Nel corso degli anni ho parlato con molti fotografi che, spesso senza rendersene conto, hanno usato la fotografia per attraversare momenti difficili della propria vita. Ansia, depressione, trauma, lutto. Quello che all’inizio è solo un gesto semplice, guardare, o magari un incoraggiamento arrivato da qualcun altro, finisce per diventare qualcosa di più intimo. La macchina fotografica smette di essere uno strumento per registrare ciò che accade fuori e diventa un modo per dare forma a ciò che succede dentro. In questi casi la fotografia non ha nulla a che fare con il controllo o con la perfezione. È piuttosto una questione di presenza, di istinto, di restare in ascolto di quello che la giornata porta con sé. Spesso non c’è un piano, né la ricerca dell’immagine perfetta. A volte si tratta semplicemente di riuscire ad andare avanti.
Quando ho incontrato Sarah Simon, sono rimasta subito colpita dalla sua apertura e dalla sincerità con cui ha raccontato il percorso che l’ha condotta alla fotografia. Ho sempre apprezzato questa qualità nelle persone, forse ancora di più nei fotografi. In un mondo saturo di immagini costruite e di storie curate nei minimi dettagli, è raro e prezioso potersi confrontare con qualcuno che parla in modo diretto, senza filtri né messinscene.
Simon è una fotografa autodidatta che ha preso in mano una macchina fotografica per la prima volta nel 2020. “Sapevo intuitivamente che era quello che dovevo fare”, mi ha raccontato. “La fotografia è diventata la mia terapia, e da allora non mi sono più voltata indietro.” Dopo anni vissuti con la malattia di Lyme e con il tentativo costante di aiutare anche i suoi tre figli a guarire, descrive quel periodo come una sorta di seconda possibilità. Nello stesso anno, però, suo padre è venuto a mancare. È allora che ha iniziato a prendere il treno per New York, camminando per ore con una macchina fotografica in mano. “Era come essere allo stesso tempo grata per essere guarita e completamente travolta dal dolore per la perdita di mio padre. Stavo affrontando molte cose, anche un divorzio appena concluso. Avevo bisogno di uscire, di muovermi, e l’ho fatto con una macchina fotografica. Mi ha salvato la vita.”


Ha iniziato a fotografare con una piccola Ricoh GR, senza un’idea precisa in mente. Nessun progetto, nessuna aspettativa. Solo camminare e lasciarsi guidare dall’intuizione. Attraverso la street photography ha trovato un modo per elaborare il lutto e per riconnettersi al proprio corpo e allo spazio intorno a sé. Ascoltandola, mi è tornato in mente Daido Moriyama quando parla del fotografare come di un modo di stare nel mondo, più che di spiegarlo. Per Sarah, camminare e scattare è diventato un modo per restare presente, ancorata al momento.
La sua fotografia è profondamente introspettiva con riferimenti alla psicologia junghiana e alla depth psychology. “Per me è legata a un processo di cui parla Jung”, mi ha spiegato. “Una sorta di spazio interiore a cui si può accedere attraverso il sogno, ma anche attraverso uno stato simile alla meditazione. Anche da svegli, si può entrare in contatto con l’inconscio e iniziare a lavorare con l’ombra, con gli archetipi, con le parti più profonde di sé. È esattamente quello che faccio attraverso la street photography. E non credo che potrei arrivare a quello stesso stato con un’altra macchina fotografica. Usare uno strumento così piccolo, libero, intuitivo, apre una porta verso l’inconscio. È come se le mani sapessero cosa fare da sole, senza bisogno di essere guidate dalla mente.”

