La vie en vert. Intervista a Karmen Corak

Nella splendida “Galleria del Cembalo” a Roma, a pochi passi dalla famosa Ara Pacis, fino al 18 febbraio, è possibile apprezzare, entrando gratuitamente, le opere di Karmen Corak, artista e fotografa italiana, di origine slovena, raccolte sotto il titolo di La vie en vert. Il verde, colore della natura, è il filo conduttore di questa pregevole e preziosa mostra fotografica, dove le persone sono invitate, intelligentemente, a fermarsi al di là di ciò che appare, per cercare la poesia del significato, attraverso un lento percorso di osservazione e confronto. A guidare l’anima creativa di Karmen Corak, certamente le parole di Hölderlin “Pieno di meriti, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra”, ma soprattutto il legame con la sua infanzia, nel giardino di casa, poi diventato i giardini di tutto il mondo; le diverse letture, dalla poesia alla saggistica, fino alla cultura orientale. In effetti, queste opere sono il trait d’union tra due mondi, due filosofie, due estetiche, quella orientale e quella occidentale. Un legame reso possibile non solo dalla scelta dei soggetti rappresentati, come per esempio un albero di pero che ricorda un ideogramma, ma soprattutto dal supporto scelto per le stampe, la carta, soprattutto quella washi, giapponese, riconoscibile dalle cornici nere, che rappresenta essa stessa già un’opera d’arte, con la sua storia, la sua lunga tradizione, voluta e quindi fortemente valorizzata dalla stessa Karmen Corak. Il piccolo diventa grande, il grande piccolo, il vuoto riempie, è la testimonianza dell’ordine lasciato al flusso della vita, di una perfezione, di un’armonia, tutto legato alla parola natura. Una natura così presente in queste opere che in alcune di esse sembra quasi uscire dalla cornice, con un effetto tridimensionale che abbandona il piano per portare chi guarda, con eleganza, in un mondo interiore fatto di pura poesia. Karmen Corak, gentilmente, ci ha fatto conoscere e scoprire alcune delle sue composizioni fotografiche, scegliendo lei il breve percorso, con la sua voce delicata, quasi silenziosa, ma profondamente innamorata della natura.

Qual è il tuo approccio alla fotografia?

Il soggetto della mostra si può anche raccogliere in questa citazione “Pieno di meriti, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra” che è attribuita a Hölderlin che racconta di come dovremmo cercare di abitare poeticamente qui sulla terra, abbandonandoci nei luoghi che ci danno in qualche modo una pace interiore. Per me la fotografia è un po’ soprattutto qua, in questo contesto, che è legato alla natura. È rendere visibile un respiro della natura, un qualcosa che sia in sintonia, come avviene con una persona, quando uno si sente a proprio agio oppure no. Ci sono delle reazioni, delle energie che ci portano poi ad essere in un certo modo. Per me passeggiare nella natura è qualcosa che nell’Oriente chiamano “la pratica”, un rituale che si ripete, una forma di ricerca spirituale, che è legata per l’appunto a un certo tipo di pratica, trascorre il tempo nei giardini botanici e poi fotografare. Molto spesso non fotografo su dei concetti o delle richieste specifiche, ma è una mia esigenza interiore. Il mio approccio alla fotografia è qualcosa che ho sempre fatto, le mostre, invece, ho iniziato a farle abbastanza tardi. Spinta da un amico fotografo, artista, quando, dopo un viaggio in Oriente, che è sempre un luogo per me molto sentito, mi ha chiesto di vedere queste fotografie, io ho esitato all’inizio perché in quel periodo la fotografia era analogica, avevo molti negativi e pensavo, ma chi me lo fa fare di stampare tutto questo? Non sentivo l’esigenza, nemmeno per me stessa, di rivederle, era come una memoria aggiuntiva, come lo sono adesso i computer e gli hard disk esterni che memorizzano tutte le nostre fotografie, così per me erano quelle pellicole.

Tu sei un’artista visuale e in questa splendida mostra alla Galleria del Cembalo, a Roma, presenti il progetto fotografico La vie en vert. Prima di scoprirlo insieme a te, permettimi di chiederti quando è iniziata e come si è sviluppata, la tua personale storia della fotografia?

