Le vacanze degli altri

In alcuni periodi della mia vita ho frequentato due città molto conosciute nel mondo: Firenze e Roma. Nel primo caso è stato per questioni di studio poiché lì ho frequentato l’università mentre nel secondo, avvenuto un paio di decenni dopo, i motivi erano di lavoro. In entrambi i luoghi mi è capitato di muovermi a piedi nei centri storici e inevitabilmente mi è successo di passare per scorci iconici come quelli offerti da Piazza della Signoria o da Piazza di Spagna o di dover attraversare Arno e Tevere usando Ponte Vecchio o Ponte Sant’Angelo. E, come è facile immaginare, le volte che mi sono recato nelle zone più attraenti mi sono dovuto quasi sempre districare nella folla di persone giunte da ogni parte del globo per visitare la Culla del Rinascimento o la Città Eterna. Erano quasi sempre muniti di macchina fotografica, pronti a riprendere scorci pittoreschi e a farsi immortalare davanti al monumento di turno. Dopo tutto sappiamo molto bene che tra i gesti caratteristici di ogni turista c’è il clic. Adesso la situazione è un po’ cambiata perché nella stragrande maggioranza dei casi, i viaggiatori tengono sospesa davanti a sé con entrambe le mani quella tavoletta metallica che prende il nome di smartphone. Una conseguenza della diffusione di questi dispositivi è che il numero degli scatti si è moltiplicato in maniera esponenziale per motivi abbastanza evidenti. La fotocamera (assieme alla modalità videocamera) è infatti incorporata in un oggetto che abbiamo sempre a portata di mano e le immagini possono essere immediatamente condivise al costo praticamente nullo di ogni scatto.

I turisti di qualsiasi città del mondo inquadrano spesso le stesse cose e nella stessa maniera. Basti pensare a quello che succede a Pisa nel Campo dei Miracoli dove li vedi tutti con un braccio alzato in maniera che colui o colei che li fotografa, attraverso un gioco di prospettive, faccia sì che sembri che sorreggano o che addirittura stiano raddrizzando la torre che pende. Una delle cose più comuni, poi, è che quasi sempre fotografano esattamente quelle cose che una volta si trovavano in tutte le cartoline in ogni edicola di ogni angolo della città e che oggi si trovano nelle videate di qualsiasi motore di ricerca. Anzi, probabilmente le cartoline e le immagini in rete sono anche migliori per inquadratura, esposizione ed altri aspetti tecnici. Eppure, forse, il bello sta proprio qui. Nel caso in cui il turista non compaia nell’inquadratura forse sono proprio le imperfezioni a personalizzare queste immagini, a ricordare ad ogni visitatore, una volta  tornato a casa, che è stato proprio lui, o lei, l’autore/autrice di quello scatto, che quelle sbavature sono la prova provata che lui, o lei, era lì in quel momento.

Qualche volta ho pensato al fatto che viaggiando dentro tutti quegli oceani di clic io possa essere entrato involontariamente all’interno delle inquadrature dei dispositivi affamati di bellezze architettoniche. Oppure, dal punto di vista opposto, ho immaginato le volte in cui un turista abbia, anche lui involontariamente, trasformato la mia presenza in una immagine di me. Tutto questo è avvenuto all’insaputa di noi umani ma certamente non della macchina poiché è lei la responsabile dell’accaduto. Questa è stata infatti inventata, o scoperta, proprio per fare questo: registrare tutto quello che le è davanti al momento dello scatto a prescindere dalla volontà o dall’intenzione dell’operatore e del raffigurato. La macchina ha una sua personalità, un suo arbitrio, agisce al posto dell’operatore. Quindi, per chi ha scattato e per tutte le persone a cui viene mostrata quell’immagine, la mia presenza non è che un rumore di fondo, oppure, nel migliore dei casi, fa parte del contorno ambientale. Immagino che alcune volte io sia stato ripreso in maniera abbastanza nitida, altre invece solo come un ombra un po’ mossa in lontananza. Alcune di queste immagini potrebbero anche essere state pubblicate sui social e quindi visionabili in rete. In ogni caso la stragrande maggioranza di quelle dove potrei esserci anche io, probabilmente saranno conservate privatamente in album di viaggi, in caricatori di diapositive, dentro alcune pendrive o semplicemente nelle memorie dei cellulari. Quindi una ‘mia’ fotografia potrebbe alloggiare in una tasca o da qualche parte in una casa che si trova in Australia, in Canada, in Giappone, in Sudafrica ecc.. Tutte queste costituirebbero di fatto delle prove registrate della mia presenza nei momenti e nei luoghi degli scatti. Tralasciando le questioni di privacy che non mi interessano, rappresentano comunque un riscontro attendibile della mia esistenza nel mondo. In caso contrario non avrei potuto impressionare, anche involontariamente, la pellicola o il sensore poiché quello che non esiste o non è presente non si può fotografare.

Il concetto di simulacro a questo punto può essere molto interessante perché può indicare cose e sfumature diverse ma tutte sono riconducibili alla fotografia. Un simulacro infatti:

  • È ciò che simula, quello che raffigura in forma simile.
  • Può indicare anche la rappresentazione più esteriore, più superficiale, che può anche non rispondere alla realtà o farlo solo in parte.
  • Inoltre può anche assumere il significato di ombra, di essere non reale oppure di fantasma di una persona morta.

La prima definizione calza a pennello alla fotografia perché è sua natura produrre immagini di forma analoga a qualcos’altro, in particolare forme che assomigliano a cose o persone. La seconda ha a che fare col mondo delle apparenze e dell’apparire. Molto spesso infatti quando sappiamo di essere di fronte ad un obiettivo ci mettiamo in posa, cerchiamo cioè di dare un’immagine più o meno studiata e progettata di noi. La terza, molto affascinante, si riferisce al fatto che ogni fotografia è legata al passato perché dal momento in cui si è formata non appartiene più al presente.

Nel caso degli scatti in cui sono stato soggetto per caso di fatto ho creato un simulacro di me semplicemente con la mia presenza mentre non ho avuto la minima possibilità di creare la mia immagine, la mia apparenza. Infatti se mi imbattessi in una di quelle fotografie sarebbe significativo riconoscermi, ma fondamentalmente solo per me e soprattutto mi restituirebbe una mia immagine che probabilmente mi apparirebbe sulle prime come estranea, una visione dal di fuori dissonante rispetto alla percezione che io ho di me, mi stupirei di un me esterno a me, di un’immagine di me che non mi è (ancora) familiare. E una cosa che suona come beffardamente ironica è il sapere che molte di queste anonime prove della mia partecipazione al viavai del mondo sopravviveranno anche dopo la mia morte, diventeranno dei simulacri secondo la terza accezione. A mia insaputa e all’insaputa di chi mi conosce assumeranno il valore di testimoni del mio passaggio nel mondo ma senza significato né contenuto.

Marco Panerai