Simon è completamente autodidatta e lavora esclusivamente in manuale, seguendo più la sperimentazione che le regole tecniche. Oggi è ambassador Ricoh GR negli Stati Uniti ed è una voce centrale all’interno della comunità GR. È anche cofondatrice di Ricoh GR Women, un’iniziativa nata per dare spazio e visibilità alle fotografe in un ambiente storicamente dominato dagli uomini. Parallelamente continua a sviluppare un progetto editoriale che intreccia fotografia, poesia, psicologia del profondo e integrazione psichedelica.
In fondo, il suo lavoro ci ricorda cosa può essere la fotografia quando viene ridotta all’essenziale. Un modo per resistere. Per ascoltare. Per restare vivi. A volte la guarigione inizia semplicemente uscendo di casa e premendo il pulsante di scatto.
Come e’ iniziato il tuo percorso nella fotografia e perche’ hai scelto di fotografare con la Ricoh?
Ho sviluppato una vera passione per la fotografia solo negli ultimi anni. Nel 2020 stavo attraversando un periodo di lutto personale e di malattia, e ho sentito l’impulso di acquistare una fotocamera compatta: ho scelto una Ricoh GR. Fin dall’inizio ho realizzato con la GR immagini misteriose e suggestive, e questo mi ha motivata a continuare a fotografare. Scattare fotografie è diventato una forma di espressione, un modo per esplorare questioni esistenziali e instaurare un dialogo con l’inconscio.
Ho scelto la Ricoh GR perché, nel profondo, sono una design nerd e una minimalista; ma è rimasta la mia fotocamera principale perché ho amato l’esperienza di scattare “snapshot” con essa, un processo che mi permetteva di entrare in uno “stato di flusso”, una sorta di stato alterato di coscienza, mentre osservavo il mondo. Più imparavo a fidarmi di me stessa, a lasciare andare vecchie narrazioni e a creare, e più approfondavo l’arte della street photography, più il fotografare è diventato il mio rituale personale e il mio progetto.
Nel corso di questo percorso ho incontrato altri street photographer, sono diventata Ricoh GR ambassador, ho tenuto talk e guidato photowalk per Ricoh, ho esposto le mie immagini in diverse mostre e zine internazionali, sono stata rappresentata da una galleria, ho fatto parte delle giurie di festival di street photography e sono stata selezionata come finalista nella Women Street Photographers Exhibition.


Hai detto che la Ricoh GR “ti ha cambiato la vita”. Puoi raccontarci il tuo primo momento con questa macchina e parlarci di una fotografia che hai realizzato e che ha cambiato il tuo approccio, forse un momento in cui le capacità tecniche o l’impatto emotivo della macchina ti hanno sorpreso?
Sono stata gravemente malata di Lyme Disease per molti anni e, durante quel periodo, c’erano così tante cose che non riuscivo più a fare: fare lunghe passeggiate, leggere, svolgere funzioni esecutive, o davvero far parte della società. Man mano che guarisco e recupero le forze, fare lunghe camminate con una macchina fotografica è diventato parte del mio percorso di recupero. Dopo le mie photo walk provo dolore e sono esausta per giorni, ma allo stesso tempo mi sento di nuovo viva.
Inoltre soffro di una forte “nebbia mentale” e spesso balbetto o faccio fatica a articolare i miei pensieri in parole, quindi imparare a comunicare attraverso le immagini invece che con il linguaggio verbale è stato un dono.
Ricordo di essere andata con i miei figli al Museum of Modern Art e di aver scattato fotografie lì. Ero entusiasta di vedere dal vivo le sculture di Brancusi, e credo che le fotografie che ho realizzato quel giorno siano state influenzate da quelle opere. C’è una fotografia in particolare, di mio figlio davanti a un mobile di Calder, che amo molto perché cattura il modo in cui vedo il mondo. Ho una mente neurocomplessa e, allo stesso tempo, gran parte della mia malattia ha avuto a che fare con un’infiammazione cerebrale che offusca il modo in cui vedo e vivo la realtà. Realizzare quella fotografia, che sentivo autentica rispetto al mio punto di vista intenso e sfocato, è stato un momento di svolta nel mio processo creativo.
C’è mai stato un momento in cui la GR ti ha davvero sorpresa, sia per le sue prestazioni tecniche sia per l’impatto emotivo di un’immagine che hai realizzato con essa? Puoi raccontarci una fotografia o una situazione particolare?
Uno dei trattamenti che ho utilizzato per anni per affrontare la mia forte nebbia mentale è una medicina a base di rana, tradizionalmente usata dalla tribù indigena Matses dell’Amazzonia. Nel 2023 ho viaggiato nella giungla peruviana per visitare i Matses e ho portato con me la mia GR, scattando fotografie lungo il percorso.
Nel villaggio ho fatto amicizia con una ragazza di 13 anni, intelligente e sicura di sé. Un giorno, mentre mi riposavo sull’amaca, mi ha chiesto se poteva prendere in prestito la mia macchina fotografica. Mentre io dormivo, lei ha camminato per il villaggio scattando immagini della sua comunità, alcune spontanee, altre più costruite.
Mi ha profondamente colpita il fatto che fosse cresciuta vivendo tutta la sua vita in un contesto remoto e tradizionale, nel cuore della giungla, senza aver mai usato prima un telefono, un computer o alcuna tecnologia. Eppure ha capito intuitivamente come usare la fotocamera e ha realizzato immagini meravigliose della sua gente.

