Lo sguardo di un attore. La passione di Alessandro Borghi per la fotografia e il cinema

Quando è arrivato il comunicato stampa relativo al FUJIKINA MILAN 2025, ho letto il programma e uno dei talk mi ha particolarmente colpito: quello con Alessandro Borghi, intitolato “Lo sguardo di un attore: la passione di Alessandro Borghi per la fotografia e il cinema”. La cosa mi ha incuriosito, nel mondo occidentale della fotografia, la passione è un tema che viene trattato con una certa rarità, mentre, al contrario, in Oriente è un argomento di grande rilevanza. La nostra rubrica dedicata all’Asia, infatti, ci ha permesso di entrare in contatto con persone che fotografano per passione, una passione che non nasce da desideri egoistici, ma spesso dalla necessità di sfuggire all’ansia, alla paura, alle difficoltà quotidiane.

La fotografia costringe al movimento, a camminare, a concentrarti sull’altro, a evadere dalla circolarità dei pensieri, ad abbracciare le diversità. È un peso che porti al collo, più o meno pesante a seconda della fotocamera, ma comunque sempre un peso. Ce l’hai tra le mani, la porti all’occhio, la guardi ma non ti guarda, la tocchi, ma non ti tocca. Ti permette di fermare il tempo di fuori e di attivare quello interiore: un flusso continuo di emozioni che si incontrano, si sovrappongono, si mescolano.

La passione è una cosa seria, perché rompe le divisioni, non ci sono professionisti e amatori: ci sono solo fotografi e fotografe. Non c’è una bella fotografia, ma la fotografia. Non c’è analogico o digitale, ma un mezzo fotografico. Le divisioni esasperano, creano contrasti, allontanano; la passione avvicina, rende liberi.

Ero indeciso se intervistare Alessandro Borghi, perché il suo mondo, quello del cinema, è un ambiente molto rigido: tempi limitati, poche domande, praticamente molto complicato approfondire. Alla fine, mi sono convinto che avere una testimonianza, per quanto breve, era comunque importante e necessaria, perché nessuno ha parlato di lui come fotografo, né lo ha fatto parlare da fotografo.

Alessandro Borghi si è presentato al FUJIKINA MILAN 2025 con un approccio sincero, condividendo le sue emozioni legate alla fotografia. Consapevole di trovarsi di fronte a un pubblico probabilmente esperto, si è definito un “autodidatta a tutti gli effetti”, ma con una passione che lo accompagna da molti anni. Il suo approccio alla fotografia non è molto diverso da quello che adotta per il cinema: osservare il mondo, provare emozioni, e cercare di comprendere le ragioni di quei sentimenti, per poi tentare di riprodurli.

«Mi sorprende sempre quando vengo invitato a parlare di qualcosa che non sia strettamente legato al mio mestiere, e questa sorpresa mi rende molto felice. Significa che sono riuscito a trasmettere anche una serie di interessi che, in un certo senso, si collegano al mio lavoro. In fondo, stiamo parlando di comunicazione, connessione e narrazione dietro all’immagine, che sono gli aspetti che mi affascinano di più. La fotografia, per me, è quasi una sorta di ossessione. Quando porto con me la macchina fotografica, so che devo decidere con attenzione quando usarla, altrimenti rischio di irritare le persone che sono con me, visto che passo tutto il tempo a scattare foto. E cosa ancora più fastidiosa: pretendo anche che chi mi sta vicino sappia come farsi fotografare!»

Nutre una profonda passione per il ritratto, la fotografia di strada e il paesaggio. Ammette di fotografare spesso le persone, ma non tutte: la sua scelta è guidata dalla soggettività della bellezza, un concetto che lo spinge a ritrarre individui che non si conformano ai canoni tradizionali. In questo processo di avvicinamento alla verità fotografica, il mezzo – che sia analogico o digitale – gioca un ruolo cruciale. È parte integrante del suo percorso di ricerca e scoperta, capace non solo di rendere felici, ma anche di avviare un processo di riconoscenza nei confronti della fotocamera stessa.

«Mi piace anche tantissimo l’idea di avere uno strumento così compatto ed essenziale, ma capace di trasformare dei momenti in ricordi tangibili, o meglio, in immagini che possono raccontare una storia. Oggi, parlando di fotografia analogica, ho ritrovato una bellezza unica in questo processo.»

