C’è una frase che torna puntuale ogni volta che si parla di una fotocamera costosa: «A questo prezzo mi compro una Leica». È quasi un riflesso condizionato, più che un ragionamento, come se il prezzo, da solo, bastasse a spostare un oggetto su un altro piano simbolico. Detta così, suona un po’ come affermare che, se devo spendere tanto per andare in Giappone, allora tanto vale andare in Germania. Entrambi viaggi importanti, certo, ma profondamente diversi per direzione, cultura, aspettative.
La Fujifilm GFX100RF non è una Leica mancata, né una risposta a Leica. È un altro itinerario, un altro modo di pensare la fotografia, prima ancora che un altro prodotto. La cosa più interessante è che questa fotocamera non cerca di convincere, non promette di essere perfetta, non si presenta come soluzione universale, né costruisce il proprio racconto sull’idea di poter fare tutto meglio delle altre. È molto più onesta: dice semplicemente «sono questa», e sta poi a chi la utilizza capire se è il viaggio che vuole fare.

Quello che Fujifilm propone è un’idea che, fino a poco tempo fa, sembrava quasi impossibile: portare il medio formato fuori dal contesto dell’eccezione, dello studio, del progetto pianificato, e avvicinarlo a una dimensione più quotidiana. Non nel senso di banalizzarlo, ma di renderlo fisicamente e mentalmente più accessibile. Una fotocamera che puoi davvero portare con te, senza dover giustificare lo sforzo ogni volta che esci a fotografare. Usandola, ci si accorge presto che non è una macchina che spinge a scattare di più. Al contrario, induce a rallentare, non perché sia lenta o complessa, ma perché la qualità che si ha tra le mani è tale da richiedere attenzione. Non un’attenzione tecnica, ma umana: guardare meglio, scegliere con più calma, essere più presenti. Con molte fotocamere si scatta e poi si decide. Non c’è niente di sbagliato, soprattutto quando il lavoro è frenetico ed è quasi inevitabile. Con la GFX100RF succede l’opposto: prima si decide, poi si scatta. È un cambiamento sottile, ma profondo, che riporta la fotografia in uno spazio più consapevole, non per nostalgia, ma per chiarezza. Anche il modo in cui invita a pensare il formato dell’immagine va esattamente in questa direzione. Scegliere il rapporto prima dello scatto non è un esercizio estetico né un gioco creativo: è una presa di posizione. Significa domandarsi in anticipo come raccontare una scena, che equilibrio dare agli elementi, dove far respirare l’immagine. È una domanda che, negli anni del «poi vediamo in post», avevamo progressivamente smesso di farci. Qui, invece, torna centrale.

È interessante notare come questa stessa idea venga formulata, da un’altra prospettiva, anche da Yukio Uchida, nelle X-Stories di Fujifilm. Uchida paragona la scelta del rapporto d’aspetto al cambiare abito in base all’occasione: non esiste un formato “giusto” in assoluto, ma un formato più adatto a ciò che si ha davanti. Il 5:4 dialoga con naturalezza con l’architettura giapponese; il passaggio tra 4:3 e 3:2 modifica la percezione del movimento e della profondità; il formato quadrato, privo di direzione, introduce una tensione silenziosa quando l’immagine diventa oggetto fisico; il panoramico 65:24 non è un semplice ritaglio, ma una scelta da compiere al momento dello scatto, per concentrare spazio ed emozione in un’unica visione.
Lo stesso ragionamento vale per l’obiettivo fisso. È un limite dichiarato e, come tutti i limiti, può spaventare. Però è anche una forma di libertà: un solo punto di vista, qualche possibilità di stringere l’inquadratura quando serve, senza l’illusione di poter fare tutto. Non è una fotocamera che ti segue ovunque tu voglia andare; sei tu che devi decidere dove andare con lei. Per qualcuno è una rinuncia, per altri una liberazione.