In che modo le caratteristiche distintive della GR come l’obiettivo fisso, il corpo compatto e la sua semplicità essenziale, influenzano il tuo modo di fotografare?
La fotografia “snapshot” con una fotocamera compatta mi spinge a scattare in modo libero e istintivo. Possiedo anche macchine più grandi, pesanti e complesse, ma le uso di rado: almeno per ora, sento che questo approccio più immediato e leggero è quello che meglio rispecchia il mio modo di vedere e di fotografare.
Pensi che la portabilità e la discrezione della fotocamera rendano più facile catturare immagini che risultano spontanee e autentiche?
Credo che la maggior parte delle persone sia consapevole di ciò che la circonda e noti chi fotografa, anche quando si tratta di macchine piccole. Per questo, il modo più efficace di fotografare una scena in modo naturale è avere una presenza silenziosa e saper riconoscere il momento giusto. In ogni caso, una fotocamera discreta tende a interferire meno con l’esperienza degli altri.
So che spesso prendi un treno di circa un’ora per fotografare a New York. Com’è lavorare in quell’ambiente? Lo trovi stimolante, impegnativo o entrambe le cose? Ci sono quartieri o situazioni che rendono più facile o più difficile realizzare le immagini che cerchi?
Vado in città con la mente aperta, senza un piano preciso, sapendo che troverò sia molta ispirazione sia molte sfide. Sono attratta da ciò che definisco un misticismo urbano, l’idea di cercare un significato più profondo nel caos e nella follia della vita moderna, invece che in luoghi isolati o religiosi. Cerco immagini che riescano a cogliere allo stesso tempo lo spirito del nostro tempo e la profondità dello spirito umano, e amo il fatto che a New York questo sia possibile ovunque.

Nel tuo rapporto con la fotocamera, quanto conta la connessione emotiva rispetto agli aspetti tecnici? Cosa fa sì che una macchina fotografica diventi davvero tua, e non solo uno strumento?
Quando scatto in modalità manuale e sperimento continuamente regolando le impostazioni, sento che la fotocamera diventa il mio strumento. Faccio aggiustamenti basati su elementi tecnici come la luce o la distanza di messa a fuoco, ma anche in base ai cambiamenti del mio stato emotivo e del mio umore. Per me l’emozione e l’umore sono molto più importanti degli aspetti tecnici. Quando le mie dita hanno una memoria muscolare e sanno regolare la fotocamera in un istante seguendo l’istinto, allora smette di essere un oggetto e diventa un’estensione di me e delle mie emozioni.
Il blog ufficiale Ricoh GR è piuttosto unico nel panorama dei brand fotografici, perché mette in primo piano i fotografi più che l’attrezzatura. Come senti che la tua voce si inserisce in questa comunità? Cosa significa per te farne parte e in che modo ti ha influenzata, anche in termini di visibilità, da quando sei diventata una GR ist?
Tutte le persone che ho incontrato di Ricoh, sia all’interno dell’azienda sia nella comunità dei fotografi, sono state incredibilmente disponibili e stimolanti. È stato un vero piacere far parte di questa realtà come ambassador, come giudice del GR Photo Festival e come GR ist.
Cinque anni fa facevo fatica a trovare online altre donne che usassero la GR e condividessero il loro lavoro, così ho creato l’hashtag ricoh gr women. Da lì è nata l’idea di co curare la galleria Instagram Ricoh GR Women insieme ad altre quattro donne. È fonte di grande ispirazione vedere immagini provenienti da tutto il mondo, realizzate da donne che utilizzano lo stesso approccio snapshot per raccontare il proprio punto di vista. Spero che far parte della comunità Ricoh significhi anche contribuire a dare ad altre persone il coraggio di creare e condividere la propria visione.


