Ogni cammino è un viaggio verso casa

Come si misura il transito, il nostro passaggio sulla terra? Quali sono gli aspetti importanti, i sentimenti e le ragioni misteriose che ci legano ai luoghi che scegliamo di abitare e alle persone che restituiscono il senso alla nostra esistenza?

Se è vero che la metafora della vita come viaggio è antica come l’uomo, allora forse la vera domanda potrebbe essere: «Perché abbiamo scelto di approdare in certi porti? Cosa ci lega ad alcune città che sentiamo familiari e, in definitiva,  perché sentiamo il bisogno di continuare ad attraversare lo stesso mare?».

Il poema che insieme all’Iliade costituisce la base della cultura occidentale è senza dubbio l’Odissea di Omero; opera che segna il passaggio dalla civiltà orale a quella scritta, storia di tanti viaggi dentro un unico viaggio, l’Odissea è la storia di un ritorno verso casa. Il poema è un vero e proprio romanzo di formazione, in quanto descrive la sfida dell’eroe che deve affrontare mille ostacoli, attraversare mari sconosciuti, sapendo poi che tutto quel viaggiare avrà un esito positivo solo se ci permetterà di arrivare là dove un giorno partimmo. Forse è per questa ragione che ci accorgiamo delle nostre radici solo quando abbiamo fatto molta strada davanti a noi e quelle persone che, da ragazzi, ci apparivano sconosciute, distanti, col tempo diventano figure nitide, in luce: le linee del viso di un nonno, un difetto caratteriale di un genitore, ma anche l’essenza di chi ha condiviso con noi una parte del nostro cammino: un amico o un amore. Come se solo alcune persone avessero avuto il dono e il talento di restituirci la nostra vera immagine, il significato profondo del nostro appartenere a questa terra.

All’inizio del film Paris, Texas (W. Wenders, 1984) il protagonista cammina nel deserto arido e assolato della California, si chiama Travis e poco prima di perdere i sensi riesce a pronunciare solamente due parole, legate insieme a indicare un luogo: Paris, Texas. La piccola città è la sua Itaca, il luogo dove deve tornare perché là Travis ha acquistato un piccolo lotto di terreno, nel posto nel quale i genitori lo concepirono. Ma dietro di sé il protagonista ha lasciato un figlio di otto anni e una moglie, Jane, che sopravvive esibendosi in un locale a luci rosse; dunque anche il viaggio di Travis è un ritorno a casa, deve ritrovare la moglie e ricongiungere il figlio con la madre, consapevole del fatto che il passato non si cancella e che ogni viaggio ci cambia, irreversibilmente. Alla fine il protagonista riesce a trovare la moglie e senza farsi vedere, protetto dal vetro che separa i clienti del Peep show, le confida tutto il suo tormento e la sua dolorosa storia. Le racconta di come la gelosia abbia minato nel profondo il suo amore per la giovane donna e di come l’alcol abbia preso il sopravvento sulla ragione e sui suoi sentimenti, fino a mettere a repentaglio la loro stessa vita. Solo a quel punto Jane riconosce la voce del marito, ammettendo un sentimento nei suoi confronti non ancora finito (“ogni uomo ha la tua voce”) e sembra voler tornare indietro nel tempo, ritornare a quando il loro mondo era ancora intero, il loro amore ancora felice. Ma Travis non può ancora fermarsi, deve continuare a vagare finché la sua espiazione non sarà completa, fino a quando il suo viaggiare non sarà concluso e lo avrà riportato dove forse lo aspetterà ancora la sua famiglia. E così mentre il figlio e la madre si ritrovano in un lungo abbraccio, il novello Odisseo si allontana nel crepuscolo, felice di aver compiuto la propria missione e di aver riparato ai propri torti. Il finale è aperto, non sappiamo come andrà a finire, probabilmente perché non sempre riparare ad un errore può essere sufficiente; un ritorno è cosa assai complessa e può dirsi compiuto solo quando si è tornati prima di tutto a se stessi.

Nel viaggio verso noi stessi il punto di arrivo coincide con quello di partenza, poiché ogni cammino è un’esplorazione, un percorso che ci condurrà là dove potremo vederci per la prima volta per quello che realmente siamo. T. S. Eliot scrisse nei suoi Quattro quartetti che: «Noi non cesseremo l’esplorazione/ e la fine di tutto il nostro esplorare/ sarà giungere là onde partimmo/ e conoscere il luogo per la prima volta». Noi non possiamo comprendere la sincretica esperienza del tutto, il disegno che si cela dietro a ciò che accade, né la ragione del nostro errare o del perché a volte dobbiamo passare attraverso prove dure, come quelle che vive Travis che, pur amando la moglie e il figlio, finisce comunque col fare loro del male. Eppure riconosciamo nella nostra vita la forma del viaggiare, di un cammino che può condurci fino ad una radura, da cui sia possibile poter scorgere un sentiero, una rotta in mare aperto guidati solo dalle stelle, eppure una strada che indichi il ritorno verso casa.

Rossano Baronciani