In occasione della presentazione delle fotografie vincitrici del World Press Photo 2025 a Bologna, ho avuto modo di intervistare il fotografo messicano Musuk Nolte. A un certo punto, parlando al di fuori dell’intervista del suo lavoro recente, mi ha detto una cosa molto semplice, quasi con timidezza, ma estremamente rivelatrice: fotografare con la GFX100RF gli ha semplificato il lavoro. Non perché “faccia di più”, ma perché gli ha tolto peso, letteralmente e mentalmente. Prima utilizzava una Fujifilm X-T4 con ottiche intercambiabili, un sistema eccellente, ma inevitabilmente più ingombrante, per quanto compatto. Con la GFX100RF, mi ha raccontato, ha trovato una leggerezza operativa che gli ha permesso di concentrarsi sulle immagini, non sull’attrezzatura. E in effetti, quando la “indossi”, non la senti: è leggera, silenziosa, mai invadente. Non è una questione di competizione tra segmenti o di rivalità interna; sono strumenti diversi, pensati per approcci diversi. Questa osservazione dice molto: a volte una fotocamera che sulla carta sembra “più grande” diventa, nella pratica, più semplice. E quando succede, il lavoro scorre meglio.

In questo senso, di nuovo anche le parole di Uchida trovano un’ulteriore risonanza. Il suo discorso, infatti, va oltre l’estetica e tocca il tempo, la presenza, il senso stesso del fotografare. Fotografare significa affidare ciò che vediamo oggi — la luce, il vento, le nuvole — a chi saremo domani o a chi è lontano. Se non si dà valore al presente, fotografare perde di senso. Quando definisce “rivoluzionaria” la possibilità di portare una GFX nella quotidianità, persino in bicicletta, non sta parlando di portabilità in senso tecnico, ma di libertà mentale. È qui che il suo pensiero si inserisce in modo naturale nella filosofia Fujifilm: prima la fotografia, poi la tecnologia. Non come slogan, ma come pratica.
Dopo l’entusiasmo iniziale resta sempre la domanda più importante: cosa succede quando il tempo passa?
La prima prova che ho fatto con la GFX100RF era durata appena ventiquattro ore, in occasione del lancio a Venezia. Un contesto straordinario, certo, ma troppo breve per andare oltre le prime impressioni. Un mese intero, invece, è un’altra storia: un tempo sufficiente perché una fotocamera smetta di essere una novità e inizi a diventare un’abitudine. Durante questa seconda prova, più lunga e più silenziosa, nel mese di novembre 2025, ho fatto una scelta precisa: cercare luoghi in cui la GFX100RF potesse esprimersi davvero. Paesaggi naturali, paesaggi urbani, spazi aperti, architetture. Non per metterla alla prova in senso tecnico, ma per metterla nelle condizioni giuste; luoghi in cui la scelta del formato non fosse un esercizio stilistico, ma una decisione reale, legata al modo in cui quello spazio poteva essere raccontato.



Scattare pensando già al formato cambia tutto. Cambia il modo in cui ti muovi, il punto da cui guardi, il tempo che dedichi all’inquadratura. Non è più «poi vediamo cosa funziona meglio», ma «questa scena la racconto così». Qui la fotografia torna a essere un atto intenzionale, che non rimanda alla post-produzione come guardare.
Col passare dei giorni mi sono accorto di un’altra cosa, forse ancora più significativa: questa fotocamera mi ha permesso di conoscere i luoghi e, soprattutto, di tornarci. Non per rifare la stessa foto, ma per rivederli con occhi diversi. Cambiando luce, cambiando formato, cambiando distanza. In questo senso la GFX100RF crea una felice abitudine: ti invita a frequentare gli spazi, non a consumarli.

