La prossima rappresentazione teatrale

Un progetto artistico del 1999 di Uta Barth, fotografa di origini tedesche e americane, s’intitola «…camminare senza meta e vedere solo per vedere». Sono scatti fotografici apparentemente semplici, al limite del didascalico, perché si compongono di due immagini accostate l’una all’altra: un’ombra ritratta a terra, con tutta probabilità della stessa fotografa, e poi rami di alberi prevalentemente fioriti o ricoperti di foglie. Dunque uno sguardo verso il basso, dove si staglia la silhouette del corpo dell’artista e poi, come a voltare bruscamente il volto, un punto di vista che corre verso il cielo e la luce. Sono fotografie che vivono di un equilibrio metafisico, perché la persona scompare, svanisce il corpo mentre la presenza si annulla e si trasforma in puro sguardo. Sembrano immagini colte da un fantasma che vede, un uomo invisibile che può solo percepire la realtà che lo circonda, senza essere visto, se non attraverso la sua ombra, unica testimonianza concreta della sua esistenza. Le fotografie di Uta Barth spostano il punto di osservazione al di fuori del soggetto percepente e sembrano confermare che il nostro vedere, nell’illusione di essere considerato il senso più importante per la determinazione della realtà, in verità c’inganna, poiché è come se fossero gli oggetti a restituirci lo sguardo. Di fronte alla realtà oggettuale del mondo, il nostro esserci, la nostra presenza si rivela solo nell’attimo in cui tale realtà viene colta, nella perfetta illusione del vedere vedersi. Il mondo esiste a priori, mentre il nostro modo di coglierlo, di percepirlo e di rappresentarlo non può mai assolutamente essere oggettivo, per noi uomini e donne di passaggio le cose intorno a noi esistono solo quando (e se) vengono percepite.

Ne Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock, che non è di certo una poesia d’amore, un uomo descrive il mondo come se fosse un’impenetrabile rete di oggetti che gli si stagliano dinnanzi, nella loro enigmatica inconoscibilità. Sono correlativi oggettivi che si rivelano nella loro forza evocativa, nella loro capacità di rendere visibile e manifesta un’emozione; leggiamo in un passo della poesia: «La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,/ Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri/ Lambì con la sua lingua gli angoli della sera». La nebbia si trasforma in una specie di predatore, un animale che sta in agguato fuori di casa e che inumidisce, con il suo corpo, strade e vicoli. È un felino che «Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,/ E vedendo che era una soffice sera d’ottobre/ S’arricciolò attorno alla casa, e cadde in sonno». Ma è soprattutto quando il poeta deve parlare delle persone, che la realtà si reifica e ogni individuo diviene sineddoche, perché è questo il modo in cui si trasmette la memoria. Nel ricordo perdiamo tanto, a volte quasi tutto di una persona o di un luogo, ma ricordiamo «Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,/ E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,/ Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro/ Come potrei allora cominciare/ A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini?». E ancora si perdono nell’oblio i momenti, i giorni e gli anni di vite vissute insieme, pur tuttavia si ricordano con forza ‘le braccia ingioiellate e bianche e nude’, mentre «È il profumo che viene da un vestito/ Che mi fa divagare a questo modo?/ Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle». Nell’illusione di percepire il mondo, restituendogli le nostre coordinate di senso e di leggibilità, finiamo con il constatare l’evidenza di una realtà che si nasconde o che finisce, nella migliore delle ipotesi, con il manifestarsi per quello che è: una scenografia di cartone, un’impalcatura di teli e corde che tengono su il nostro mondo. Viviamo dentro un immaginario che creiamo tutti i giorni con i nostri sogni e i nostri desideri, ma che in definitiva è solo il nostro teatrino fatto di segni e di simboli, mentre sono gli oggetti di scena a conferirne il senso, i veri inconsapevoli spettatori delle nostre vite.

In questa direzione le scene finali de L’eclisse di Michelangelo Antonioni ci descrivono questo scambio impossibile tra la realtà fenomenica imperscrutabile delle cose e le nostre vite, così fragili e chiuse dentro il nostro personale delirio di onnipotenza e vanità. Infatti negli ultimi sette minuti del film vengono ripresi paesaggi, dettagli di ambienti esterni, particolari e volti di persone indaffarate nelle loro occupazioni quotidiane, fino al primo piano conclusivo di un lampione che s’accende e illumina la notte. I protagonisti si sono dati un appuntamento che entrambi mancheranno e si sono lasciati, ingannandosi consapevolmente, con l’intensità che hanno sempre le promesse disattese. Le immagini che precedono la fine del film sono quelle dei luoghi che hanno visto la loro breve storia d’amore, sono gli stessi ambienti, eppure i protagonisti Vittoria e Piero non ci sono più e mai più torneranno insieme. Altre ombre e fantasmi occupano ora quegli spazi. Nel finale Antonioni ci regala, svelandolo, quel particolare punto di vista cinematografico in cui non si capisce bene chi sta osservando, una sorta di sguardo impersonale di un narratore che non c’è, il fantasma delle cose che ci circondano. Così l’acqua leggera che corre verso il tombino, il vento appena accennato che muove le foglie degli alberi, le strade deserte e solitarie, si sovrappongono all’onnipotenza di uno sguardo che contiene ogni singolo dettaglio ma che, allo stesso tempo, rimane distante e incapace di intervenire nelle vicende umane: un idrante innaffia un prato, la scia di un aereo in cielo, le case deserte fredde e geometriche. La storia d’amore di Vittoria e Piero sembra alla fine appartenere agli oggetti e ai paesaggi che ne hanno disegnato il contesto, e se i due amanti hanno deciso di porre fine alla loro relazione, le cose intorno sembrano aspettarli ancora, nell’angolo di strada dove s’incontravano o alla fermata dell’autobus da cui scendeva Vittoria.

Paradossalmente è proprio ciò che non percepiamo che continua a parlare di noi, perché sono gli oggetti che allestiscono la scena teatrale che ci siamo costruiti che restituiscono la testimonianza del nostro esserci; come fotografie rubate che cristallizzano momenti trascurabili, guardando in basso e poi verso l’alto, oppure dettagli di occhi e braccia che riemergono involontariamente dal nostro passato o infine i luoghi che hanno fatto da sfondo alle nostre vite e che sembrano, ogni volta, edificare nuovamente il palcoscenico della nostra prossima rappresentazione teatrale.

Rossano Baronciani

Immagini prese da Google Images