Senza fotografia

In cosa ci trasformiamo quando abbiamo tra le mani una macchina fotografica?

Quale impulso ci muove?

Cattura o creazione? 

Nel primo caso costringiamo la porzione di realtà che abbiamo visto, inquadrata in quattro linee per ammirarne l’immagine come un trofeo; nel secondo, la usiamo con l’idea di trasformarla in altro a partire da quello stesso spazio.

In entrambi i casi una cosa è certa: prima del nostro scatto, l’immagine non esisteva; dopo, con le coordinate di una serie di 1 e 0 raccolti nei bit di un file digitale, o piuttosto quelle di una stampa tangibile, sì. Entra a far parte del reale.

Utilizzo volutamente i due verbi, “costringere” e “usare” la realtà perché capita di sentirsi soffocati dalla fotografia al giorno d’oggi, pur amandola.

Non sentite a volte il desiderio di liberarvene? 

Mi viene in mente una delle scene finali del film “I sogni segreti di Walter Mitty”, quando il fotografo Sean O’Connel, tanto cercato dal protagonista, finalmente può scattare la foto del raro animale per il quale si era appostato; in quel momento però rinuncia allo scatto dicendo: «Certe volte non scatto.  Se mi piace il momento, piace a me, a me soltanto, non amo avere la distrazione dell’obiettivo, voglio solo restarci, dentro. Sì restare lì, qui e ora.»

Il numero di Vogue di Gennaio 2020 non contiene alcun servizio fotografico; questo numero è corredato solo dalle illustrazioni di artisti vari, alcuni molto affermati, come Vanessa Beecroft o Milo Manara, altri emergenti.

La redazione non aveva certo l’intento del fotografo del sopra citato film; nell’editoriale Emanuele Farneti, direttore, ci parla infatti della maggiore sostenibilità ecologica dell’operazione, ma un numero di Vogue completamente privo di servizi fotografici non lascia indifferenti. Vera e nobile sensibilità ecologica o operazione di greenwashing? Boutade di marketing? Il risparmio economico è peraltro stato devoluto alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, la cui collezione di libri è andata persa a causa dell’alluvione del 2019.

La vera domanda, quella che qui ci poniamo, in realtà è: si può dunque fare a meno della fotografia?

Del fotografo parrebbe di sì. Gucci per la campagna “The ritual” ha fatto realizzare le fotografie agli stessi modelli, chiedendo loro di scattarsi dei selfie. Certo il risultato finale deve molto alla supervisione dell’art director Christopher Simmonds e al direttore creativo Alessandro Michele, c’è dunque una professionalità visuale, ma il fotografo, quello professionista, lui no. E pensare che ci sono fotografi non professionisti che non amano essere definiti “amatoriali”, quasi fosse un declassamento della qualità del loro lavoro il farlo per diletto e amore; non è che il professionista se la passi proprio bene ultimamente e lavorare su commissione non è sempre sinonimo di espressione artistica.  Questa, però, è un’altra storia, stavamo in realtà cercando di capire se possiamo fare a meno della fotografia (dei fotografi e della macchina fotografica!).

Certamente l’intelligenza artificiale è ormai in grado di generare – è esattamente il verbo corretto – ritratti fotografici. Si dia un’occhiata al sito “Thispersondoesntexist” per capire quanto gli algoritmi siano in grado di proporci una fotografia; non solo, quanto una fotografia possa esistere addirittura a prescindere dalla realtà: quei volti non corrispondono a nessuna persona esistente.

L’iperrealismo, in pittura, ci aveva peraltro già abituato a certa illusione contraria: avere davanti a noi una fotografia, quando si tratta invece di un dipinto; in questo caso, perlomeno, c’era l’esercizio di un artista e non la casualità costruita da una macchina (notevoli i lavori di Diego Koi).

Fonte Google – ©Diego Koi

Ammettiamolo, siamo confusi.

Provate a fotografare un tramonto o un’ora blu con il vostro smartphone di nuova generazione: un HDR impertinente vi catapulterà in una fotografia iperreale senza che possiate aver nulla da ridire; potreste anche finire per credergli al punto da pubblicare sul vostro profilo Instagram proprio quell’immagine improbabile con un orgoglioso hashtag “#no filter” in didascalia.

Fonte: licenza Adobe Stock

Forse l’esercizio di Sean O’Connel potrebbe farci bene davvero; l’astensione contro l’astinenza: per non diventare cioè bulimici allontanando il pericolo di malsane crisi di astinenza. Per ripulire lo sguardo. Per ritornare a guardare.

Un lockdown fotografico.

Un crash di Instagram, Flickr e Behance.

Una low battery week.

Proviamo?

Luisa Raimondi

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