Mio nonno aveva una camera oscura, e poi anche mia madre, tutti e due erano legati in qualche modo alla fotografia. Ho ancora degli album di famiglia che mia madre con tale attenzione organizzava, fotografando e sviluppando, per me, mia sorella e mio padre. Questi album, adesso li trovo meravigliosi perché sono bei ricordi, però veramente la prima volta che mi ha colpito profondamente perché ho toccato qualcosa che già mi affascinava nella fotografia, è successo quando avevo 14 anni, ero al liceo e in una delle prime mostre che si organizzavano nel foyer di questo liceo, era appena tornato dai suoi studi un fotografo sloveno, fotografo che aveva fatto i suoi studi di fotografia a Monaco e aveva presentato questa sua mostra. Poco prima era uscito in Slovenia la prima traduzione delle poesie Haiku direttamente dal giapponese in sloveno. Il traduttore era lo zio di un mio carissimo amico con quale io sperimentavo un po’ la fotografia nel giardino nostro, tra l’altro ho ancora le foto bianco e nero che abbiamo fatto. Riferendomi a questa mostra che ho visto, le immagini erano talmente rarefatte, avevano tanti vuoti, che mi ha colpito questo tipo di estetica, un po’ legata anche alle ricerche di mia madre che adorava Ikebana, che in quegli anni, erano gli anni ‘70, faceva un corso di Ikebana. C’erano varie mode, ma anche l’apertura Verso Oriente, la sua filosofia. Ho quindi conosciuto questo fotografo e ho scoperto un mondo che mi corrispondeva. Anche le poesie stesse, in pochi versi, raccoglievano un pensiero che per me era toccante. Questo è stato un primo inizio, da lì ho desiderato poi avere una macchina fotografica mia, fotografavo, ma sempre per me.

La vie en vert, ricorda molto il titolo di una famosa canzone di Edith Piaf, ma nel tuo progetto a essere protagonista è il colore verde. Cosa ti ha ispirato fino a portarti a realizzare questo progetto?

In generale, la lettura. Quello che leggo sono saggi più che romanzi, sono dei testi filosofici oppure mi attira quello che è legato all’Oriente. C’è uno scrittore, Francois Julienne, che anni fa ha pubblicato un libro che si chiama “Vivere di paesaggio”, la preposizione di mi ha colpito, mi ha incuriosito. Che cosa intende? Io ho capito che questo di vuol dire: di vivere, di provare delle emozioni particolari che si possono provare in un paesaggio, poi vivere di questo vuol dire provare, provare le emozioni. In qualche modo, questo aspetto lo lega anche a un altro suo libro, sempre legato all’intimità, dove non parla dell’amore, ma per l’appunto dell’intimità che è qualcosa di diverso, dove c’è sempre presenza di una distanza o di qualcosa che lui chiama anche scarto, di qualcosa che è tra e questo tra aumenta l’emozione, questo tra è qualcosa di affascinante. Quando ho letto questo suo saggio, lui è un filosofo sinologo; perciò, nei suoi testi c’è sempre una comparazione, si può dire, tra Oriente e Occidente, in qualche modo, ho pensato di intitolare così anche la mostra. Ho iniziato a raccogliere delle immagini. Le fotografie sono degli ultimi 15 anni. Queste fotografie, qui proposte, sono un po’ per dare un percorso. Il percorso, La vie è perché nell’Oriente la via, La via della seta, La via della carta, è anche una via spirituale e anche una ricerca, una pratica, come dicevo prima.

© Karmen Corak


In questo caso volevo anche aprirla con qualcosa che possiamo vedere nella prima immagine che è un’immagine, come molte qui presenti, che non è stata scattata da dove provengo, cioè Maribor in Slovenia, il giardino di casa, eccetera, oppure qui a Roma, il giardino botanico, ma durante uno dei viaggi che ho fatto visitando altri giardini botanici. Qui siamo a Heidelberg. Heidelberg è conosciuta per l’università di filosofia.

