Il Giappone. Un reportage di Priscilla Inzerilli

Discorsi Fotografici continua la serie di reportage con il recente viaggio in Giappone della fotografa romana Priscilla Inzerilli.

DFBenvenuta su Discorsi Fotografici e grazie per il tuo contributo! Per iniziare parlaci un poco di te.

PI: Sono nata a Roma nel 1985, dove vivo e studio tuttora. La passione, che ho da quando ero bambina, per il Giappone e l’Oriente in generale, mi spinge a iscrivermi alla facoltà di studi orientali di Roma e naturalmente a viaggiare molto nei vari paesi del Medio Oriente e dell’Asia. Proprio nel corso di questi viaggi inizio a maturare l’interesse per la fotografia non più solo come documentazione per immagini di una vacanza, da riguardare una volta a casa con amici e parenti; ma cerco di sviluppare piuttosto un “racconto” per immagini, con il desiderio di ricostruire il “sapore” di quei luoghi, dando importanza al dettaglio, agli sguardi, alle situazioni particolari. Si può dire che il mio primo approccio “serio” alla fotografia sia stato proprio con il reportage. La mia prima attrezzatura era costituita da una Panasonic FZ-20, oltre che da una conoscenza sommaria dei programmi di fotoritocco. Dopo un po’ di tempo (e qualche soldo in più) riesco ad acquistare una Nikon D 60, la mia prima Reflex, con un 18-55 mm; imparo a conoscere più approfonditamente il Photoshop, a cui mi affido molto tuttora per gestire in post produzione certe regolazioni che mi è difficile gestire in tempo reale durante lo scatto. Essendo stata “svezzata” con il digitale, con tutti i suoi “vizi” e agevolazioni, ho sempre sentito un piccolo handicap nei confronti della fotografia tradizionale, infatti in questo periodo sto riscoprendo l’analogico, la sua difficoltà ma anche il suo piacere “artigianale”. Con la mia seppure esigua attrezzatura (non sono ancora riuscita ad acquistare una seconda focale) riesco tuttavia ad ottenere qualche soddisfazione (anche pubblica!) ma soprattutto ad inserirmi pian piano nel “mondo” fotografico e a sviluppare alcuni progetti in gruppo con altri fotoamatori e professionisti. Credo di essere riuscita a sviluppare il mio personale “sguardo” (fotografico) sul mondo, mentre sul versante tecnico sono ancora in fase di acquisizione di conoscenze e di sperimentazione, grazie ai tanti input che mi arrivano dallo studio personale dei grandi maestri (cerco di andare a tutte le mostre fotografiche che posso, se ne ho l’occasione), oltre che dai miei “compagni” di fotografia.

DFPrima di partire ti sei documentata fotograficamente?

PI: A volte capita che prima di un viaggio mi lasci suggestionare dalle immagini trovate in rete o su qualche libro, ma alla fine so che nella situazione reale, nel momento in cui vivrò personalmente l’esperienza del luogo, uscirà fuori tutt’altro, il mio “sguardo”, appunto. Mi piace per esempio aspettare di trovare un luogo o una situazione anomala in un contesto che magari fotograficamente risulterebbe banale. Nel caso del Giappone questo sono riuscita ad ottenerlo più che in altri luoghi; se solo infatti si fa un po’ d’attenzione ai dettagli è possibile cogliere dei momenti veramente sorprendenti. La dicotomia sacro-profano ad esempio, che in Giappone pare quasi annullata, nel senso che molto spesso l’uno sfuma nell’altro, crea in molti casi delle situazioni che, agli occhi occidentali, appaiono contraddittorie o addirittura grottesche. E sono queste le situazioni fotograficamente più interessanti!

DFChe attrezzatura hai portato con te?

PI: La mia Nikon D 60 con obiettivo standard, un filtro polarizzatore circolare Hoya HMC 52 mm e un totale di 6 Gb di memoria SD!

DFQuali soggetti hai fotografato più frequentemente?