Come completeresti la frase “Un GR ist è qualcuno che…”?
Qualcuno che apprezza davvero e utilizza le fotocamere GR nella vita di tutti i giorni e che fa parte del culto. Sto scherzando sulla parte del culto, ma è vero che esiste una sorta di seguito quasi religioso attorno alle GR. I fotografi che le collezionano, come faccio io, e le usano come fotocamera principale da portare sempre con sé, apprezzano profondamente il lavoro degli ingegneri che le progettano e le disegnano, e questo rispetto è reciproco. Il progetto GR ist è il modo in cui Ricoh riconosce e valorizza i fotografi che comprendono davvero e amano le fotocamere che l’azienda crea.
Con l’uscita della GR IV, in che misura pensi che la comunità di utenti abbia contribuito al suo sviluppo? Il marchio è stato ricettivo ai feedback e come funziona di solito il dialogo tra i fotografi e l’azienda?
Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni membri del team Ricoh dal Giappone che progettano le fotocamere, ed è stato affascinante ascoltarli raccontare come abbiano pensato alle nuove funzioni osservando ciò che gli street photographer facevano e cercavano durante i photowalk. L’azienda ha sedi in diverse parti del mondo e ogni ufficio organizza eventi e passeggiate fotografiche aperte al pubblico, oltre a mantenere un dialogo costante con gli ambassador.
Apprezzo molto il fatto che Ricoh sappia ascoltare i feedback, pur rimanendo fedele alla propria missione di creare fotocamere compatte di alta qualità, con un forte orientamento al design, pensate per dare potere ai fotografi. Sui social vedo spesso richieste di nuove funzioni per la GR che non sono coerenti con la filosofia della fotocamera, e rispetto il modo in cui Ricoh riesce a bilanciare l’ascolto della comunità con la fedeltà al proprio progetto originale.

Quanto pensi che la fotocamera che utilizzi influenzi il tipo di fotografie che realizzi? La GR ti ha mai spinta a esplorare generi o soggetti che prima non avevi considerato?
La GR mi ha resa più incline ad abbracciare una fotografia astratta e sperimentale. Ha molte funzioni che trovo divertenti e intuitive da esplorare, come i filtri, i diversi sistemi di misurazione e le varie zone di messa a fuoco.
In che misura senti che la tua identità fotografica è legata alla GR?
Penso che questo progetto di misticismo urbano, che rappresenta una fase del mio percorso fotografico, sia legato alla GR perché è lo strumento che mi permette di accedere a ciò che è necessario per questo lavoro. Allo stesso tempo so che continuerò a evolvermi e a rimanere aperta alla possibilità di creare immagini con qualsiasi fotocamera. Cerco di essere consapevole del fatto che condividere l’entusiasmo per la fotocamera che uso è una cosa diversa dal condividere la mia fotografia come forma d’arte.

Ti capita mai di sentirti un po’ incompleta, o persino “nuda”, quando esci senza la tua macchina fotografica?
Tra un divorzio e l’aver vissuto in più case contaminate da muffa, negli ultimi dieci anni mi è capitato più volte di dover buttare via o abbandonare quasi tutti i miei beni. Questo mi ha portata a diventare minimalista e a possedere solo oggetti ben progettati e realmente utili. Cerco di non attaccarmi alle cose, soprattutto alla tecnologia, per poter sentirmi completa ovunque mi trovi nel mondo.
Detto questo, devo ammettere che la macchina fotografica mi fa sentire meno esposta quando si tratta di esprimere le mie emozioni e il mio punto di vista. Non sempre mi sento al sicuro o capace di esprimermi senza di essa. Una parte della mia pratica fotografica consiste proprio nel capire come mettere in discussione prospettive dominanti nella mia vita e nella società, quando non è sicuro o possibile farlo apertamente con le parole. Inoltre, quando ciò che sto vivendo o cercando di esprimere è ineffabile e il linguaggio risulta troppo superficiale o rigido, la fotografia, attraverso l’astrazione e la metafora, riesce a restituire un’immagine più completa.


Guardando al futuro, cosa c’è davanti a te? Puoi raccontarci i progetti su cui stai lavorando e darci un’idea di cosa potremo aspettarci nei prossimi mesi?
Nell’ultimo anno la nebbia mentale e il mio sistema immunitario sono peggiorati di nuovo a causa di una recente esposizione a muffa nera tossica, e per molto tempo non ho avuto l’energia né la lucidità necessarie per portare avanti le mie idee. In questo momento sono completamente dedicata al riposo, al rinnovamento e alla ricostruzione della mia vita, concedendomi la grazia di farlo con lentezza.
Per me sarà già un grande traguardo, nel 2026, sentirmi di nuovo bene e riuscire a curare e condividere le mie immagini e il mio entusiasmo per la street photography. Per i futuri progetti editoriali, restate sintonizzati.
Silvia Donà