Il mio rapporto con Discorsi Fotografici è cominciato con un’intervista. Allora vivevo a Bangkok e la rivista mi aveva contattata per parlare del mio lavoro di fotografa per una ONG in Thailandia. Non immaginavo che da quella conversazione sarebbe nata una proposta di collaborazione. Tanto meno che, due anni dopo, mi sarei ritrovata a ripensare alle persone che avevo intervistato e a quanto mi avevano insegnato.
L’idea di avere una rubrica tutta mia mi entusiasmava, ma avevo parecchie esitazioni. Da anni non mi dedicavo alla scrittura di testi lunghi e conoscevo poco il giornalismo fotografico. C’erano anche aspetti della fotografia che avevo appena sfiorato. Avrei dovuto studiare, prepararmi, imparare a formulare domande capaci di rendere giustizia al lavoro degli altri.
Sapevo però da dove volevo cominciare. In Thailandia stavo scoprendo fotografi che mi sarebbe piaciuto far conoscere ai lettori italiani. Mi interessavano i soggetti che sceglievano e il loro modo di guardare i luoghi e le comunità intorno a loro. Volevo partire dal Sud-est asiatico, lasciandomi la possibilità di esplorare anche altre realtà del continente.
Alcuni erano già affermati, altri stavano ancora cercando la propria strada. A me interessava potermi soffermare sul loro lavoro e conoscere le esperienze, le scelte e le convinzioni da cui nasceva. La rubrica ha preso forma così.
La prima intervista è stata con Tum Wuthipol. Mi avevano colpita il suo uso del colore e l’assenza di persone nelle sue fotografie. Vivendo a Bangkok, sapevo quanto potesse essere affollata. Come riusciva a fotografarla escludendo tutte le persone che ne riempivano le strade? E perché sceglieva di farlo?
Non mi aspettavo che quella domanda ci avrebbe portati a parlare così apertamente della sua salute mentale. Tum mi spiegò che fotografare le persone gli creava tensione, mentre il colore e la ricerca di composizioni più essenziali lo aiutavano a ritrovare la calma. La sua sincerità mi sorprese. Dopo quell’incontro continuavo ad ammirare gli stessi colori e le stesse composizioni, ma capivo qualcosa di più del significato che avevano per lui.
Quella conversazione mi incoraggiò. Sono sempre stata curiosa e ho sempre apprezzato chi riesce a parlare di sé con franchezza. La risposta di Tum mi diede fiducia nel fare domande anche quando potevano toccare aspetti personali o portare verso risposte complesse, inattese.
Per imparare a porre domande migliori, però, dovevo prepararmi. Guardavo a lungo le fotografie, leggevo, cercavo di capire quali aspetti desiderassi approfondire. Speravo, qualche volta, di offrire anche a chi avevo davanti l’occasione di ripensare a qualcosa che ormai faceva o raccontava per abitudine.
Quando un fotografo mi diceva che le mie domande lo avevano fatto riflettere sul proprio lavoro e su ciò che cercava di esprimere, ne ero felicissima. Mi aiutava a prendere fiducia in un’attività che avevo cominciato con tanta incertezza.
Prima di incontrare Rammy Narula ero un po’ nervosa. Conoscevo il suo lavoro attraverso i social, dove aveva un grande seguito, e amavo il suo libro Platform 10. Mi aveva persino spinta ad andare a fotografare alla stazione di Hua Lamphong. Lo ammiravo, ma non sapevo quanto sarebbe stato disposto a raccontarsi.
Tornai a casa pensando a quante cose avessimo in comune.
Mi rimase impressa soprattutto la naturalezza con cui aveva parlato dei propri dubbi creativi, compreso il timore che gli altri non capissero ciò che cercava di esprimere. Erano incertezze che riconoscevo nella mia fotografia e che ritrovavo ora nella scrittura. Avere un pubblico non bastava a scioglierle: anche lui si chiedeva se il proprio lavoro arrivasse alle persone nel modo desiderato. Sentirglielo dire con tanta sincerità fu importante per me.
Altre interviste mi hanno messa di fronte a responsabilità diverse. Min Ma Naing mi ha raccontato di quando era stata costretta a lasciare il Myanmar, delle persone rimaste nel paese e della fatica di continuare a vivere e lavorare in esilio. La sua storia mi ha profondamente colpita, così come la fiducia che aveva scelto di accordarmi.
