Analfabetismi Visivi

Si sente spesso parlare di analfabetismo funzionale che, come è noto, è una cosa diversa dall’analfabetismo totale. Quest’ultimo infatti indica la totale incapacità tecnica di leggere e scrivere. Fortunatamente questo, almeno nel nostro paese, è stato praticamente azzerato da molti decenni. Col termine analfabetismo funzionale ci si riferisce invece a quelle persone che di fatto hanno la capacità di individuare il significato immediato delle parole ma che non sanno utilizzare in maniera adeguata questa loro abilità. Nel 1984 l’UNESCO ha definito l’analfabetismo funzionale come «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Quindi, in pratica, un analfabeta funzionale è una persona che sa leggere e scrivere ma che risulta incapace di comprendere, valutare e usare le informazioni che poi possono orientarlo sia nelle azioni di tutti i giorni che su un piano più teorico o ideologico. L’analfabetismo funzionale può avere delle grosse ripercussioni anche sul mondo del lavoro e su quello economico poiché può essere causa di perdite finanziarie. Questo perché può essere causa di bassa produttività, errori a vari livelli, incidenti di percorso e rallentamenti vari che inevitabilmente si trasformano in danni che possono incidere anche in maniera rilevante sul bilancio di un’attività.

Dobbiamo osservare però che accanto agli analfabetismi che riguardano la lettura di testi scritti esistono anche analfabetismi legati alla lettura e alla interpretazione delle immagini. Per una serie di motivi questo fenomeno è meno evidente ed eclatante, meno facile da individuare, e proprio per questo può essere più insidioso. Può infatti insinuarsi nelle pieghe e nei labirinti del nostro muoverci all’interno di una società dove le immagini hanno un ruolo rilevante e invasivo. Rispetto alla lettura e all’interpretazione di un testo scritto l’interpretazione di una immagine non possiede infatti lo scalino iniziale dell’imparare un linguaggio convenzionale. Può apparire lapalissiano affermare che per poter leggere occorra prima di tutto imparare a farlo e quindi imparare ad associare una serie di segni, culturalmente prestabiliti, ai significati corrispondenti e legarli ad oggetti o concetti. Per guardare un’immagine e capire cosa rappresenta (ovviamente quando è realizzata in maniera adeguata) non occorre infatti avere appreso uno specifico linguaggio. Un’immagine è legata all’oggetto che rappresenta da un rapporto di analogia formale e non da un legame concordato culturalmente. Per questo si può parlare di apprendimento spontaneo perché impariamo a riconoscere con l’esperienza diretta una mela dalla sua forma e dai suoi colori e questo comporta che saremo in grado di riconoscerla in un disegno che la ritrae se ha forma e colori conformi all’originale. Non a caso nelle scuole elementari ci si avvale dei disegni per far associare le iniziali delle parole alle cose corrispondenti attraverso i cartelli alfabetieri. Se cambiamo la lingua con cui vogliamo esprimerci non occorre cambiare l’immagine. Come didascalia dello stesso disegno di una mela possono essere utilizzate parole diverse come mela, appunto, ma anche applemanzanaapfelpommeepleelma ecc.. Questo, però, ci può far cadere in un grande equivoco. La semplicità di accesso al significato diretto delle immagini le fa sembrare infatti sempre universalmente leggibili a causa della facilità della individuazione dei contenuti immediati. Molto spesso ad esempio, quando qualcuno non capisce quello che stiamo dicendo possiamo chiedere in maniera ironica: «ti devo fare un disegnino?», e lo facciamo consapevoli che il linguaggio visivo in genere arriva al destinatario con meno mediazioni. Questa condizione fa sì che, ad eccezione delle opere d’arte e poco altro, non ci si ponga nemmeno il problema della ricerca di letture più adeguate.

Lo storico dell’arte Roberto Longhi, in una lettera del 1944 inviata al suo giovane collega Giulio Briganti sottolineava il fatto che alla storia dell’arte nella scuola italiana fosse riservato uno spazio davvero esiguo. Invitava quindi ad allargare «l’asfittico spazio concesso a quella storia dell’arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione». In realtà l’educazione alle immagini è stata da sempre un aspetto di importanza poco rilevante non solo nella scuola ma anche al di fuori di essa, all’interno della società in tutte le sue componenti. Questo fatto rispecchia alcune opinioni consolidate e diffuse sulle priorità culturali. Immaginatevi l’imbarazzo di una persona che dovesse ammettere di non saper leggere. Almeno da noi, dove la scolarizzazione elementare dovrebbe aver raggiunto il 100% della popolazione, essere analfabeta significherebbe essere un individuo primitivo, arretrato, impresentabile. Per quanto riguarda la capacità di interpretare un’immagine invece il discorso è sostanzialmente diverso perché in questo caso non ci si pone nemmeno il problema. Si dà per scontato che questa sia automatica. Poco importa se, ad esempio, dell’arte tradizionale si è spesso in grado di leggere solo i significati più superficiali e immediati, se si è rassicurati, a differenza di quello che succede con l’arte contemporanea, dal fatto di riuscire ad individuare una Madonna, un sant’Antonio o una nave in un mare in tempesta. E magari si pensa che la fruizione si esaurisca nell’apprezzamento della bravura manuale dell’autore.