In questo viaggio tra fotografia e cinema, scopriamo come le esigenze artistiche non si conciliano più con quelle economiche. Un eccellente direttore della fotografia, che ha una grande responsabilità, deve essere ormai incredibilmente veloce. Le scene vanno preparate velocemente e correttamente, non solo correttamente, ma anche e soprattutto velocemente, per ragione di costi. Le produzioni sono sempre più rapide, risparmiando il più possibile. Questo cambiamento si riflette anche nel modo di lavorare, che dipende dal supporto di registrazione.

Alessandro Borghi non nasconde di aver sempre lavorato in digitale, dove è possibile girare anche dieci take per una scena, con la possibilità di rivedere immediatamente il girato e, se necessario, correggere le imperfezioni. Diverso è invece utilizzare la pellicola, come nel film Testa o croce? in cui interpreta un buttero. Qui, il metodo di lavoro cambia radicalmente: il numero di take è limitato e non c’è la possibilità di vedere subito il girato. Tuttavia, dal suo entusiasmo traspare chiaramente come questo modo di registrare rappresenti una forma più autentica e artigianale di fare cinema. È un processo più faticoso, ma anche più emozionante, che restituisce un senso di immediatezza e autenticità che il digitale, pur con i suoi vantaggi, non può offrire. Questa imperfezione, in un certo senso, è parte della bellezza dell’analogico. 

«Quando ho sviluppato le foto di un viaggio, mi sono accorto che avevo dimenticato molte di quelle immagini. Quella sorpresa, nel rivederle, mi fa sentire vivo e mi fa desiderare di ricostruire l’emozione di quel momento. In un certo senso, il digitale ci ha privato di questa esperienza, visto che ormai abbiamo tutto sotto controllo. Per esempio, l’ultima volta ho portato a sviluppare sei macchinette, circa 300 foto e, alla fine, 150 erano sbagliate.»

La fotografia, nel cinema, assume un significato particolare: non è solo un mezzo visivo, ma la modalità attraverso cui il regista racconta la sua storia, affidandosi al direttore della fotografia, che, mediante la luce, interpreta e traduce l’intenzione del regista. Di fronte all’obiettivo di una macchina da presa, l’attore è abituato a recitare, a diventare qualcun altro. Quando si trova invece a osservare il mondo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, lo sguardo cambia. Il suo punto di vista, un tempo rivolto verso l’esterno per interpretare un personaggio, si fa più intimo e riflessivo. L’attore, ora fotografo, non è più l’osservato ma l’osservatore, e questo mutamento di ruolo arricchisce la sua visione del mondo, aggiungendo un nuovo strato di consapevolezza e profondità.

«Direi che tutti gli attori, per definizione, dovrebbero essere a loro agio quando hanno gli occhi addosso. Io, più passa il tempo, più mi rendo conto che preferisco scattare foto anziché farmene scattare. Non so spiegare bene il motivo, ma ormai non mi sento più così a mio agio all’idea che qualcuno mi punti una macchina fotografica addosso Quando mi capita, anche se è per lavoro, magari per una copertura promozionale o una copertina, chiedo sempre di farmi delle fotografie quando io non lo so. Non so, forse è più naturale per me che mi scattino foto mentre faccio qualcosa – che sia ballare, leggere o cantare – ma l’idea di posare, quella sì, mi annoia e mi mette in imbarazzo.

Per quanto riguarda la macchina da presa, devo dire che mi sento ancora abbastanza a mio agio, anche dalla parte della persona inquadrata. Ma nella fotografia, mi trovo decisamente meglio dalla parte di chi tiene in mano la macchina e scatta. Ogni volta che qualcuno mi dice “Guarda in macchina!”, di solito esce la foto più brutta dell’anno.»

Ogni fotografia è una storia in attesa di essere raccontata, una narrazione che va ben oltre l’immagine stessa. Quando un attore guarda il mondo attraverso la lente di una fotocamera, le storie che cerca di costruire si intrecciano con il suo sguardo da narratore. I suoi occhi, abituati a raccontare attraverso la recitazione, diventano il mezzo per catturare la realtà, trasformando un breve momento in un racconto visivo che parla più di mille parole. In ogni scatto, l’attore non si limita a fotografare un’istantanea, ma esplora il significato più profondo di ciò che sta osservando, creando una connessione unica tra l’immagine e la sua interpretazione del mondo.

