I sensi della fotografia

Con quali sensi produciamo una fotografia? Con quali sensi la guardiamo?

Una domanda che pare piuttosto sciocca inizialmente: è evidente che la vista sia il senso necessario.

Ad essere onesti dovremmo però ricordare la delusione che abbiamo provato di fronte alla foto che abbiamo scattato al tramonto la scorsa estate: forse ci ha restituito solo il 10% di quello che abbiamo provato. In una foto non possiamo registrare i suoni, i profumi, la visione periferica dei nostri occhi, né la sensazione meravigliosa di essere insieme al nostro amato di fronte al tramonto più romantico mai visto. La foto si presenta come un surrogato alquanto povero ed è facile sentirsi beffati anche di fronte agli HDR più rocamboleschi. 

Se questo esempio può parlarci della difficoltà di trasferire in un riquadro bidimensionale un insieme così vasto di sensazioni, comunicandoci i limiti della fotografia, nello stesso tempo ci dovrebbe in realtà stimolare per superare i nostri limiti come fotografi e spingerci a trovare la chiave giusta per comunicare quelle sensazioni. Siamo creatori di immagini a tutti gli effetti.

Il primo passo è comprendere appieno la differenza tra ciò che abbiamo guardato e ciò che abbiamo visto.

Se guardare è imprescindibile, vedere è davvero lo strumento per produrre o godere di una fotografia, solo così infatti l’osservazione e lo sguardo portano almeno alla percezione, se non alla comprensione; in una parola: alla visione

Allenare il vedere è quindi fondamentale se si lavora nel campo del visuale, e vale non solo per il fotografo, ma anche per il pittore. 

Quest’ultimo parte da un foglio bianco, mentre il fotografo ha già tutto davanti a sé e se ciò può sembrare giocare a suo vantaggio, in realtà spesso è proprio il contrario: non è sempre facile recuperare la visione, quando abbiamo tutto davanti ai nostri occhi; potremmo insomma essere bravissimi a guardare, ma non altrettanto a vedere.

Nella mia recente lettura del saggio “Il tempo non esiste” di Rossano Baronciani (di cui potete leggere una recensione qui), l’autore cita un interessante esperimento del filosofo Jacques Derrida, che nel 1990 il Museo del Louvre chiamò per raccontare con una mostra l’accecamento, pensato «come modo altro di vedere». Citando Baronciani, «Derrida descrisse la cecità come forma della vista, poiché se è vero che tutti i sensi concorrono alla produzione di idee, e dunque anche di eidos, disegni della mente, allora il non vedere sposterebbe il baricentro dello sguardo verso gli altri quattro sensi che, solo apparentemente, sembrerebbero non concorrere alla determinazione dello sguardo

La cecità dunque potrebbe essere un modo per recuperare la visione.

Nel cercare di spiegarci il senso di quanto sopra, Derrida ci ricorda l’agire del disegnatore, che per forza di cose nel momento in cui disegna deve smettere di guardare e vedere l’oggetto che sta rappresentando, poiché in caso contrario non riuscirebbe a produrre alcun segno.

Ci sembrano dunque di grande rilevanza per chi fotografa queste parole dal saggio sopra citato e a proposito della mostra organizzata da Derrida: «come il disegnatore traccia con la matita sul foglio bianco, così il cieco esplora con il bastone il luogo in cui si trova a muoversi. Dunque solo il disegnatore può essere colui che rivolge lo sguardo sul mondo esattamente come fa il cieco, perché il suo vedere non rimane sulla superficie delle cose, ma le penetra tracciando segni dove gli altri si limitano ad osservare

Le fotografie realizzate nel 1949 da Gjon Mili, che riprendono il dipingere di Picasso in un esperimento di light painting, da questo punto di vista hanno proprio il pregio di farci vivere il gesto del segno e dunque del vedere.

Fonte Google
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Forse anche il fotografo dovrebbe fermarsi e distogliere lo sguardo da quello che ha davanti proprio per recuperare la vista; anche il fotografo insomma dovrebbe provare a vagare come un cieco con il suo bastone; anche per il fotografo, quindi, è auspicabile la sindrome del foglio bianco. Anche per il fotografo la cecità può portare alla vista.

Molto interessante, nel solco di queste riflessioni, l’esperimento della iniziativa “Touchable memories”: come può un cieco vedere una fotografia? L’esperimento trasforma una fotografia in un oggetto tridimensionale, affinché la persona non vedente, attraverso il tatto, possa ricostruire una immagine o, per dirla con Derrida “un disegno della mente”.

Fonte Google

Tornando al suo esperimento al Louvre sopra citato e dunque al gesto che porta al segno, il disegnatore è anche colui che vede non solo con la mente, ma anche con le dita, proprio nel realizzare quella traccia sul foglio. Il tatto, dunque, è anche un senso del vedere.

Provate a sfogliare un album di fotografie, a toccare un stampa fine art per capire quanto anche le sensazioni tattili siano parte del nostro “esperire” una fotografia.

Un altro esperimento interessante e che vi proponiamo in merito al tatto in fotografia è quello di Markus Hofstätter, che nel video qui sotto illustra il suo procedimento per ricavare degli oggetti in 3D a partire da una lastra ottenuta tramite il procedimento al collodio umido. Nel suo caso, l’oggetto ricavato, oltre ad offrire delle sensazioni tattili, se portato in trasparenza davanti ad una fonte di luce rivela un’immagine del tutto simile a quella della lastra.

Al di là della “magia” di quello che ci sembra essere un trucco divertente, in realtà queste traduzioni in 3D di una fotografia ci fanno grandemente riflettere sulla natura dei segni che spesso troppo inconsapevolmente tracciamo quando premiamo il pulsante di scatto. Allo stesso modo il provare a recuperare parte dell’esperienza di cecità del disegnatore davanti al foglio, o del pittore davanti alla tela, non può che migliorare la nostra esperienza come fotografi, recuperando altri sensi rispetto alla sola vista.

Luisa Raimondi