Hammamet

Hammamet è il film di Gianni Amelio che racconta l’ultimo lustro e mezzo della vita di Bettino Craxi. Accolto bene, visti gli incassi, ma che ha tuttavia suscitato pareri discordanti, dividendo il pubblico, anche in questo caso, tra giustizialisti e garantisti. In entrambi i casi, la delusione è il sentimento più condiviso, quelli che speravano in un riscatto e quelli che invece confidavano in una conferma di quanto sentenziato dalla giustizia italiana. Delusione, comunque, mitigata esclusivamente dall’interpretazione di Pier Francesco Favino, unanimemente considerata impeccabile e, con molta probabilità, vera ragione dell’alta affluenza di pubblico al cinema.

Il film, al contrario, è un capolavoro: nella scrittura, nella realizzazione, nella recitazione. Un capolavoro che non si lascia intimidire dalla cinematografia degli ultimi anni tutta orientata verso un dinamismo esasperato quanto spesso inutile. In Hammamet tornano protagonisti la lentezza, i dialoghi, le pause, talvolta lunghe. Trovano nuovamente spazio anche diverse sonorità, tutt’altro di contorno, accessorie, ma funzionali alla narrazione. È il riscatto delle onde del mare, del vento, dei suoni notturni, di quelli diurni, della sigaretta accesa, della carta dei giornali, della macchina da scrivere, della stessa forchetta che rumoreggia nel muovere la pasta nel piatto. A loro viene affidato il difficile compito di descrivere sia la solitudine di uomo che sente enormemente la mancanza dell’Italia, sia il conflitto profondo generato dal confronto quotidiano tra la bellezza del paesaggio tunisino e il ricordo di quello italiano. Non il felice soggiorno, etichetta di una sterile cronaca giornalistica, ma un’agonia che cresce ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, in pochi anni, visibile tanto nel respiro affaticato e nella camminata claudicante, quanto nell’animo circondato dall’amaro silenzio di un luogo, quello tunisino, talora spezzato dalle visite di qualche ancora amico e dalla stretta cornice di un televisore a tubo catodico, capace di ingigantire la nostalgia fino alle lacrime, con il suo italiano, quella della nuova Italia, apparentemente rinnovata, eppure metallico, finto e disumano.

Hammamet è un’opera teatrale, delle migliori, di quelle che si pongono nella tradizione dei grandi drammi che analizzano la psicologia e le emozioni umane, ma che si affida al cinema per gli evidenti limiti del teatro, inteso come luogo fisico, incapace in questo caso di valorizzare la regia, la fotografia, i suoni, la scenografia. Un’opera teatrale che nella caratterizzazione del protagonista ha come autore lo stesso Bettino Craxi, biografo di un uomo che negli ultimi anni di vita ad Hammamet, affida alla scrittura le sue riflessioni politiche, i suoi giudizi politici, il suo pensiero politico. A scandire il ritmo, il movimento della macchina da presa che, negli ambienti veri della casa di Craxi, si muove con prudenza, lentamente, cercando di rivelare la fragilità dell’animo umano, quella di un uomo che sapeva mostrarsi tanto temuto e che per questo suscitava tanto odio. La biografia politica dell’uomo solo ad Hammamet, dunque, incomincia con una vetrata che si rompe «A dieci anni ho fracassato a sassate i vetri della Casa del fascio», dove la presenza del padre Vittorio, ultima interpretazione di Omero Antonutti è sempre presente «Ascoltavo mio padre, che per il resto poi continuò a guardarmi da lontano». È la biografia politica di un uomo consapevole che «Il maggior ostacolo era il mio carattere, portato a rompere piuttosto che ad aggiustare, il che in politica non è sempre la via migliore», cosciente che a ereditare il partito e la sua storia, appesantita anche dagli scandali di corruzione, è una giovane generazione, interpretata da Luca Filippi, ma che appare schiacciata dal senso di colpa, impreparata ad affrontare le difficoltà e presa dal panico dimentica che «è il solo modo per difendere la propria libertà e la propria indipendenza» quello di «Parlare ad alta voce e ripetere le proprie idee fino a sfiancarsi. Unire delle forze e tenerle unite. Guardare alto», decretando così, tragicamente, la propria fine.


In questo senso Pier Francesco Favino mostra la sua bravura di attore attento e sensibile. La sua non è una semplice imitazione, rafforzata da una ricostruzione facciale dovuta al trucco impeccabile, ma poggia al contrario su una lettura attenta degli scritti di Bettino Craxi, sulle sue interviste video, sugli articoli, cioè su un vasto copione funzionale a far immergere l’attore nella parte. Quella di Favino è perciò una interpretazione estremamente curata nei dettagli, che si misura con il faticoso, complicato, continuo passaggio da uno stato d’animo all’altro, senza timidezza, esitazioni, dubbi e indecisioni, ma con la paziente ricerca del particolare, affidata al lento movimento delle mani, allo sguardo e alle lunghe pause, agli scatti di ira, all’abbandono alla malinconia, al leggere, al mangiare, al fumare, al poco dormire, alla sofferenza per la malattia, alla fine.

Solo uno spettatore malpensante può pertanto considerare Hammamet come un tentativo di riabilitare Bettino Craxi. La politica, il pensiero politico, condivisibile o meno, è secondario rispetto alla ricchezza delle emozioni che il film rappresenta. Non ci sono domande e risposte politiche, mancano ragionamenti in tal senso, neanche le sospirate e attese grida dell’uomo condannato ingiustamente sono presenti. Il film si muove su un altro registro, più complesso e forse per questo poco compreso, quello di un uomo che lascia volontariamente il suo paese, non nel pieno delle sue forze fisiche, ma già particolarmente debilitato, consapevole di andare in un luogo arretrato nel fornire la giusta assistenza medica e quindi cosciente di essere un condannato a morte, ma sostenuto dall’ostinazione di difendere la propria libertà di pensiero, le proprie idee politiche, le proprie azioni politiche, in ultimo la propria storia politica.

Nel lento procedere della narrazione, ecco che il desiderio di riscatto e la determinazione di difendersi, sono costrette a mostrare tutta la fragilità umana, dove l’angoscia e la disperazione diventano le protagoniste, alimentandosi dei tanti ricordi dell’uomo politico. Tornano allora alla mente luoghi e persone, l’amata Italia, così vicina eppure lontana, con i suoi odori, i suoi sapori, i suoi suoni, i suoi paesaggi, le sue città, i suoi comuni, le sue passioni, con l’eco di voci lontane, quelle di amiche e amici, capaci di alimentare una tensione emotiva quotidiana ed estenuante, fino all’ultimo respiro.

Federico Emmi

Citazioni tratte da: Io Parlo, e continuerò a parlare. Note e Appunti sull’Italia Vista da HammametBettino Craxi – Mondadori 2016.

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