Quello che invece non mi aspettavo è stata una coincidenza incredibile: proprio durante il mio periodo Fujifilm ha presentato un’edizione limitata di questa fotocamera, chiamata Fragmenta. E, ancora una volta, l’aspetto più interessante non è stato tanto l’oggetto in sé, quanto ciò che l’ha accompagnata. Non una nuova funzione, non un aggiornamento tecnico, ma la presentazione della prima vera ricetta. Non una simulazione pellicola nel senso tradizionale, bensì una pellicola digitale senza un corrispettivo diretto nel mondo analogico. Fujifilm l’ha chiamata Fragmenta Black & White, una variazione della già splendida ACROS, ma con un carattere autonomo, più interpretativo che descrittivo. I possessori, felici, dell’edizione limitata la trovano integrata nativamente nella fotocamera; tutti gli altri, se vogliono utilizzarla, devono ricostruirla come preset personalizzato. È una scelta tutt’altro che secondaria, perché rafforza l’idea che non si tratti di un semplice effetto da selezionare, ma di una decisione consapevole, capace di incidere sul modo stesso di guardare, come del resto è la filosofia delle Recipes. Questa pellicola è sorprendente: poetica, densa, capace di ingentilire anche le architetture più razionali senza addolcirle. Dimostra quanto una pellicola — o una ricetta — possa trasformare una scena non solo nel tono, ma nello sguardo che la precede.
FRAGMENTA B&W





A questo punto è inevitabile parlare anche dei limiti. Ci sono, ed è giusto dirlo senza drammatizzarli. Non c’è la stabilizzazione, non è una macchina pensata per risolvere ogni situazione di luce senza compromessi, non è fatta per chi cerca sempre la scorciatoia più facile. Ma questi limiti non sono errori: sono il risultato di una scelta precisa, coerente con l’idea di restare compatti, portabili, presenti.
Il problema nasce quando questi aspetti vengono giudicati da lontano. Attorno a questa fotocamera si è creato molto rumore, spesso alimentato da chi la guarda come un elenco di cose che mancano. È comprensibile, ma è anche il limite più grande del modo in cui oggi parliamo di fotografia, perché ci sono cose che non passano attraverso una scheda tecnica: il peso, l’equilibrio, la voglia di portarla con sé il giorno dopo. Chi la prova davvero, quasi sempre, cambia atteggiamento: meno assoluto, più concreto, più vicino all’esperienza che al confronto.

C’è infine un passaggio che merita di essere affrontato non come nota promozionale, ma come naturale prosecuzione del discorso: la stampa. Con una fotocamera come la GFX100RF la stampa non è un’opzione, è un passaggio obbligato. È lì che si capisce davvero cosa significa lavorare con un sensore medio formato. Non è un caso che anche Yukio Uchida, nel video delle X-Stories, scelga di parlare dei rapporti d’aspetto mostrando delle stampe. Le dispone una accanto all’altra, ognuna con un formato diverso, e le osserva con un movimento lento, misurato, quasi timido. Non c’è enfasi, non c’è spiegazione didascalica: c’è silenzio, tempo, attenzione. È nel passaggio dalla mano alla carta, più che nelle parole, che diventa evidente come il formato non sia un’opzione astratta, ma una decisione che prende corpo. Quelle stampe non servono a dimostrare una differenza tecnica. Servono a ricordare che l’immagine, quando esce dallo schermo, cambia status. Diventa oggetto, presenza, spazio occupato, solo allora il rapporto d’aspetto smette di essere una scelta di menù e diventa parte integrante del racconto. Sul monitor molte differenze si appiattiscono; su carta no. Su carta emergono la tridimensionalità, la profondità dei passaggi tonali, la sensazione di spazio tra i piani. Stampando immagini realizzate con la GFX100RF ci si accorge che non è solo una questione di dettaglio o di risoluzione, ma di presenza. Le immagini tengono, stanno in piedi da sole, senza chiedere spiegazioni.

Forse, allora, il punto non è stabilire se la Fujifilm GFX100RF sia giusta o sbagliata. Il punto è ricordarsi che alcune fotocamere non si capiscono leggendo. Si capiscono solo prendendole in mano, guardando dentro il mirino, facendo due scatti senza l’urgenza di dover avere un’opinione. È un invito semplice, ma oggi più che mai necessario: tornare a provare le fotocamere. Perché scegliere con il corpo, oltre che con la testa, è spesso l’unico modo per capire se un oggetto ci somiglia davvero.
La GFX100RF, in fondo, non chiede di essere difesa. Chiede solo di essere incontrata. E se succede, può capitare di scoprire che non è una macchina che fa più rumore delle altre, ma una che ti invita, con discrezione, a farne un po’ meno, a guardare meglio e poi, finalmente, a scattare.
Federico Emmi