Da cosa dipende una buona performance? Fino a che punto la persona che sei influisce su chi vuoi diventare sul palco? Dove finisce la realtà e inizia la finzione?
Cinque attori, chiusi in un teatro da un uomo misterioso, devono mettere in scena uno spettacolo e ricrearne il finale per uscire di lì. La premessa di Non è uno spettacolo è riassumibile in una riga, perché a pilotarla sono le emozioni dei personaggi. L’ambizione di girare gran parte degli episodi in piano sequenza non è virtuosismo tecnico furbo e autoreferenziale, ma ha il preciso scopo di unire il linguaggio cinematografico al linguaggio teatrale (da cui il cinema per primo deriva). Vittorio Sinceri e la compagnia degli Emonauti hanno trasformato il palco in un set e in un campo di battaglia asfissiante, dove gli screzi tra i personaggi, bloccati in una situazione surreale di pressione psicologica schiacciante, rubano la scena allo spettacolo che “non s’ha da fare”. Perché il processo della creazione artistica non è meno spettacolare della sua messa in scena.

La serie oscilla tra il linguaggio di Birdman e la tensione di 12 Angry Men. Gli attori professionisti sanno giostrarsi con maestria nella corsa a perdifiato dei piani sequenza: Stefano Delfino, Matteo Savo, Patrizio Borzi, Claudio Spandaro e l’unica attrice Andrea Delfino, che risplende col suo pungente carisma, danno il meglio di sé quando danno di matto e se ne dicono di tutti i colori. Il terzo episodio raggiunge l’apice della perizia tecnica, quando il gruppo è alle prese con la lettura dei copioni e la macchina da presa gira intorno al tavolo, con il suono della batteria che subentra alle voci per segnalare lo scorrere del tempo. L’inquadratura diventa un’ispezione, noi spettatori ci chiediamo quando arriveranno al limite, ed è lì che si innesca il climax psicologico.

Il palcoscenico vuoto è la pagina bianca sulla quale prende forma la creazione artistica, avulsa da tutto ciò che sta fuori. All’inizio della serie la divisione tra realtà e finzione è molto marcata: Lara e Stan sono in crisi come coppia e come attori; Luca, non potendo passare la vita sul palco, decide di togliersela proprio lì dove è destinato ad essere, ma crolla a terra in posizione fetale. Claudio invece è diventato qualcuno e non ha niente da perdere se non il successo che sente di aver rubato alla generazione di Luca, Lara e Stan.
Forse era questo il significato dell’esperimento: recitare significa dimenticare chi sei o portare te stesso sul palco? All’inizio della sfida, i personaggi sono incasellati nei ruoli imposti dalla vita di tutti i giorni, ma dentro sono “in cerca d’autore”, persi e disidentificati, perché se non possono essere qualcun altro, non sono nessuno. La vera sfida che devono affrontare è riuscire a liberarsi da ciò che erano prima di entrare a teatro, e ciò sarà possibile solo ridimensionando la loro vita e i loro rapporti. Per questo il personaggio di Nem è il contraltare perfetto: fuori scena è così sopra le righe che sembra uscito da un cartone animato, ma in scena non riesce a recitare. Nem è la finzione, è il teatro, è lo spettacolo surreale. Ma è anche l’ingranaggio rotto che impedisce alla mise en abyme di realizzarsi. La sua persona non è una maschera, ma la sua intera essenza. È un essere svuotato, trasfigurato così tanto dal teatro che ha perso il contatto con la realtà, e con esso la virtù imprescindibile di un attore: cambiare e reinventarsi. Ed è nel confronto con gli altri che ritrova la sua umanità.

La serie si chiude con il monologo del maestro smascherato, interpretato dal compianto Claudio Spandaro. A differenza della controparte teatrale, l’attore non viene proiettato su un video con un lungo primo piano recitato con energia e convinzione, e non indossa la maschera veneziana del medico della peste. Poiché gli ultimi minuti risultano una chiosa scollata dal resto dell’opera, sarebbe stato molto più ad effetto vedere recuperata quest’iconografia di un medico alieno e invisibile, ma pur sempre un medico, forse, in questo caso, dell’anima. La scelta di una maschera pratica potrebbe rifarsi al messaggio veicolato da Quarto Atto, ovvero che verità e finzione non si escludono mai a vicenda. Il cinema (o il teatro) “non è uno spettacolo”, è vita.

Chiara Mastrofini
Non è uno spettacolo – Scheda tecnica
Titolo: Non è uno spettacolo
Regia e sceneggiatura: Vittorio Sinceri
Aiuto regia: Denise Tucci, Luca Bruganelli
Cast:
Andrea Delfino — Lara
Matteo Savo — Luca
Stefano Delfino — Carlo
Patrizio Borzi — Stan
Fabrizio Ferrari — Nem
Claudio Spadaro — La Maschera
Fotografia: Eduardo Henrique Bertuci
Assistente fotografia: Martina Mugnai
Operatore camera: Vittorio Sinceri
Scenografia e prompt: Manuel Quaresima
Audio PD: Francesco Mattei
Data manager: Fabrizio Di Genova
Trucco e parrucco: Martina Birolini
Montaggio e color: Gianluca Dante
Mix audio: Vittorio Sinceri
Grafica: Salvatore Atzori
Produzione: Expro Studios, Gli Emonauti, Teatro Hamlet
Edizione: Francesca Di Nenna
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Crowdfunding: realizzato anche grazie al sostegno dei sostenitori tramite crowdfunding.