Nel lavorare a quell’intervista ho sentito il bisogno di prestare un’attenzione particolare a ogni parola. Volevo rispettare il suo modo di raccontarsi e restituire la sua esperienza con la massima fedeltà possibile. Dovevo anche tenere conto della sua sicurezza e delle conseguenze che quelle parole avrebbero potuto avere una volta pubblicate, al di fuori della conversazione in cui mi erano state affidate.
Con il tempo ho cominciato a interrogarmi più a fondo anche sul rapporto tra fotografia e cultura. A Veejay Villafranca ho chiesto se avesse senso parlare di differenze tra l’approccio asiatico e quello occidentale al fotogiornalismo. La sua risposta ci ha portati a discutere dell’influenza delle testate, delle opportunità a disposizione dei fotografi e di chi abbia la possibilità di raccontare una comunità.
Da quell’incontro è nato il desiderio di approfondire. Presentare il lavoro di un fotografo richiedeva anche attenzione alle circostanze in cui era stato realizzato e alle letture che avrebbe potuto ricevere altrove. Ho ripreso questi temi in altre interviste, trovando ogni volta risposte diverse, legate alle esperienze e alle scelte di ciascuno.
Con Hiền Hoàng, invece, la conversazione ha toccato qualcosa che sentivo particolarmente vicino. Parlando della vita tra culture diverse, mi ha raccontato che il suo senso di casa dipendeva sempre meno da un luogo geografico e sempre più dai legami: con le persone, con gli alberi, con le lingue che abitava.
Sono cresciuta tra culture diverse e ho vissuto in molte parti del mondo. In quelle parole mi sono riconosciuta subito. Aveva dato voce a una sensazione che conoscevo bene.
Poi mi ha parlato della lingua, dei pensieri che correvano più veloci del suo tedesco e della fatica di doversi continuamente tradurre. Mi ha colpita la precisione con cui descriveva la distanza tra ciò che si vorrebbe dire e ciò che si riesce a comunicare.
“Quello che non si riesce a dire si può comunque sentire”, mi ha detto, spiegandomi come l’arte le permettesse di esprimersi anche oltre le parole.
Ripenso spesso a quella frase. Buona parte del mio lavoro consiste nel cercare parole per raccontare le fotografie e le esperienze da cui nascono. Eppure, a volte, ciò che mi attrae in un’immagine è proprio quello che sento prima ancora di saperlo spiegare.
Quando ho accettato la rubrica, volevo far conoscere lavori che ritenevo meritassero attenzione. Non avevo previsto quanto quelle conversazioni mi avrebbero coinvolta sul piano personale, né quante volte avrei ritrovato le mie domande nelle risposte degli altri.
Le persone che ho ricordato qui sono soltanto alcune di quelle i cui racconti mi sono rimasti dentro. Tutti coloro che hanno accettato un’intervista mi hanno lasciato qualcosa su cui riflettere. Poter entrare nel loro mondo, anche solo per poco, è stato un privilegio. Spesso ho la sensazione di aver ricevuto più di quanto sia riuscita a dare.
Questi incontri mi hanno anche aiutata a capire meglio che cosa cerco nella mia fotografia. Non sono riuscita a dedicare ai progetti personali tutto il tempo che avrei voluto, ma le conversazioni continuano a influenzare il mio sguardo e ciò che desidero esplorare. Molte delle domande che rivolgo agli altri tornano poi a me: perché mi attrae un certo soggetto? Che cosa sto cercando di esprimere? Quale responsabilità ho nei confronti delle persone che fotografo? Voglio continuare a pormele, per far crescere il mio lavoro e prestare più attenzione al modo in cui mi avvicino agli altri.
Nel frattempo ho lasciato la Thailandia e mi sono trasferita in Egitto, dove mi occuperò anche della sezione di DF dedicata all’Africa. Sono nata in Uganda e cresciuta in questo continente: tornarci dopo quasi quindici anni significa ritrovare una parte della mia storia. Oggi porto con me la curiosità di fotografa e autrice, il desiderio di conoscere i lavori che nascono qui e le persone che li realizzano. Spero di imparare dalle loro esperienze e di offrire loro uno spazio in cui condividere fotografie e idee con i nostri lettori italiani.
Due anni fa non ero sicura di saperne abbastanza per scrivere di fotografia. Ho ancora molto da imparare, ma oggi faccio domande con più fiducia e accolgo più volentieri le risposte che mettono in discussione ciò che credo di aver capito. È uno dei piaceri inattesi che ho scoperto scrivendo per DF, e uno dei motivi per cui desidero continuare. Ci sono ancora tante persone con cui vorrei sedermi a parlare, e che vorrei ascoltare.
Silvia Donà