Il dono dell’oblio

Joachim Schmid è un fotografo tedesco che porta avanti da più di trent’anni un progetto artistico chiamato “Pictures from the street”, basato principalmente sul recupero di fotografie che altre persone hanno scattato e successivamente gettato tra i rifiuti. Sono immagini che sono state buttate vie, spesso sono graffiate, logore, bruciacchiate e quasi distrutte. L’intervento di Schmid si limita il più delle volte solamente a recuperarle oppure a riassemblarle nel tentativo di ricostruirle il più possibile per riportarle alla loro veste originaria. E così facendo le fotografie, restituite alla loro immagine iniziale, finiscono con il portare con sé un ulteriore significato che si somma alla stessa rappresentazione. Infatti quel rifiuto attivo che si evidenzia in gesti distruttivi, come lo strappo in più parti della foto o, in alcuni casi, con la cancellazione dei volti attraverso una leggera abrasione o addirittura combustione della superficie, finisce con il diventare icona e simbolo della perdita dei ricordi personali, o meglio, del desiderio di oblio. Nelle immagini recuperate da Schmid emerge con forza la prossimità che lega indissolubilmente l’oggetto e l’emozione ad esso correlata, ovvero il rapporto che lega le immagini fotografiche con i ricordi che si identificano con esse, finanche quel sottile dolore che ogni fotografia possiede, in quanto feticcio atto ad evocare un passato spesso luogo di nostalgia. Nelle foto il tempo non passa, perché sempre ritorna uguale a se stesso, ma ogni volta diverso, divenendo come affermava Roland Barthes «quella cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno del morto». Le case piene di fotografie, appese alle pareti o sui mobili, sembrano solamente raccontare dei momenti passati, più o meno felici, mentre in realtà vestono con abiti nuovi, ad ogni sguardo, i nostri fantasmi.

La volontà di cancellare il dolore legato ai ricordi è anche il tema del lungometraggio Eternal sunshine of the spotless mind di Michel Gondry (In Italia Se mi lasci ti cancello, 2004), in cui un uomo, ossessionato dal fallimento di una sua storia d’amore, sceglie di cancellare dalla sua mente tutti i ricordi che non riesce a dimenticare e che lo riportano alla sua dolorosa relazione sentimentale. Eppure nel momento in cui la macchina che cancella la memoria si mette in azione, il protagonista ha un sussulto e, nonostante sia profondamente addormentato nel momento in cui gli vengono cancellati tutti i ricordi della sua vecchia storia d’amore, egli decide di recedere da quell’oblio. Cerca in ogni modo di fuggire da quell’inesorabile cancellazione, perché si accorge che, mentre una dietro l’altra le memorie svaniscono, anche quel dolore che le accompagnava era prezioso; ogni tristezza è intrisa di felicità, perché rappresenta il momento che precede o segue sempre una gioia. Non si può fare esperienza di felicità senza sofferenza, non si possono conoscere in profondità i nostri sentimenti se non si passa attraverso la compresenza degli opposti. Ogni volta che proviamo a separare le emozioni dal loro susseguirsi, oggettivandole in scatti fotografici ci inganniamo, illudendoci che i ricordi siano cristallizzazioni di emozioni, mentre in verità quel che ricordiamo, ovvero ciò che è passato, è forse ciò che davvero incessantemente continua a cambiare. Nell’opera “No. 460, Rio de Janerio, December 19962” lo scatto, apparentemente rubato al sonno della ragazza e quindi con tutta probabilità non condiviso, lascia emergere il carattere fantasmatico del ritratto, per questo più vicino alle logiche al desiderio piuttosto che al ricordo. Nel gesto di distruggere una fotografia, facendola a pezzi e buttandola in un bidone, è nascosta proprio l’incapacità di dimenticare, poiché quell’azione esprime una volontà attiva, una forza che non possiede l’oblio. I ricordi si perdono e poi si ritrovano, e in questa direzione il tema della memoria è necessariamente legato in modo speculare all’oblio, poiché ogni atto di memoria deve prevedere e includere anche la necessità di dimenticare, e paradossalmente anche il conseguente atto del perdono, indispensabile per lasciare andare veramente una memoria, un ricordo. In questa direzione il detto inglese “Forgive and forget“ può anche essere tradotto in “Perdona e quindi dimentica”. Non riuscire a dimenticare è fonte di dolore sempre rinnovato; e infatti la mitologia lega il dono dell’oblio al dio Pan, che aveva la capacità di rendere pazzi gli uomini ma anche di guarire dalla stessa follia grazie alla dimenticanza.

In un passo de Il vento nei salici di Kenneth Grahame, il Topo e la Talpa si trovano di fronte al dio Pan e fanno insieme esperienza di come l’oblio possa essere di aiuto, perfino un regalo inatteso e gradito, perché dimenticare è più difficile e pochi rinunciano al sogno di tenere ancora un po’ per sé quello che hanno perduto, fosse anche un ricordo intriso di dolore come ci testimonia la fotografia recuperata e riassemblata da Schmid. Scrive Grahame: «una lieve brezza capricciosa, che sorgeva danzante dal pelo dell’acqua, scuoteva le tremule, scuoteva le rose roride, e alitò sui loro volti lieve e carezzevole, e col suo tocco morbido venne l’istantaneo oblio. Perché questo è il dono ultimo e migliore che il buon semidio gode concedere a coloro ai quali s’è rivelato aiutandoli: il dono dell’oblio».

Rossano Baronciani