«Oggi abbiamo parlato di come le persone con cui mi trovo e i luoghi che visito influenzano sempre il tipo di storia che voglio raccontare attraverso la fotografia. Per esempio, se vado in Islanda, mi concentro solo sui paesaggi, scattando in determinati momenti del giorno, perché la luce in quegli orari è quella che mi interessa di più. Al contrario, in Brasile o a Bali, vado in giro con la reflex, ma in modo discreto, come se stessi solo osservando, cercando di catturare i momenti più spontanei. Mi interessa molto immortalare le persone mentre camminano, per esempio, o quando succedono cose che, a livello fisico e mentale, sembrano avere una connessione profonda con l’ambiente circostante.

Ad esempio, in spiaggia, al tramonto, quando le persone escono dall’acqua dopo il surf, i bambini che corrono, o le persone che cucinano sulla sabbia, mi sembra di cogliere un’energia unica. In quei momenti, la sensazione che ho è che, nonostante le condizioni difficili in cui vivono, le persone che fotografo in posti come il Brasile o Bali sembrano essere in sintonia con sé stesse. Questa è una sensazione che non è sempre facile trovare, soprattutto per noi che, essendo privilegiati, spesso siamo in una continua ricerca di qualcosa senza renderci conto che, a volte, ce l’abbiamo già davanti agli occhi. Per me, la fotografia è anche una forma di psicoterapia.»

In alcuni luoghi, la fotografia non è solo una questione tecnica, ma un vero e proprio modo per creare un legame. Specialmente in contesti più introversi, il fotografo deve essere empatico con il soggetto per riuscire a catturare un’immagine autentica. La capacità di instaurare una relazione genuina è fondamentale per un ritratto riuscito, soprattutto in culture dove la riservatezza è profondamente radicata. In questi casi, la fotografia deve essere un’esperienza delicata, dove il rispetto e la comprensione reciproca sono essenziali per ottenere un’immagine che parli davvero della persona, al di là della superficie. Al contempo, però, ci sono situazioni in cui la fotografia richiede più di una semplice connessione e può accadere che le persone, semplicemente, vogliano rimanere anonime, non vogliano farsi fotografare. La difficoltà è anche accettare questo limite, il non poter fare una fotografia, il non poter raccontare una storia.

«In Islanda, per esempio, ho fotografato solo paesaggi, perché non mi ci provo nemmeno a fotografare la gente. So che, in quei luoghi, dovresti spiegare il motivo per cui vuoi scattare una foto. Al contrario, in altri posti, come alcune zone dove la vita scorre con molta più energia, usando un’espressione romana colorita: “la vita se la mangiano”, la gente non si preoccupa minimamente di essere fotografata, che siano una, due o cento foto. In quei contesti, è più facile “rubare” l’energia che mi interessa catturare: quella naturalezza che emerge anche se le persone ti guardano, se non ti guardano, se sanno di essere fotografate o meno. Questo è ciò che mi interessa particolarmente.»

La fotografia, come il cinema, è un atto di osservazione e di narrazione. Entrambe catturano frammenti di realtà, trasformandoli in storie visive che parlano a chi le guarda. In questo contesto, l’autoritratto si presenta come una delle forme più complesse di fotografia, un esercizio che sfida l’osservazione di sé stessi attraverso una lente che non può essere né troppo distante né troppo intima. Quando un attore si trova sia nel ruolo di fotografo che di soggetto, scatta una dinamica particolare. Catturare la propria immagine implica un confronto profondo con sé stessi, dove il fotografo è anche protagonista della storia che sta raccontando. La percezione di sé cambia quando l’obiettivo è rivolto verso la propria figura, trasformando il gesto fotografico in un’esperienza intima e riflessiva. In questo processo, come nel cinema, l’attore fotografo esplora la propria identità e le proprie emozioni attraverso uno sguardo esterno, creando un racconto visivo che parla prima di tutto a lui stesso.

