“Mono no aware”, Sally Mann. Invito alla lettura della sua autobiografia “Hold still”

“Mono no aware” è un’espressione giapponese di difficile traduzione in italiano. Sta a significare «una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento» (fonte Wikipedia). 

Nella sua autobiografia “Hold still” è la stessa Sally Mann a far propria questa espressione per descrivere il suo sentire.

Il memoir di cui vi consigliamo la lettura se masticate l’inglese (non esiste una versione in italiano, purtroppo) è denso di racconti e di riflessioni, tutte importanti per capire la vita, la personalità e la fotografia di questa grandissima autrice americana; è tuttavia citando questa espressione che vogliamo partire, perché è decisamente il punto più significativo per descrivere il personaggio ed anche il contenuto del libro.

Il suo raccontarsi, infatti, non è semplice cronaca di una vita, né una raccolta di aneddoti, per quanto tutti interessanti ed appassionanti. Certamente Sally Mann ci narra le vicende e le personalità dei suoi antenati, la sua vita ribelle di bambina e di ragazza, la scoperta della fotografia, le amicizie e gli affetti importanti (come quella con l’artista Cy Twombly, o il legame con la sua bambinaia Gee-Gee), il profondo Sud cui appartiene.

Tutti motivi validissimi per intrattenersi con la lettura del libro.

C’è tuttavia di più.

Quello che troviamo nel libro è, in fondo, quello che scopriamo nella sua fotografia: la trascendente sensazione che vita e morte non si contrappongono davvero, ma si fondano di fatto in un solo significato, in una sola parola, una sola tra le due: Vita.

La morte ha toccato da vicino Sally: dall’omicidio/suicidio dei suoceri, al suicido del padre (entrambi fatti che ci narra nella autobiografia). Non c’è tuttavia alcun senso del macabro in quello che Sally scrive, così come nelle sue fotografie, anche quelle più estreme cui dedica l’ultimo capitolo: le foto ai cadaveri in decomposizione.

C’è semmai il coraggio di immergersi nel Mistero (la Natura) che la circonda, per sentirsi viva; per amare. 

Il senso di mortalità e di evanescenza, di decadenza, che trasuda molto dalla fotografia della Mann e dalle pagine della sua autobiografia non ha nulla di disperato, di disilluso, di amaro. 

Sally Mann si tuffa in questo mistero come i suoi figli si tuffavano nel fiume accanto alla loro amata fattoria: nuda. 

Figli che, è noto, fotografa nel tanto discusso lavoro “Immediate family”.

Candy Cigarette, 1989 ©Sally Mann

Accusata di aver violato l’innocenza dei bambini, Sally Mann fa in realtà esattamente l’opposto, perché li fotografa e, ancor prima, li guarda e li ama con la mente scevra da malizie e pregiudizi, a differenza di chi ha invece male interpretato le sue meravigliose immagini. 

Quei bimbi, perché di bimbi è fuori dubbio si tratti, sono solo germogli di uomini o donne a venire e questo Sally lo sa bene e ce lo trasmette con lo stesso coraggio con cui ci mette di fronte alla morte; perché non esistono tabù per chi ha la mente libera ed il cuore cristallino. I figli, in fondo, sono bambini solo momentaneamente: mettiamo al mondo uomini e donne, non bimbi.

Come un rabdomante con la sua bacchetta, Sally Mann con la sua fotocamera, le sue lastre al collodio umido, cerca tracce e sembra quasi che siano le fotografie a trovare lei, piuttosto che il contrario.

«As for me, I see both the beauty and the dark side of things; the loveliness of cornfields and full sails, but the ruin as well. And I see them at the same time, at once ecstatic at the beauty of things, and chary of the ecstasy. The Japanese have a phrase for this dual perception: mono no aware. It means “beauty tinged with sadness”, for there cannot be any real beauty without the indolic whiff of decay. For me, living is the same thing as dying, and loving is the same thing as losing, and this does not make me a madwoman; I believe it can make me better at living, and better at loving and, just possibly, better as seeing. » (a pag 415 del libro)

Si ha l’impressione di compiere un percorso circolare, leggendo il suo memoir.

Partiamo con la ragazza, alle prime armi con la fotocamera, che fotografa nudi i suoi amici Kit e Calvin, ispirata dalla foto del 1951 di Wynn Bullock “Child in the forest” (compresa poi nella celeberrima “The Family of Man” organizzata da Edward Steichen): il corpo di una bimba abbandonata all’abbraccio della lussureggiante vegetazione nel suolo della foresta coperto di acetosella.

Child in the forest_ ©Wynn Bullock-fonte Google

Ci ritroviamo quasi al punto di partenza, con immagini simili: corpi riversi sul suolo della Body Farm, la University of Tennesse’s Anthropology Research Facility, dove studiano cadaveri in decomposizione; Sally li fotografa.

©Sally Mann

«see you
You are
Emerging
(O wondrous world, O wondrous world
O I have seen it plain and know)
(O wondrous world, wondrous world
O I have seen it plain and know)
(Wondrous world, wondrous world
O I have seen it plain and know)
You are
Emerging

I see you
»

Sono le parole in  “Litany of the Divine Presence” , dalla raccolta “Litanies” di Nick Cave e Nicholas Lens (Dicembre 2020).

Non lasciatevi spaventare dai suoni sinistri, il mistero può far paura, ma è altra cosa se gli si va incontro; al galoppo, magari, come nelle corse sfrenate di Sally e i suoi tanto amati cavalli; gli animali più soprannaturali del creato, d’altronde. 

Sally a cavallo; a pagina 14 di “Hold Still”, Sally Mann – Back Bay Books

Buon ascolto, buona lettura. 

Luisa Raimondi