Le vite nascoste

La storia di Franklin Armstrong dei Peanuts è nota soprattutto perché è la vicenda del primo personaggio afroamericano disegnato da Charles Schulz. Il bambino apparve per la prima volta in compagnia di Charlie Brown il 31 luglio 1968, pochi mesi dopo l’omicidio di Martin Luther King e di Robert Kennedy. L’idea di creare un personaggio di colore da affiancare a Charlie Brown venne ad una maestra di Los Angeles, Harriet Glickman, che scrisse una lettera a Schulz nella quale invitava il fumettista a riflettere su quanto sarebbe stato importante introdurre alcuni personaggi di colore nelle sue strisce per la convivenza civile negli Stati Uniti d’America. In realtà Schulz non si mostrò subito convinto perché temeva che il fumetto assumesse un aspetto «paternalista verso i nostri amici neri». Si decise solamente dopo molti mesi e grazie all’intervento di un amico della Glickman, Kenneth C. Kelly, che scrisse al creatore dei Peanuts dicendogli che i propri figli si sarebbero sentiti rappresentati da un Peanuts di colore e che, in virtù di questo nuovo personaggio, essi avrebbero davvero potuto pensare che l’amicizia tra bianchi e neri fosse qualcosa di semplice e naturale. Solo allora Schulz si convinse, bastarono quelle poche parole scritte da un padre di famiglia. Come previsto, con l’arrivo di Franklin nelle vignette di Schulz giunsero anche le polemiche, tra cui alcune feroci che minacciarono di non pubblicare le storie di Charlie Brown e dei suoi amici, minacce che furono rinviate al mittente lasciando l’autore fermo nel suo proposito. La storia è conosciuta come la netta presa di posizione di Charles Schulz contro ogni razzismo e, vista la grande fama e diffusione dei Peanuts, della conseguente forte sensibilizzazione apportata alla convivenza pacifica, tuttavia a indicare la strada da seguire fu un uomo qualunque, un uomo di colore che aveva a cuore il futuro dei propri figli.

Nella fede ebraica è diffusa la credenza che sempre, in qualsiasi momento delle vicende umane, esistono 36 persone che hanno il privilegio di accogliere la presenza divina e, così facendo, di sorreggere il peso del mondo. Nel libro sacro Talmud si fa riferimento alle due lettere ebraiche lamed che è il trenta e vav, ovvero il numero sei, per indicare che sono sempre 36 i giusti che sostengono il bene dell’umanità e, nell’eventualità che qualcuno venisse a mancare, allora quest’ultimo sarebbe presto sostituito da un altro giusto. La mistica ebraica afferma che le loro identità debbano essere sconosciute anche tra di loro e il loro compito rimanere segreto tra le genti, non a caso tali giusti vengono chiamati anche nistarin, i nascosti. L’aspetto interessante di tale idea di fede consiste nel fatto che i 36 compiono vere e proprie azioni eroiche che evitano immani sciagure e disastri, impedendo all’umanità di cadere nel baratro eppure la gran parte di queste attività rimane sotto silenzio, in ombra. I giusti sono una sorta di supereroi che agiscono in maniera non eclatante, si limitano a svolgere il loro compito nella quotidianità, sicuri della giustezza dei loro comportamenti e dei loro gesti. La tradizione ebraica asserisce che tali giusti sono modello di umiltà, pertanto chiunque affermi di essere giusto oppure propagandi se stesso come modello di verità e di virtù, di fatto non può esserlo in alcun modo. I giusti non desiderano la notorietà e se, nel tempo, le loro azioni vengono poi rivelate, il successo e la fama non li turba, perché essere nella giustezza è per loro la normalità. Ed è per questo che tutti noi conosciamo la vita e le imprese di uomini importanti e donne famose, tuttavia non sempre veniamo a conoscenza delle azioni dei giusti; ad esempio per molto tempo non abbiamo avuto modo di sapere chi fosse Stanislav Evgrafovic Petrov, ovvero l’uomo che salvò il mondo dalla distruzione nucleare.

Petrov era il tenente colonnello dell’Unione Sovietica che il 26 settembre 1983 si trovò preposto a controllare un eventuale attacco con bombe atomiche da parte degli Stati Uniti d’America, quando si accorse che i rilevatori stavano annunciando l’arrivo di diverse testate nucleari contro l’Unione Sovietica. Il protocollo prevedeva il contrattacco immediato con l’inevitabile effetto a catena che avrebbe di fatto annientato l’umanità. Tuttavia Petrov rimase fermo nella sua decisione di comando di non procedere perché capì che quello che a tutti gli effetti sembrava un attacco con bombe atomiche, era in realtà solo un errore del sistema informatico. In quei momenti il grande nervosismo, la forte tensione, ogni cosa spingeva Petrov a prendere il provvedimento previsto e contrattaccare, tuttavia il militare rimase fermo nella sua decisione che, paradossalmente, in seguito lo portò in disgrazia perché agli occhi dei burocrati egli divenne un soldato che non aveva obbedito e aveva rivelato al mondo la fragilità e l’inadeguatezza del sistema di sicurezza sovietico. Petrov fu costretto al pensionamento anticipato e per molti anni alla damnatio memoriae finché la verità non venne a galla e il suo gesto riconosciuto come un vero e proprio atto di eroismo, eppure egli stesso di fronte agli elogi, sia pur tardivi, ebbe sempre modo di replicare che in verità si era limitato a fare la cosa giusta, ovvero in quel caso ‘non fare niente’.