«L’approccio all’autoritratto è un po’ legato a ciò che ti dicevo prima riguardo al fatto che, a volte, per lavoro mi chiedono di scattarmi delle foto, e io semplicemente non so farlo. È un po’ come quando mi chiedono di fare un self-tape: devo riprendermi e poi giudicare il risultato da solo. È molto difficile che io possa uscirne felice, perché non riesco mai a vedere un risultato oggettivo. Nel caso dei self-tape, per esempio, è come se non riuscissi a distaccarmi da me stesso. Anche se mi guardo e dico “questa foto mi piace”, ho sempre la sensazione che qualcuno che la guarda da fuori potrebbe notare qualcosa che mi sfugge. Per questo motivo, non riesco a fidarmi del mio punto di vista quando sono io il soggetto. Un esempio recente è stato un provino in cui ho fatto circa 200 take, ma nessuno mi sembrava giusto. Alla fine, sono arrivato al punto di inviarli alla mia agente per sfinimento, dicendo che non ce la facevo più. Lei mi ha risposto che i provini erano perfetti. È come se non riuscissi mai a fidarmi completamente della mia visione, quando sono io il soggetto.»

Queste parole ci portano a riflettere su un’altra dimensione interessante della fotografia: il giudizio. Non solo quello che esercitiamo come spettatori, ma anche quello che ci troviamo a formulare quando siamo chiamati a valutare il lavoro degli altri. Immaginare di far parte di una giuria per un concorso fotografico solleva inevitabilmente la questione su cosa si cerchi realmente in una fotografia. In un mondo in cui la tecnica ha un suo peso, ma ciò che rimane indelebile è l’emozione, quali criteri guiderebbero un attore che si avvicina alla fotografia? La giuria premia la perfezione della composizione, o piuttosto la capacità di una foto di raccontare una storia che tocchi l’animo, che comunichi un’emozione autentica? Per un attore, che nella recitazione ha già esperienza nel tradurre emozioni in immagini, la fotografia si trasforma in un potente strumento di narrazione, in cui l’equilibrio tra tecnica e sentimento diventa cruciale.

«Sarebbe sicuramente poco sensato da parte mia rispondere che considererei gli aspetti tecnici, perché, come ho già detto, sono un autodidatta che va di occhio e di pancia. Ci sono certamente degli elementi di base che riconosco, ma sono simili a quelli che si potrebbero applicare a una metrica cinematografica, come se facessi un confronto con certi stili che ho in mente. Mi piacciono le cose che mi emozionano.

Non accetterei mai di far parte di una giuria per un concorso fotografico in cui si premiassero foto molto composte e posate, perché so che in quel caso entra in gioco una parte tecnica che non è affatto nelle mie corde. Se, invece, mi chiedessi di fare parte di una giuria per un concorso di street photography o reportage, allora sarei molto più a mio agio. In quel caso, potrei valutare altre cose, come cosa mi comunica una foto, cosa mi emoziona, cosa mi fa arrivare un messaggio. E probabilmente farei di questo il mio punto di forza, rispetto a quanto ho detto prima. L’importante sarebbe riuscire a stabilire con la foto una connessione tale da creare una narrazione che possa essere significativa anche solo per te, ma se riesci a condividere quella connessione con gli altri, allora quella è davvero la grande potenza della fotografia.

Questo vale anche per i film. Puoi fare un film e dargli una tua interpretazione. Poi, se invito delle persone alla proiezione e chiedo loro cosa pensano del film, ognuno può darmi una lettura diversa.»

Il talk e la successiva intervista si sono rivelati estremamente coinvolgenti, ricchi di aneddoti e spunti stimolanti. Non è solo la storia di un attore, ma quella di una persona profondamente curiosa, autenticamente appassionata. Interpretare la fotografia con gli occhi di un attore, con la passione che lo accompagna da anni, non è cosa da poco. La verità non appartiene solo al soggetto fotografato o alla realtà che viene catturata, ma è anche una questione del fotografo, che attraverso il suo sguardo compie un percorso di avvicinamento alla scena che sta immortalando. Le immagini diventano così uno specchio della storia di chi le crea, raccontano un frammento della sua esperienza e del suo vissuto. Durante il talk, Alessandro Borghi ha condiviso la storia di uno scatto che appare sul suo profilo Instagram, realizzato in Brasile: un ragazzo, di spalle, con una mitraglietta in mano. Un’immagine che non è solo una fotografia, ma una narrazione che porta con sé un significato profondo, simbolo di un incontro tra realtà e soggettività, un’intuizione felice, allontanare lo sguardo da uno strumento di morte, che rende anonimo e per certi aspetti poetico, un gesto così duro. La storia e la fotografia, entrambe piccole perle preziose, ci ricordano quanto sia importante la passione che guida ogni scatto.

Federico Emmi