una fotografia composta da cinque immagini, di un modello tridimensionale dell’Ultima Cena al Museo delle Cere di Izu, in Giappone, scattata nel 1999. 

Quando l’uragano Sandy colpì New York, lo studio di Sugimoto si allagò e la superficie dei cinque scatti dedicati al Cenacolo venne danneggiata. Ne riemerse increspata e scolorita, creando un ulteriore legame materico con l’opera di Leonardo. 

Posso essere solo grato alla tempesta per aver sottoposto il mio lavoro a uno stress di mezzo millennio in così poco tempo”, commentò in seguito l’artista, che, come indica il nuovo titolo “The Last Supper. Act of God”, vide nell’incidente un intervento divino.

DAVID LACHAPELLE 1963, Stati Uniti
Originale esponente della fotografia pop, ha guadagnato le luci della ribalta mondiale grazie ad importanti commissioni nella fotografia di moda e pubblicitaria.

La sua fotografia è barocca, grottesca, volutamente artificiale e patinata. Caratteristiche esibite con astuzia e gestite con grande maestria nella messa in scena degli. scatti, che non fanno nulla per nascondere la loro impostura. Tanto da dichiarare «Il mio lavoro è onesto perché non si spaccia per realtà».

Ne “L’Ultima Cena” del 2003, dissacrante e caricaturale, iper realista e colorata, Cristo non pare avere alcun messaggio per l’umanità. L’espressione assente, le mani non donano nulla. I commensali sono un miscuglio interrazziale di giovinastri che sorseggia birra. Fa capolino anche una Maria Maddalena formato pop star.

LaChappelle parla del suo lavoro in questi termini: «Cerco il brutto nel bello ed il bello nel Kitsch. Cerco il bello dove le persone non si aspettano di trovarlo. Mi allontano deliberatamente dalla vita di tutti i giorni perché la vita è troppo triste»

MARCOS LOPEZ 1958, Argentina
I lavori del fotografo argentino sono rivolti all’esagerazione, ottenuta da composizioni piene che non lasciano spazi liberi. Così descrive la propria ossessione: «Mi interessa l’eccesso. Credo sia un atto di ribellione e di incorporare l’idea tipica dell’America Latina dell’esagerazione, della corruzione, povertà, ricchezze naturali, disuguaglianza sociale. Un territorio esagerato senza limiti né etici, né morali».

“Asado en Mendiolaza” del 2001 è una versione gaucho dell’Ultima Cena, e mostra un  tipico barbecue argentino con salsiccia e maialino inclusi. Sono i dettagli che caratterizzano l’opera: forte il riferimento alla cultura popolare, alle tradizioni più o meno folkloristiche, alla carnalità, alla passione. O più semplicemente al calcio, simboleggiato dalle maglie di alcuni partecipanti al banchetto.

CUI XIUWEN 1970 – 2018, Cina
Autrice molto nota in patria, scomparsa prematuramente all’età di 50 anni, ha utilizzato indistintamente pittura, video e fotografia nella sua carriera artistica. Rivoluzionaria e femminista, in “Sanjie” si moltiplica per tutti e tredici i soggetti dell’Ultima Cena, sottolineando il tema dell’omologazione del regime comunista. Ma anche la riflessione che in ogni singolo individuo convivono il salvatore ed il traditore, un complesso yan yang della filosofia cinese.

MAURIZIO GALIMBERTI 1956, Como
Artista dedito alla fotografia istantanea si occupa di scomporre le figure, riprendendo la scena da diverse angolazioni e prospettive, ricomponendo poi l’immagine in mosaici che acquistano una grande tridimensionalità.

Nel suo personale omaggio al Cenacolo Vinciano, Galimberti costruisce una nuova narrazione trasfigurando il reale. Il corpo di Cristo viene scomposto, gli apostoli moltiplicati. La scena mantiene inalterato il mistero e vede amplificata la propria complessità.

Per approfondire questo lavoro vi consiglio un articolo che ho scritto qualche settimana fa, lo potete leggere qui.

ANDY WHAROL 1928 – 1987, Stati Uniti
Un grande artista, discusso ed eclettico, figura predominante del movimento della Pop art e uno dei più influenti artisti del XX secolo. Fu anche fotografo, utilizzò la serigrafia come tecnica per le sue numerose Ultime Cene. 

Si è calcolato che Warhol, comprese le opere in cui ha usato il volto di Cristo come multiplo, lo abbia raffigurato ben 448 volte. Si tratta del ciclo a soggetto religioso più numeroso di tutta l’arte americana. 

Alcune opere sono le più monumentali della produzione di Warhol: “The Last Supper (Red)” del 1986, con i suoi dieci metri di larghezza, supera in dimensioni l’originale leonardesco.

La citazione che più di altre evidenzia il rispetto di Warhol per il sacro è questa: «Dissacrante è la nostra società che banalizza anche quanto c’è di più profondo, il consumismo svilisce quanto c’è di più alto».

 

Mirko Bonfanti
magazine.discosifotografici.it