Questa foto è stata realizzata dopo il trittico bianco e nero che si chiama “Il sentiero del filosofo” Tetsugaku no Michi, realizzato nel 2011 quando sono stata in Giappone l’ultima volta. Era novembre ed è una via lungo un ruscello che è molto visitata dai turisti perché è famosa per gli alberi di ciliegio. Però qui eravamo a novembre, perciò i fiori che si vedono sono magnolie, comunque non sono ciliegi. Volevo dare l’idea di passeggiata. Passeggiata del filosofo, perché cent’anni prima, nel 1890, è stato realizzato questo percorso, sono stati piantati i ciliegi, e si diceva che a questo percorso fosse legato Nishida Kitarō, filosofo, professore, che praticava la meditazione. Lui camminava lungo questo percorso che collega vari templi a Kyoto, pertanto chi visita i templi, spesso passa anche qui. Allo stesso tempo, queste ombre ricordano anche un’altra cosa, il testo di Platone Il mito della caverna. Platone richiama a un risveglio con quel suo testo. La meditazione e tutte queste pratiche nell’Oriente legate a qualche rituale, quasi direi, sono per portarci a un risveglio, per vivere nel presente. E allora rappresenta in qualche modo il mondo orientale, la filosofia ed estetica dell’oriente. Dunque, la fotografia di apertura, a Heidelberg, si chiama anche questa “La passeggiata del filosofo”. Heidelberg è una vecchia città e nel centro storico c’è il fiume Neckar, attraversandolo si arriva a questo percorso e dicono che molti allievi di Heidegger, famosi filosofi tedeschi, percorrevano questa via. Siccome Heidegger era anche uno di quelli che era molto interessato alla filosofia orientale e addirittura nei suoi seminari venivano studenti di filosofia dal Giappone per assistere alle sue lezioni. Heidegger aveva idee particolari sull’estetica. Comunque, era un omaggio a questi due modi di osservare la natura, di percepire la natura, quello occidentale, qui rappresentato con la fotografia a colori e poi un trittico con qualcosa che ci rapporta al mondo tradizionale, ma anche alla fotografia tradizionale.

© Karen Corak

Questo trittico dove possiamo vedere su quale supporto ho voluto stampare alcune delle fotografie, nonostante fossero scattate prima sulla pellicola, per poterle stampare su carta giapponese, washi fatta a mano, è stato necessario preparare file diversi. Avvicinandoci, possiamo vedere meglio la texture, cioè la superficie molto particolare di questa carta. È una carta che in Giappone la chiamano torinoku, che vuol dire una carta spessa che ha il colore del guscio dell’uovo. Questo trittico nasce ascoltando la musica di Schumann, una sua composizione per pianoforte, “Uccello come profeta”.

Guardando questo trittico, immagino che anche la carta abbia un ruolo, essa stessa è un’opera d’arte?

In Giappone, da circa vent’anni, esiste la carta industrialmente preparata per la fotografia, per la stampa digitale. Ultimamente si trova anche da noi, forse sta anche diventando un po’ di moda, di stampare su queste carte particolari. Però è sempre una carta che non ha quell’anima dietro che ha la carta fatta a mano. Anche le nostre carte italiane, cioè fatte a mano, hanno un qualcosa in più rispetto a quelle industriali. Io vengo dal mondo della conservazione di opere d’arte su carta, ho lavorato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna per molti anni e mi sono occupata della conservazione anche di un fondo donato da Arturo Schwarz, che comprende dei lavori su carta dei surrealisti e tra questi c’era anche certamente Marcel Duchamp. L’ultimo lavoro che Marcel Duchamp ha realizzato con lo stampatore Upiglio a Milano, lo stesso anno in cui è morto, 1968. Sappiamo che Marcel Duchamp era molto concettuale, non gli importava la materia in sé, era veramente Upiglio, lo stampatore, che ha fatto la scelta di queste carte preziose per il suo ultimo lavoro che erano le incisioni come Morceaux choisis d’après Rodin, insomma erano dei dettagli di certi dipinti in qualche modo disegnati e incisi e poi stampati su carta torinoku, come abbiamo detto prima, washi fatta a mano. Che sia la stessa carta, è stata una mia ricerca e ho scoperto di sì, perché in Giappone, prima di tutto, certe carte particolari fanno parte di un patrimonio, diciamo, di una famiglia per generazioni e non si svelano i segreti della produzione di quella carta e sono legati anche a certe zone, regioni. Questa carta è stata prodotta sull’isola Shikoku da Masao Seki, lui è morto, ma hanno continuato a produrla. Queste carte sono arrivate nel dopoguerra anche a Parigi, la cosa curiosa è che le ha utilizzate Maeght gallerista e editore di Picasso, di Chagall, la stessa carta, la stessa carta utilizzata da Upiglio e Marangoni. Marangoni era un importante incisore, artista italiano, che aveva contatti anche con Slovenia. La cosa curiosa che ho scoperto è che Bozidar Jakac che era un importante espressionista sloveno ha utilizzato per le sue incisioni anche questa carta. Perciò io ho avuto il piacere di vedere, misurare, fare le analisi di queste carte utilizate da Upiglio per Duchamp e confrontarle con le mie, scoprendo che i formati sono gli stessi, le composizioni identiche; quindi, probabilmente è la stessa famiglia che ha prodotto le carte. Lo stesso succede anche con Marangoni e con questo artista sloveno. Dalla famiglia Marangoni ho anche acquistato delle carte perché la durata delle carte giapponesi è straordinaria, per questo si usano moltissimo nel restauro e nella conservazione. È stata una mia scelta e la prova è anche perché la superficie è talmente liscia e setosa, che assorbe in modo giusto l’inchiostro. Se vogliamo poi citare Tanizaki, che ha scritto “Libro d’ombra”, lui diceva: «se la carta occidentale sembra respingere la luce, quella orientale – lui si riferiva a quella cinese e giapponese – la beve lentamente e la sua morbida superficie è simile al manto della prima neve». Io credo che con questo si riesca a capire meglio anche la preziosità del supporto. Posso poi aggiungere che, per esempio, nelle carte occidentali, nella produzione, spesso si aggiunge una colla per renderle meno assorbenti. Qui non era necessario, cioè le carte giapponesi non hanno nella produzione aggiunta della colla, si usa la radice di ibisco che è molto viscosa, si aggiunge quella viscosità per far galleggiare le fibre durante la produzione, per poterle pescare per formare un foglio di carta. Ed è sufficiente quello e poi un po’ di pressione. Inoltre, le fibre stesse sono molto più lunghe, nella carta che ho utilizzato si notano addirittura.

