Viaggio nel contaminato nord: “La terra di sotto” diventa finalmente libro

Da diverso tempo i temi legati all’ambiente sono diventati protagonisti delle scene dell’informazione a causa della loro gravità. Riscaldamento globale ed inquinamento hanno raggiunto soglie preoccupanti. E’ indispensabile una decisa presa di coscienza collettiva prima, ed un’azione forte di contrasto immediatamente dopo. Ognuno di noi ha il proprio ruolo in questa lotta nel presente, per salvaguardare il futuro.

Ma non dobbiamo dimenticare il passato: troppo spesso il tempo ha cancellato dalla memoria criticità ambientali causate dalla produzione industriale, dalla gestione scellerata di rifiuti e scorie, dallo sversamento di sostanze di scarto nei fiumi.

Il nord Italia è un bollettino di guerra in questo senso: a Mantova sono stati riscontrati livelli di elevata contaminazione da idrocarburi leggeri e pesanti nel suolo e nel sottosuolo causati da aziende chimiche. Nell’interland milanese bruciano intere discariche per disfarsi velocemente dei rifiuti. Il polo petrolchimico di Marghera, uno dei più importanti d’Italia, ha provocato gravissimi danni ambientali all’ecosistema della laguna di Venezia.

Questi sono soltanto alcuni esempi di come ci siamo circondati di situazioni pericolosissime per la salute e di come abbiamo compromesso la natura che ci contiene. Sempre di nascosto ed in silenzio. Ed ora la terra ci presenta il conto.

E’ proprio da questi presupposti che nascerà a breve, grazie ad una riuscitissima campagna di crowdfunding, “La Terra di Sotto”, un libro che racconta alcuni fra i peggiori casi di inquinamento del nostro Paese. E lo fa grazie alla collaborazione di discipline diverse come fotografia di paesaggio, giornalismo investigativo, architettura per il territorio e cartografia, ponendosi l’obiettivo di raccontare e documentare le molteplici criticità ambientali che impattano sul territorio e sulla vita di milioni di persone. 

Le immagini del fotografo Luca Quagliato e le inchieste del giornalista Luca Rinaldi affrontano il delicato tema ambientale con un approccio lento e riflessivo arrivando a documentare ben 70 casi di inquinamento di vario genere nelle regioni di Piemonte, Lombardia e Veneto. 

“La terra di sotto” mi ha da subito convinto al punto di voler approfondire la genesi con gli autori, che con molta disponibilità si sono prestati a rispondere ad alcune domande.

Come nasce il progetto, con quali finalità e come vi siete trovati a collaborare?

Luca Quagliato: Il progetto nasce nel 2014 dalla volontà di documentare alcuni casi di inquinamento nella città e provincia di Milano. Espandendo il raggio della ricerca sui siti contaminati in lombardia mi sono reso conto di un quadro grave, dove i casi di inquinamento (molto diversi tra loro e diffusi capillarmente sul territorio infrastrutturato della regione) richiedevano un racconto sempre più complesso. Negli anni la voglia di collaborare con chi scrive, fa inchiesta ed è in grado di verificare fonti e informazioni è diventata necessità e così l’entrata in squadra di Luca Rinaldi ha coinciso con lo sviluppo del progetto libro. Completano il team un cartografo (Massimo Cingotti) e un ricercatore in Architettura per il paesaggio (Matteo Aimini) che si occupano di leggere i dati e il territorio contaminato.

Quale approccio fotografico hai utilizzato e quali le difficoltà, in fase di editing, nel rendere omogeneo un lavoro così lungo ed, immagino, ricco di materiale?

Luca Quagliato: Innanzitutto la collaborazione con l’editore e photo editor del progetto (Steve Bisson, Penisola Edizioni e Urbanautica Institute) si è rivelata fondamentale per “leggere” le fotografie che avevo scattato (più di 400 fotografie preselezionate!) e trovare i termini ricorrenti e i segnali che davano coerenza al corpo di lavoro. Un paesaggio banale e piatto come quello della pianura padana richiede uno sforzo in più perché monotono e spesso avvolto da una luce livida e reputata poco interessante. Inoltre non era mia intenzione drammatizzare il paesaggio e scadere nella retorica del degrado territoriale dovuto all’inquinamento. In fase di scatto ho utilizzato il cavalletto, punti di vista alti (ma non aerei) e ho scelto di lavorare durante l’estate per evitare di drammatizzare il paesaggio e avere una vegetazione rigogliosa. Così le immagini restituiscono un paesaggio “normale” e il contrasto tra gli elementi naturali e i segni che rivelano la presenza di un sito contaminato sono più evidenti. In questa fase invece stiamo lavorando alla creazione del racconto, basato su diversi elementi che connettono le storie e le immagini del lavoro.

La tua attività di investigazione ed inchiesta ha incontrato ostacoli o ci sono state situazioni scomode che non hanno permesso di svolgere il tuo lavoro?

Luca Rinaldi: Purtroppo il primo ostacolo in questi anni è stata spesso la trasparenza di alcune istituzioni rispetto la materia ambientale. La difficoltà nel reperimento di dati spesso tra loro disomogenei da regione a regione a volte può essere un muro quasi insormontabile. In questi anni la materia ambientale è indiscutibilmente delicata: il traffico illecito dei rifiuti e l’inquinamento industriale hanno caratterizzato il tema e il nostro campo di ricerca. Nel primo caso ho potuto osservare un sistema imprenditorial-criminale che sta investendo soprattutto la provincia italiana, nel secondo imprese che nel nome del profitto hanno avvelenato terreni e falde acquifere: l’incrocio di questi aspetti porta l’inchiesta ambientale a essere rischiosa. Quando si fa un certo tipo di giornalismo non incontrare ostacoli diventa impossibile, e c’è chi tiene a farti sapere che una cosa che hai scritto proprio non è andata giù.

