“Il Postfotografico”. Un saggio a cura di Barbara Grespi e Federica Villa

Negli ultimi decenni la cultura fotografica ha avuto una crescita importante, dovuta in parte anche alla diffusione delle tecnologie digitali e dei social media. Tuttavia, quando si cerca di approfondire il discorso teorico sulla fotografia, quando si cerca di analizzare, non è difficile notare una curiosa tendenza: i riferimenti e le citazioni si concentrano quasi sempre su due testi fondamentali: “La camera chiara” di Roland Barthes e “Sulla fotografia” di Susan Sontag. Questi due saggi rappresentano, per così dire, delle pietre miliari della riflessione critica sulla fotografia, eppure limitarsi soltanto ad essi, rischia di oscurare una pluralità di voci e di approcci che meritano altrettanta attenzione.

Nella vasta offerta che caratterizza la riflessione sulla fotografia, di particolare interesse è sicuramente il saggio “Il postfotografico. Dal selfie alla fotogrammetria digitale”, a cura di Barbara Grespi e Federica Villa, pubblicato da Einaudi nella collana PBE con il numero 830. Il punto di partenza è la riflessione sulla crisi della fotografia in relazione al mezzo utilizzato, al rapporto con la verità, ai software, fino ad arrivare al selfie. Ci troviamo, pertanto, nell’epoca della post fotografia, il tempo in cui “non possiamo riconoscere il soggetto fotografato in una stringa di numeri, mentre possiamo riconoscerlo in un negativo”. Proprio questo cambio di paradigma, dove una fotografia è possibile anche senza una fotocamera, porta inevitabilmente a chiedere che immagini vengono realizzate o soltanto viste, di conseguenza che rapporto hanno con la realtà. Deve essere considerata vera fotografia quella di un volto esito di un rendering computer grafico, cioè senza una storia?

Si intuisce facilmente il ricorso continuo agli algoritmi, capaci di gestire tutto il processo fotografico, con il chiaro intento di ottenere fotografie “tecnicamente perfette, ma anche inevitabilmente standardizzate, appiattite e vagamente inumane”. Aspetto che già delle prime pagine viene espresso: “le immagini derivate da tecniche di produzione non dipendenti dalla manualità umana sono da considerarsi più affidabili”. Eppure, paradossalmente, gli stessi dispositivi nati con il chiaro intento di superare il mezzo fotografico, nel loro continuo evolversi, tornano ad essere più vicini alla macchina fotografica, un cortocircuito. L’iPhone 16 che introduce un pulsante di scatto e in un certo senso costringe a orientare il “fotocamerofono” – così lo definisce Fontcuberta – come se fosse per l’appunto una macchina fotografica. Non solo, anche il software evolve verso il passato, con un “upgrade” che permette di intervenire sull’esposizione, cioè il cuore del fare fotografia. C’è sempre un’unità computazionale che si occupa di fare tutto, che sfrutta anche la più innovativa Intelligenza Artificiale, ma apparentemente si torna indietro, con le persone al centro dell’esperienza creativa.

La fotografia ha perso le sue funzioni canoniche, memoria, autorialità, nonché diretta capacità di attestazione, tutte disciolte dai nuovi usi così incidenti da cambiare la sua stessa natura, il fotografico.

(Auto)Ritratto durante mostra “Ipotesi Metaverso” – Roma 2023 ©federicoemmi

Il saggio è diviso in tre parti: Ontologie, Genealogie, Politiche. Si parte dalla domanda cosa sono le immagini, tutte, anche quelle computazionali, per proseguire dalla loro provenienza, per arrivare alle politiche che determinano e muovono il postfotografico. Ogni parte è composta da preziosi capitoli, scritti da autorevoli autori e autrici, le cui biografie professionali sono poste alla fine del volume. La lettura del libro non è solo un approfondimento sulla postfotografia, ma un’occasione per apprezzare la fotografia degli inizi, ma più esattamente quella analogica, dove il processo di automazione era inesistente, ma certamente più umano. Si legga, ad esempio, il capitolo intitolato Filtri, con particolare attenzione al secondo paragrafo, dedicato a Rodolfo Namias e alla resinotipia, dove viene più facile il confronto con il filtro digitale perché lascia intendere come la tecnica manipolatoria è sempre esistita, si interviene post anche con la pellicola, ma l’evoluzione è una semplificazione che rasenta la banalizzazione dell’uomo.

Ancora, interessante il capitolo intitolato Forensiche, la fotografia forense ovvero testimone incorruttibile, anch’essa alle radici del postfotografico, raramente affrontato nella divulgazione:

«Nel 1869, il dottor Bourion, dalla piccola cittadina di Darney, scrive una lettera alla Società parigina di medicina legale per presentare ai propri colleghi il risultato di alcune ricerche relative a una nuova e potenzialmente dirompente applicazione del medium fotografico. Lo scrivente sosteneva infatti, allegando alla propria lettera una documentazione fotografica (épreuve photographique) dei risultati, che fosse possibile estrarre dalla retina di un individuo assassinato l’immagine del suo assassino.»

Inizia così il capitolo Testimonianze (foto)oculari, con l’introduzione del termine di optogramma, cioè con l’idea che la retina fosse una macchina fotografica, capace di trattenere per un tempo limitato le immagini anche dopo la morte. Un’idea fantasiosa, ma che ha permesso comunque di produrre un metodo che nel tempo è divenuto sempre più sofisticato. E comunque così fantasiosa che 1983 nella commedia italiana Sing Sing, film in due episodi, il tenente di polizia Alfredo Boghi (Adriano Celentano) risolve facilmente un omicidio proprio scattando alcune polaroid al viso della vittima, sfruttando l’idea dell’optogramma. È apprezzabile, tra l’altro, come l’edizione 2024 del Cortona On The Move, abbia dedicato a questo particolare genere, una mostra.

Sing Sing – Frame dell’imprintig retinico su Polaroid

Tutto il libro stimola la riflessione, a partire dal capitolo intitolato indici, per proseguire con gli algoritmi, i codici, la spettrografia. Affrontato il tema importante degli archivi, della fotogrammetria, in particolar modo il capitolo Deep field, dei gesti. Un libro che permette di entrare nel vivo di un discorso, sfortunatamente tanto lontano dal grande pubblico, quanto necessario, ma che in alcuni casi riprende notizie finite nella cronaca, per renderlo meno sensazionalistico, ma più rigoroso, come nel caso del primo risultato fotografico di un buco nero.

L’ultima parte è quella che si concentra sugli esiti più recenti del postfotografico con i capitoli dedicati al Self, al Tracking, ai Social, ai Fake, infine alla Citizenship. L’intero saggio è arricchito da una notevole bibliografia, di grande interesse, molti i contributi in lingua inglese, intelligentemente posta a margine inferiore delle pagine, portata all’attenzione del lettore di volta in volta. Tra i più citati Joan Fontcuberta, presente nel catalogo Einaudi con il saggio di imprescindibile “La furia delle immagini. Note sulla postfografia”, e Charles Sanders Pierce. Tutti i contributi sono scritti in un ottimo italiano, scorrevole, ma con un taglio più accademico che divulgativo.

La luce non solo crea l’immagine, ma la rende visibile.

Federico Emmi