Dunque le azioni dei giusti possono essere svelate dopo un po’ di tempo oppure rimanere nascoste per sempre e questo perché si manifestano come gesti semplici, ordinari, comportamenti che agli occhi del mondo appaiono quasi banali nella loro quotidianità. Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges provò a descriverli in una poesia intitolata proprio I giusti che recita: «Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire./ Chi è contento che sulla terra esista la musica./ Chi scopre con piacere un’etimologia./ Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi./ Il ceramista che premedita un colore e una forma./ Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace./ Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto./ Chi accarezza un animale addormentato./ Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto./ Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson./ Chi preferisce che abbiano ragione gli altri./ Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo». E per quanto possa apparire strano, è vero che chi accarezza un animale addormentato sta di fatto salvando il mondo.

Un’altra riflessione sul tema dei giusti è raccontata nell’ultimo film di Terrence Malick intitolato The Hidden Life (2019), nel quale si racconta la storia realmente accaduta al contadino austriaco Franz Jagerstatter che si rifiutò di prestare giuramento a Hitler e per questo fu condannato a morte e ucciso il 9 agosto 1943 tramite decapitazione. Malick sceglie la vita di un uomo semplice, descritta attraverso le toccanti lettere inviate alla moglie durante la sua detenzione in prigione. Nel carteggio l’umile contadino rassicura la sua amata sul proprio destino, spiegandole che una persona può essere detenuta e torturata, finanche uccisa, tuttavia nessuno al mondo può togliere ad un altro uomo la propria libertà interiore, la propria fede. Infatti in un passaggio del film l’avvocato di Franz prova a convincerlo a firmare l’atto di fedeltà al Fuhrer, dicendogli che se avesse firmato sarebbe poi stato libero, ciononostante di fronte a questa osservazione il protagonista non ha dubbi e risponde serenamente: «Ma io sono libero!». In tutta la vicenda di Franz Jagerstatter colpisce profondamente la coerenza dell’uomo che, di fronte all’arroganza di generali e vescovi che non esitano a metterlo di fronte alla sua condizione di marginalità e di insignificanza, oppone la consapevolezza delle sue convinzioni. Tutti gli chiedono se pensasse che quel suo gesto, quel suo opporsi radicalmente potesse cambiare davvero le sorti del mondo e dell’umanità, ma Franz non sa rispondere né può argomentare, perché non è un uomo di cultura, eppure sa bene quello che gli dice il cuore su ciò che è giusto o sbagliato.

In questa direzione Malick costruisce The hidden life secondo la dialettica delle coppie oppositive natura/cultura e luce/ombra, utilizzando la sua incredibile potenza visiva per descrivere il paradiso degli splendidi paesaggi montani nel quale vive il protagonista con la sua famiglia, contrapposto a un mondo di uomini che perseguono il conflitto, la distruzione e la sopraffazione. Il cinema di Malick sembra muoversi costantemente intorno al forte desiderio di ricreare un Eden in cui si perpetua l’unione mistica tra uomo e donna (maschile e femminile) e nel quale si affermano i valori dei giusti, poiché è proprio la memoria di una felicità antica che ancora insiste nel cuore degli uomini a rendere chiara in Franz la certezza che gli uomini hanno perduto la retta via. Ed è forse per questo che Franz non esita ad abbracciare la croce del sacrificio (l’uomo è stato beatificato il 26 ottobre 2007 presso la cattedrale di Linz), proprio perché nella sua storia non è tanto in discussione la coerenza del proprio credo e della propria fede, non a caso tutti lo accusano di essere testardo e superbo, quanto piuttosto la consapevolezza che se avesse ceduto, se avesse rinnegato i suoi valori, sarebbe crollato tutto il suo mondo, o forse sarebbe meglio dire che sarebbe crollato il mondo intero.

Noi non sappiamo se davvero è sulle spalle di 36 giusti il futuro dell’umanità, tuttavia sappiamo con certezza che coloro che operano per il bene lo fanno nel silenzio, sono uomini e donne quasi invisibili nelle loro vite nascoste. Malick sa che la via dei giusti non è mai sotto i riflettori né persegue fama e successo perché, come recitano le parole tratte dal romanzo Middlemarch di George Eliot, pseudonimo di Marie Anne Evans (1819 – 1880) che chiudono il film The Hidden life: «Il bene a venire del mondo dipende in parte da azioni di portata non storica; e se le cose per voi e per me non vanno così male come sarebbe stato possibile lo dobbiamo in parte a tutti quelli che vissero con fede una vita nascosta, e riposano in tombe che nessuno visita».

Rossano Baronciani

Immagini tratte da Google Images