La campagna di raccolta fondi è stata un successo. Ne risulta un interesse davvero vivo per il tema ambientale e per la modalità con cui lo avete rappresentato. Oltre a muovere le coscienze degli ignari porta alla luce anche aspetti positivi come le tante realtà di gruppi che si impegnano nella tutela del territorio. Avete partecipato anche a numerosi talk pubblici per diffondere la vostra attività.
Come è stato collaborare con questi gruppi e di conseguenza come vedete il futuro ambientale al nord e più generalmente in Italia?

Luca Rinaldi: Il nord Italia presenta diverse realtà associative, comitati, esempi di cittadinanza attiva a tutela del territorio e dell’ambiente. Qualcuno ha anche cercato di fare rete negli ultimi anni (come il tavolo Basta Veleni di Brescia e provincia o il coordinamento NO PFAS in Veneto) e non mancano esempi di come la pressione nei confronti delle istituzioni e in generale la cittadinanza attiva abbia contribuito a tenere alta l’attenzione mediatica sui temi ambientali, contribuito all’avvio di processi penali importanti (Caffaro di Brescia, Eternit di Casale Monferrato, processo per l’inquinamento da PFAS). Nel nostro viaggio abbiamo riscontrato rinnovata energia nel pensare Glocal (Act Local, Think Global) che anche grazie alla spinta delle nuove generazioni (come il movimento Fridays For Future) porterà quasi sicuramente a sviluppare una nuova coscienza sull’importanza della salvaguardia ambientale e  dell’importanza delle lotte ambientaliste per evitare che si ripetano i terribili casi che raccontiamo nel libro.
Purtroppo però ci troviamo di fronte a quadro drammatico, dove l’attività dell’uomo nel secolo scorso (e che continua anche oggi) ha composto un nuovo strato geologico, inquinato le falde acquifere di acqua potabile, contaminato l’organismo degli esseri viventi con effetti non sempre riconducibili in modo chiaro alla presenza degli inquinanti.
Bonificare si può? E dove metteremo i nostri rifiuti in futuro? Chi paga le bonifiche? Chi si assume la responsabilità per i danni all’ambiente?

La sinergia di diverse discipline quali fotografia, cartografia, architettura per il territorio e giornalismo investigativo sono i pilastri portanti che sorreggono un lavoro di sicuro impatto. Come siete riusciti a bilanciare questi elementi per rendere “La Terra di sotto” non un ‘normale’ libro fotografico ma qualcosa di più profondo?

Luca Rinaldi: La natura stessa del progetto, che si fonda su un importante lavoro di documentazione e studio preliminari, ha dato vita a un’idea di libro multidisciplinare sin dagli albori. Il difficile è stato ridimensionare gli approfondimenti possibili (che possono bastare per una vita di studio e ricerca) in modo da restituire un prodotto editoriale divulgativo e adatto a tutti. Per fare questo il continuo confronto tra gli autori e l’editore (Steve Bisson – Penisola Edizioni) è stato fondamentale proprio per circoscrivere le tematiche e gli approfondimenti.
Di per sè l’esperienza giornalistica, soprattutto quella fatta di sole parole, è oggi ampiamente insufficiente a descrivere ciò che la criminalità ambientale può fare a un territorio e ai suoi abitanti. Da qui l’importanza di avere un occhio sulla contaminazione che ha fatto poi la differenza nella narrazione.

Con questo progetto si è dimostrato ancora una volta, se fosse davvero necessario, che la fotografia ha un ruolo chiave, uno strumento importante di denuncia. Come vedi il panorama fotografico in Italia, o meglio, credi che la fotografia ancora oggi possa testimoniare in modo forte storie drammatiche e sconosciute?

Luca Quagliato: E’ un momento difficile per fotografi e fotografe nel nostro paese, e il reportage tradizionale che si appoggiava all’editoria come principale veicolo di diffusione (e sostentamento economico) è in profonda crisi ormai da diversi anni.
Personalmente credo nella multidisciplinarietà e nell’apertura e condivisione. Le esperienze dei collettivi e progettualità condivise (come per esempio il collettivo Habitat Project di cui faccio parte, ma mi vengono in mente altre interessanti realtà come il progetto Calamità o i lavori collettivi di Terra Project, o le esperienze di fotografia partecipata promosse dal Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo) permettono di documentare il mondo contemporaneo facendo fronte comune e condividendo competenze. La ricchezza degli output suggerisce che questa possa essere la strada da seguire. Questo significa meno progetti, più studio e ricerca. Il problema è trovare di che vivere, ma questa considerazione apre scenari molto inquietanti di cui non voglio parlare per non alimentare l’ansia riguardo al precariato!

 

Credo siate tutti d’accordo con me che progetti come questi vanno diffusi e sostenuti. Un lavoro lungo e strutturato che ha una grande e nobile ambizione. Quasi 200 pagine di contenuti per un libro da diffondere e utilizzare per creare sensibilità sulle tematiche ambientali. Che non possiamo più ignorare. Avete tempo fino a domenica 26 gennaio per supportare e prenotare “La terra di sotto” a questo link https://www.produzionidalbasso.com/project/la-terra-di-sotto/
Il libro vedrà la luce indicativamente nella primavera di questo 2020.

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it

 

Altri link utili
laterradisotto.it
https://www.penisolaedizioni.com/
https://irpi.eu/
http://habitatproject.it/