PI: Dipendeva molto dalle situazioni e dai contesti in cui mi trovavo. È capitato ad esempio che mi trovassi per più giorni di seguito ad affrontare “scalate” in montagna, oppure di visitare santuari shintoisti, spesso situati nei pressi di boschi o comunque in scenari naturali; mentre altre volte mi sono trovata totalmente immersa nella “frenesia” urbana. Nell’uno e nell’altro caso, credo di aver cercato di cogliere il “filo conduttore”, un senso di continuità tra l’elemento umano e quello naturale: in effetti ho dato meno attenzione alle persone e ai paesaggi e mi sono soffermata di più su certi dettagli particolari: scorci di umanità cittadina solitaria, offerte devozionali atipiche (mi ha divertito molto la bottiglia di birra offerta alla divinità nel mezzo di un sentiero montuoso), insomma quei “segni” della presenza umana e della sua interazione con l’ambiente (tema molto presente, tra l’altro, nella stessa cultura giapponese).

DFHai sperimentato particolari difficoltà?

PI: A parte le condizioni di luce diffusa che si presentavano spesso durante le prime ore del mattino, qualche giornata di pioggia e piccoli momenti di crisi nel dover superare un fossato aggrappandosi ad una corda e continuando a tenere la fotocamera in mano, non ho sperimentato particolari difficoltà!

DFSe dovessi avere l’occasione di tornare negli stessi luoghi cosa fotograferesti ancora?

PI: Se dovessi tornare (penso accadrà presto!) mi piacerebbe dedicarmi di più alle persone; dopo aver sperimentato il senso dell’esotico e della sorpresa vorrei cercare di indagare di più il quotidiano, le emozioni delle persone, i loro ritmi.

DFChe cosa non sei riuscito a fotografare e avresti voluto?

PI: Nella maggior parte dei casi era proibitissimo scattare foto all’interno dei templi o delle sale di alcuni edifici (soprattutto quelli decorati con pannelli rivestiti in carta di riso con meravigliose pitture ad inchiostro, comprensibile data la fragilità del materiale); erano molto fiscali anche per quanto riguardava alcune sculture religiose (che avrebbero meritato moltissimo).

DFHai trovato la forza di spegnere la fotocamera e goderti il viaggio ogni tanto?

PI: Certamente, durante i pasti e mentre dormivo mi succedeva spesso di spegnere la fotocamera!

DFCosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

PI: La cultura giapponese va sicuramente conosciuta un minimo, per evitare di avere la sensazione di essere atterrati su un altro pianeta (cosa che da un altro punto di vista potrebbe anche risultare divertente!). I giapponesi hanno un tipo di società estremamente “ritualizzata” e una grande attenzione per l’aspetto formale delle cose e dei comportamenti. È bene quindi a mio parere, anche per una forma di rispetto, essere preparati all’incontro con un modello culturale estremamente diverso dal nostro. Detto questo però consiglierei anche di partire con un atteggiamento molto “open minded”, pronti a lasciarsi stupire e a sperimentare le bellezze, e perché no, anche le stranezze e le contraddizioni di un luogo veramente unico al mondo.

DFAl di là dell’aspetto puramente legato alla fotografia, hai qualcosa da aggiungere riguardo questa esperienza?

PI: Personalmente ho vissuto questa esperienza con grande entusiasmo, sono ritornata con uno sguardo diverso sulle cose. Credo che sia così in generale per ogni “shock” culturale, quando si entra in contatto con una realtà totalmente “altra”. Ti rendi conto di come certe cose possano funzionare in maniera completamente diversa (trasporti pubblici, abitudini alimentari). In Giappone ho sperimentato intensamente il senso della valorizzazione estetica per ogni cosa (dalla casa al cibo), il senso dell’estremo rispetto per le regole, ma anche un modello di relazioni umane molto più “freddo” e formale del nostro. Insomma, l’ho trovato un ottimo “specchio” culturale, per chi volesse scoprire cose ancora sconosciute e capirne meglio altre che già gli appartengono.

Discorsi Fotografici ringrazia Priscilla Inzerilli e si augura vivamente di ricevere al più presto altri suoi contributi da condividere con i lettori.