Anche questo Trittico è affascinante.

Questo trittico è formato da una fotografia scattata a Padova e due a Roma al giardino botanico di Roma, dopo la pioggia. Nei giardini giapponesi sono spesso presenti l’acqua, l’elemento femminile, e la pietra, l’elemento maschile.

© Karmen Corak

Qui sembra di trovarci di fronte a un quadro impressionista.

Ero sempre in un giardino botanico di Padova. Abitando a Venezia, andavo spesso al giardino di Padova e lì c’era una serra completamente, chiusa, non visitabile, una parte era coperta da un telo, ma una parte era scoperta e si intravedeva qualcosa. Il vetro in mezzo faceva da filtro e rendeva l’immagine più pittorica.

© Karmen Corak

La Carta è sempre la stessa?

No. Tutte le fotografie che hanno le cornici nere, che sono antiche cornici laccate sono stampate su carta giapponese, quella di cui abbiamo parlato. Queste invece, sono su carta Fine Art Hahnemühle 100% cotone. Ho scelto questa carta perché in qualche modo assorbe l’inchiostro, il colore, in modo simile alla carta giapponese.

Federico Emmi


Karmen Corak, nata in Slovenia, studia Arti Grafiche in Croazia e Conservazione e restauro di opere d’arte su carta in Italia, Giappone e Austria. Segue seminari di fotografia con Rinko Kawauchi e HansChristian Schink. Vive e lavora tra Roma e Venezia. Ha lavorato alla Galleria Nazionale, alle Gallerie dell’Accademia di Venezia ed ora all’Istituto Centrale per la Grafica come restauratrice di opere d’arte su carta. Partecipa alle mostre collettive in Cina, Corea, Croazia, Francia, Germania, Giappone, Italia, Russia, Slovenia, Spagna, Ungheria e USA; e con le mostre personali alle diverse edizioni del Festival Internazionale di Fotografia a Roma. Riceve premi internazionali in Fine Art Photography a Parigi, Malaga e Berlino.

MOSTRA LA VIE EN VERT DI KARMEN KORAK

Dal 7 dicembre 2022 al 18 febbraio 2023

DOVE: Galleria del Cembalo, Palazzo Borghese – Largo della Fontanella di Borghese 19, Roma

ORARI: Da mercoledì a venerdì dalle 15.30 alle 19.00 – sabato dalle 11.00 alle 19.00

INGRESSO LIBERO