La via della grazia

L’incipit del film The tree of Life di Terrence Malick recita: «Le suore ci hanno insegnato che ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e la via della grazia. Tu devi scegliere quale delle due seguire. La grazia non mira a compiacere se stessa. Accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita. Accetta insulti e oltraggi. La natura vuole solo compiacere se stessa e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo. Trova ragione di infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei e l’amore sorride in ogni cosa. Ci hanno insegnato che chi ama la via della grazia non ha ragione di temere».

In una piacevole giornata dell’agosto 1949 una ragazza di nome Diet Kloos, insieme all’amica Gees Postma, passeggia lungo la Senna. Da un bouquiniste Diet acquista un’edizione de Le memorie di un asino di Sophie de Ségur e, poco dopo, si siede con l’amica a prendere un caffè. Ad un tratto il libro cade a terra dalle mani di Diet e un giovane uomo, seduto al tavolo accanto, si china per raccoglierlo e lo porge alla giovane. Incuriosito dalla scelta del volume, l’uomo si presenta come Paul Celan e subito i tre cominciano a chiacchierare amabilmente. Le risate si smorzano solo quando si mostra il volto del destino che li ha fatti incontrare, ovvero quando Celan racconta dei suoi genitori, assassinati dai nazisti, della fuga dalla Bucovina fino a Vienna e poi il rifugio a Parigi, mentre Diet narra della sua prigionia e del marito torturato e ucciso anch’esso per mano della furia nazista. Paul e Diet erano due sopravvissuti, si erano incontrati e, per quanto fosse facile in quel periodo incrociare storie simili, riconobbero subito l’uno nell’altra i segni delle memorie che non si cancellano, perché il dolore non si dimentica, puoi solamente trasformarlo quando incontri qualcuno che è come te e che sa davvero ascoltare. I due s’innamorano, ma Diet era a Parigi solo per un breve periodo, avrebbe dovuto seguire delle lezioni di canto per poi tornare di lì a poco in Olanda, così che i due cominciarono uno scambio epistolare assai delicato e toccante. Sono lettere di due amanti che avevano perso la loro giovinezza a causa della guerra e che si scambiano, si regalano ciascuno il proprio mondo con quella generosità che solo l’amore sa concedere e donare. Paul e Diet vivono il loro affetto da lontano, condividendo i loro sentimenti con le parole e la poesia; entrambi hanno conosciuto l’istinto brutale della natura umana che troppo spesso indulge alla rabbia della guerra, hanno visto l’odio degli uomini che porta alla morte e alla distruzione. Eppure Paul e Diet scelgono l’amore, si scrivono lettere dove mettono a nudo le ferite che la vita ha inferto loro; nell’abisso del dolore delle perdite dei loro cari scelgono di raccontare ancora il mondo con la poesia e con il canto, scelgono la via della grazia.

Nella quinta lettera a Diet Kloos, Paul Celan le dedica una poesia intitolata Topazio affumicato che descrive i giorni passati insieme a Parigi, la poesia recita: «La navicella di Parigi sta all’àncora nel bicchiere:/ e io sto a mensa con te, con te brindo./ Lungamente bevo, tanto che il mio cuore ti si oscura,/ tanto che Parigi nuota nella sua lacrima,/ tanto che navigando punta alla stria di chiarezza,/ che a noi il mondo occulta, là dove ogni Tu è una fronda da cui io pendo come foglia, mai come un uomo». Il topazio fa riferimento all’anello che Diet aveva ricevuto come dono di nozze dal marito, ucciso poco dopo essersi sposato, mentre il colore rosso-bruno della pietra preziosa rimanda al vino che i due amanti erano soliti bere su una terrasse lungo il Quai de Montebello, mentre di fronte ai loro occhi l’Ile de la Cité assumeva la la forma di una navicella riflessa sul fondo del bicchiere. Ed è proprio in risposta a questa poesia che Diet scrive: «Ah, se solo fossi a Parigi. Andare tutto il giorno a spasso con te e poi per un’intera lunga notte mangiare insieme i frutti proibiti di Par(ad)is (come vedi, la differenza è soltanto di due lettere, e questo ha certo un suo significato). Andremmo in cerca di arcobaleni e di veli di nebbia, e ce ne vestiremmo e adorneremmo. E poi si uscirebbe di nuovo, si andrebbe al Louvre e a dar un’occhiata al Musée Rodin, che non ho ancor visto, e a passeggio lungo la Senna, a guardare e sognare a occhi aperti». Cercare arcobaleni e veli di nebbia da indossare sono metafore perfette per indicare come la vita possa essere sentita come un dono anche se si è vissuto il dolore più profondo e la ferita più insanabile, perché la via della grazia non è una scelta ma la benevolenza di un dio generoso. L’incontro di Paul e Diet non si trasformerà in una relazione stabile, eppure porterà a entrambi la forza di affrontare e superare il loro dolore, fino alle parole di addio di Celan: «che su tutta la terra che sa ascoltare si senta come canti, e che, a tua volta, tu possa cantare come talvolta la terra sa ascoltare».

Anche in The tree of life di Malick si affronta il tema della rielaborazione del lutto, vissuto da una famiglia che si ritrova all’improvviso ad affrontare la morte del figlio più giovane. La storia è con tutta probabilità una riflessione autobiografica del regista, poiché lo stesso Malick subì a venticinque anni la perdita del fratello più piccolo e, non a caso, la vicenda ci viene raccontata attraverso lo sguardo del fratello più grande. Nel film il tempo della narrazione non è lineare né consequenziale, perché i fatti passati insistono nel presente, mentre sullo schermo si alternano le vicende della famiglia con le immagini dell’universo e del mondo. Il protagonista sembra cucire i fili della memoria muovendosi tra le uniche due strade possibili: la via della natura, personificata dal padre, e la via della grazia, rappresentata dalla madre; una dicotomia che viene sintetizzata nella frase: «Padre. Madre. Voi due siete in lotta dentro di me. E lo sarete sempre». Malick osserva la fragilità della condizione umana di fronte all’imperscrutabilità del destino, nel nostro essere gettati nella meraviglia del mondo senza avere bussole, soli di fronte alla nostra insignificanza. Eppure nel momento in cui si manifesta la via della grazia ecco che ogni dettaglio appare nel suo significato profondo, l’invisibile si manifesta in piena luce e le coordinate del mondo disegnano il progetto della bellezza. Infatti nel finale ci viene descritto il momento del ritrovo delle anime, in un’immensa spiaggia luminosa, quando verrà data una risposta benevola anche alla domanda iniziale del film, tratta dal Libro di Giobbe, ovvero perché esiste il dolore? Perché tutta questa sofferenza è caduta su di me?

Malick ci invita ad un atto di fede, non necessariamente religioso, un atto di devozione nei confronti del mistero della vita, perché forse la domanda “perché il dolore?” non è corretta, è mal posta, con tutta probabilità la vera domanda è: in che modo questo dolore potrà aiutarmi a capire, in che modo questa sofferenza potrà insegnarmi a non avere più timore né paura, e in definitiva a ritrovare la via della grazia.

Rossano Baronciani

Immagini tratte da Google Images