Invito alla lettura del libro “L’istante e la sua ombra” di Jean Christophe Bailly

«Una fotografia è giunta, si è sollevata, o estratta, è sorta».

Così si apre il breve saggio di Jean Christophe Bailly, che, dal fortuito associarsi nella sua mente di due famose immagini, ci conduce attraverso un’illuminante disquisizione sulla natura della fotografia e della ripresa fotografica.

La prima immagine che innesca tutte le riflessioni dell’autore è la Tavola X: The Haystack (il covone di fieno), tratta dal primo libro di fotografie del mondo “The Pencil of Nature”, pubblicato nel 1844 da Henry Fox Talbot.

La seconda e la terza immagine, a loro volta connesse, sono due fotografie scattate a Hiroshima e Nagasaki poco dopo il lancio della bomba atomica. La prima rappresenta una scala bianca, appoggiata ad una saracinesca dove si intravede l’ombra di un uomo ed è, forse molto banalmente, proprio in ragione della scala che scatta l’associazione mentale in Bailly. La seconda, su cui insisterà maggiormente l’autore, è invece l’immagine del segno lasciato su di una saracinesca da una scala e da un uomo (probabilmente a Nagasaki), impressi e poi spazzati via dalla potenza del flash della bomba atomica.

Le due fotografie a confronto

È a partire dalla connessione tra la prima immagine giapponese e il covone di Talbot, che l’autore decide di scrivere il suo saggio, ma è alla seconda che pensano coloro cui Bailly racconta il suo impulso. Questa distonia anticipa ciò che sostiene nel suo saggio l’autore, cioè quanto sia magmatico il nostro archivio iconico, cui, spesso nostro malgrado, accediamo in lapsus e connessioni tanto improvvisi quanto degni di indagine.

In realtà, il processo di correlazione tra le immagini, all’origine del saggio, non fu innescato dal calotipo originale, ma da una sua riproduzione sotto forma di cartolina, che nel 2005 Bailly acquistò sul banco del museo Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône.

La cosa è già di per sé indicativa di tutto il percorso attraverso cui ci porta l’autore. Prima ancora di ricordargli l’immagine di Hiroshima, la cartolina è essa stessa richiamo, rimando, alla fotografia sulla Tavola X del libro di Talbot, matrice, in virtù della riproducibilità della fotografia (grazie al calotipo inventato da Talbot). Ciò conferma quanto iscritto nel DNA della immagine fotografica, così apparentemente innocentemente neutra, così seducentemente ambigua e potente da condurci attraverso un viaggio di ombre, tracce, ricordi, sogni, che è poi il percorso dove ci porta Jean Christophe Bailly in questo suo libro.

La prima e più densa parte del breve saggio è dedicata a tutta una serie di riflessioni che scaturiscono da “Haystack” e dalle intenzioni dello stesso Talbot.

È oltremodo emozionante leggere che l’inventore del calotipo non considerasse la fotografia come la fedele rappresentazione della realtà, essendo essa eccezionalmente verosimile, soprattutto se confrontata con un disegno – opinione peraltro lecita all’epoca della stupita nascita della Fotografia e diventata anche in tempi lontani dalla sua scoperta ampiamente dibattuta -; ma piuttosto fosse affascinato da essa come un disegno che esegue direttamente la natura (da qui il titolo del suo libro) e che, dunque, ne rappresenta una mera proiezione, come accade per un’ombra o un riflesso. Catturare questa proiezione è ciò che interessa Talbot, affascinato dall’azione imparziale della natura, non al contrario, come spesso è accaduto a tanti fotografi, sino ai giorni nostri, la cattura della realtà. Talbot è affascinato da questa rivelazione, questa “apparizione fatata”, questa impronta luminosa, che però genera un’immagine autonoma. Come non pensare alla famigerata frase di Magritte «ce n’est pas une pipe»? O, ancora, all’osservazione di John Berger: «le foto non traducono dalle apparenze, le citano»?

