Che cosa sono le nuvole?

Se qualcosa ci piace difficilmente ne cerchiamo le ragioni o ne indaghiamo le dinamiche mentali o sentimentali: ci piace e basta. Il piacere basta a se stesso e non ha bisogno di tante spiegazioni. Cerchiamo ciò che ci piace quando abbiamo bisogno di consolazione, di un piccolo conforto oppure quando desideriamo ricollegarci a quella sfera di emozioni e di sensazioni che parlano di noi, della nostra essenza più profonda. A me sono sempre piaciute le nuvole, osservarle con il vizio mai superato di pensare ogni volta di vedere qualcosa.

Le nuvole sono il soggetto perfetto per l’indagine di senso del pensiero, perché cambiano forma pur rimanendo sempre uguali a se stesse, mai identiche le une dalle altre. Sembrano consistenti, a volte simili al cotone o alla panna montata, eppure non si possono afferrare né catturare. Potremmo solo attraversarle e respirarle come nebbia, nell’impossibilità di trattenerle o di imprigionarle; ed è forse per questo che le nuvole rappresentano la migliore metafora dell’amore, perché davvero (e lo dimentichiamo spesso) l’unico modo di amare una persona è lasciarla libera, rispettando i suoi sogni e la sua personalità. Ed è per questo, infine, che fotografare le nuvole è l’unico modo per  consentire la determinazione dello sguardo, un’osservazione limitata e parziale, tuttavia l’unica visione possibile nell’indeterminatezza e nella mutevolezza del loro apparire.

Nel 1989 Luigi Ghirri e Gianni Celati pubblicano un libro intitolato «Il profilo delle nuvole». Sono immagini fotografiche che raffigurano paesaggi scarni, apparentemente banali, cascinali abbandonati, campi arati nella desolazione piatta della valle del Po; un cancello aperto davanti a un paesaggio di nebbia, muri scrostati e in fondo, nell’orizzonte incerto, lo stupore delle nuvole. Ed è proprio nel fondale che si ferma lo sguardo di Ghirri, come davanti ad un limite metafisico, una visione legata all’essenzialità che l’artista cerca e trova in tutto ciò che non ha retorica, né spettacolarità: «non vi è nessun elemento spettacolare o inconsueto a cui aggrapparsi», scrive Ghirri, perché in quegli scatti è in mostra l’epochè, ovvero l’assoluta incertezza relativa a ciò che ci appare davanti agli occhi ogni giorno e dunque l’impossibilità di conoscere attraverso l’immagine; finanche nella semplice visione di nuvole che corrono in cielo.

Nell’apparente semplicità di paesaggi rurali, come strade di campagna delimitate da fossi o interni di case di povera gente, si svela la meraviglia di un mondo antico che sembra nascondersi nel momento stesso in cui si rivela. Lo sguardo di Ghirri rompe le geometrie del paesaggio padano, lasciando che nell’immagine fotografica prevalgano gli spazi vuoti, anziché un pieno da cui il fotografo rifugge ostinatamente; del resto per lasciare che qualcosa entri dentro di noi occorre prima togliere, fare spazio, svuotare e svuotarsi. Il profilo delle nuvole racconta la nostra transitorietà, ci ricorda che siamo di passaggio su questa terra livida e arsa ritratta da Ghirri e, soprattutto, che quella porzione di cielo che osserviamo fino alla meraviglia, così composita e irregolare come decorazioni barocche, sarà lì ancora solo per poco.

La stessa domanda spirituale viene riproposta nella scena finale del film Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini, allorquando Totò (Jago) e Ninetto Davoli (Otello) sono marionette finite in una discarica dopo essere state distrutte da un pubblico che non accetta il finale tragico del dramma shakespeariano. Lì, per la prima volta, i due burattini scoprono l’incanto di un universo in cui si palesa l’evidenza che lo sguardo, per vedere veramente, deve essere rovesciato perché non siamo noi a guardare il cielo, ma l’esatto contrario. Totò e Ninetto, abbandonati tra i rifiuti, scoprono per la prima volta in quella porzione di cielo, che esistono le nuvole, sineddoche di un aldilà finalmente visibile, che ci ricordano che i confini del mondo sono ben più fuggevoli e misteriosi di quello che immaginiamo. Le nuvole, il nostro contemplarle, ritrarle, diventano così la risposta all’unica domanda di senso che si cela dietro alle nostre vite.

OTELLO
Ma perché dovemo esse così diversi da come se credemo? Perché?

JAGO
Eh, figlio mio, noi siamo in un sogno dentro un sogno.

Rossano Baronciani