Non dobbiamo però mai dimenticarci, anche se ci abbiamo fatto l’abitudine, che noi viviamo circondati proprio da un mondo di immagini, viviamo una sorta di museo o di carosello continuo, permanente e diffuso, dove i contenuti visivi possono essere aulici ma molto più spesso prosaici o semplicemente quotidiani. Possono rappresentare cose a noi familiari oppure situazioni esotiche che quasi sicuramente non vedremo mai di persona. E la cosa davvero rilevante è che all’interno di questa parata visiva prende luogo gran parte della nostra esperienza e conoscenza del mondo. Una cosa importante è che questa galleria diffusa è composta nella quasi totalità fotografie o video. Ecco che allora ci rendiamo conto che l’analfabetismo visivo non riguarda solo la fruizione della grande arte o delle fotografie d’autore. Sapere come funzionano i meccanismi della comunicazione visiva significa impadronirsi degli strumenti che ci rendono consapevoli circa l’attendibilità e le possibili deformazioni che, volontariamente o no, in maniera più o meno esplicita, il medium inserisce tra noi e quello che abbiamo l’impressione di stare guardando in maniera immediata, senza alterazioni. Per questo un bagaglio di strumenti per la lettura delle immagini diventa importante per districarsi nella giungla delle riproduzioni del mondo, altrimenti rischiamo di non uscire dalla condizione di fruitori ingenui. E questo può costituire una fonte di pericolo sia dal punto di vista individuale che sociale. Purtroppo, a causa di abitudini culturali e di familiarità col medium fotografico si ha di fatto l’abitudine a bypassarlo come se fosse insistente, trasparente o ininfluente. Non si sente a sufficienza il bisogno di capire non solo cosa ma anche come le fotografie comunicano.

Quando mi aggiro all’interno di una qualsiasi libreria mi sento sempre un po’ scioccamente stupito dal fatto che nei reparti di fotografia la stragrande maggioranza dei volumi sia costituita da manuali tecnici. Al secondo posto si collocano i libri fotografici, spesso giustamente molto costosi, con grandi e belle illustrazioni di autori famosi o di luoghi esotici o di bellezze naturali. Solo poche pubblicazioni sono dedicate alle riflessioni sulla lettura o sulla natura delle immagini e per giunta spesso sono mischiate insieme al resto. Inoltre, quando si intende proporre un corso di lettura delle fotografie occorre in genere specificare con forza e con chiarezza che non si tratta di un corso in cui si impara a fotografare ma solo a guardare e analizzare. Pensiamo invece ad una situazione dove, proponendo una serie di conferenze di storia dell’arte, si specificasse che non siamo di fronte ad un corso pratico di pittura, grafica o incisione e che non occorrerà usare pennelli, tele, cavalletti, carboncini, sanguigne, bulini, brunitoi ecc.. La situazione potrebbe apparire come paradossale o addirittura comica.Quindi potremmo dire che l’assenza di una cultura adeguata fa si che accanto all’analfabetismo funzionale-verbale prenda luogo anche un analfabetismo funzionale-visivo. Quest’ultimo rappresenta una realtà che si sviluppa in maniera più subdola e prende percorsi più contorti e nascosti perché ritenuto paradossalmente meno significativo. Questo analfabetismo visivo, inoltre, si accentua ancora di più all’interno dell’universo della fotografia a causa di una serie di opinioni sedimentate nella nostra cultura. Questa sorta di impreparazione ci coglie quasi come degli sprovveduti, come una sorta di tante e tanti “Alice nel paese delle meraviglie” dove lo scintillio di un mondo stupendo, ma virtuale, potrebbe travolgerci. Questo potrebbe costituire un intralcio per una interazione adeguata con le realtà con cui ci confrontiamo materialmente. Potrebbe fare di noi, anche se in misura differente ma comunque in alcuni casi inevitabilmente, degli analfabeti visivi.

Marco Panerai