Già Narciso e il suo riflesso o la storia della giovane di Corinto e dell’ombra dell’amato in procinto di partire per la guerra, raccontata da Plinio, avevano anticipato il desiderio di cattura di una proiezione, ma solo la fotografia riesce a fissarla.

Ciò nondimeno, ed anche questo emoziona, Talbot nello studiare il miracolo fotografico (tanto amati i suoi disegni fotogenici) non parla di tempo fermato, ma, citando Bailly in uno dei passaggi più pregnanti del libro: «La fotografia, che può catturare un’ombra, è essa stessa come un’ombra, come l’ombra portata dell’istante che coglie. Questa cattura è una sospensione, una deriva nel corso del tempo – un’immagine, un’iper-immagine. L’immobilità dell’immagine è completa, assoluta, ma ciò che capta e che racconta è la mobilità stessa, è il carattere fuggitivo di ogni evento.  – inoltre come riporta ancora Bailly citando anche Talbot – in grado di catturare un’ombra, e dunque […] di trasformare l’emblema proverbiale di tutto ciò che è evanescente in onda stazionaria o in polo d’inerzia, la fotografia si dispiega di colpo come un’arte che, se da un lato separa il tempo da se stesso ponendolo, dall’altro lavora con esso, lo comprime, lo dilata, lo ramifica».

Consola sapere che queste riflessioni fossero già state partorite proprio da chi ha contribuito alla nascita di un’arte che troppo spesso è stata interpretata come la fedele rappresentazione della realtà, capace di cristallizzare il tempo; Talbot aveva già chiaro il concetto di “significanza” insito in ogni fotografia, anticipando l’estrema ratio cui arriva tempo dopo Duchamp con i suoi ready-made.

Il saggio di Bailly è dunque capace di trattare due temi importantissimi sulla fotografia, come la sua presunta fedeltà alla realtà e la sua capacità di fermare il tempo.

Forte di questa interpretazione della fotografia come impressione, traccia, indizio, impronta, Bailly muove all’analisi di altre immagini tratte dal citato libro di Talbot ed anche della seconda immagine che ha fatto, come lui stesso afferma, “irruzione” nella sua mente, richiamata da Haystack.

In questa seconda, più breve parte, Bailly accelera e ci trascina in un percorso vertiginoso sull’opera della luce: le ombre, i riflessi, sino all’azione terribile delle radiazioni atomiche nell’immagine di Nagasaki, dove «un disegno fotogenico diabolico cancella il suo soggetto nell’istante stesso in cui lo inscrive». D’altra parte, non è in fondo il destino tragico di una fotografia, quello di imprimere su carta qualcosa che è destinato a scomparire?

Anche questo è il potere di una fotografia, tanto quello di causare un’associazione involontaria con altre immagini nel nostro archivio mentale iconico, esattamente come accade all’autore, con meccanismi simili a quanto accade nei processi mnemonici o nei sogni.

Dal prelievo al museo francese di una cartolina, riproduzione di una fotografia, all’associazione con l’altra immagine; dall’analisi della fotografia come traccia dei disegni fotogenici di Talbot alle considerazioni sull’impronta a sua volta contenuto della immagine di Hiroshima; dalle riflessioni del mito di Narciso o della ragazza di Corinto alla valenza dell’ombra e dell’ombra fotografata; Jean Christophe Bailly sembra condurci in un labirinto di immagini e riflessi, voli pindarici, fortuite associazioni visive, nel quale è bello perdersi per poi ripartire, esattamente come, assolutamente consapevole, ci comunica l’autore stesso all’epilogo della sua interessante disquisizione : «Al termine di questa impresa, che avrà assunto ugualmente per me i contorni di un tentativo di approccio dell’essenza della ripresa fotografica, mi rendo conto che il racconto che si è così dipanato comincia già a sfuggirmi, esattamente come se esistesse una fatalità per cui ogni film, riavvolgendosi, torna alla notte».

 

Luisa Raimondi

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