Intervista a Marlene Bialas, giovane fotografa dallo sguardo poetico, curioso e riflessivo

Nata a Milano nel 1998, metà tedesca e metà italiana, Marlene Bialas si è diplomata al liceo classico e dopo un anno di viaggi e lavoro ha frequentato l’accademia di fotografia Mohole a Milano. Attualmente studia Direzione della Fotografia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. 

Si definisce un’osservatrice curiosa: le piace guardare il mondo con attenzione, soprattutto le cose più piccole e apparentemente insignificanti. Un movimento, le espressioni del viso, una luce particolare, un colore, una scena buffa, un dettaglio che ricorda qualcosa… attraverso la sua mente creativa ama sperimentare, creare lavori originali, innovativi, mettendosi sempre in discussione e ponendosi domande. 

L’abbiamo incontrata in occasione della sua mostra fotografica La isla lenta, un progetto di fotografia analogica, un viaggio per ritrovare la libertà, lo spazio, il respiro, la lentezza, l’unione con la natura e con gli elementi, realizzato durante il lockdown che Marlene ha deciso di trascorrere a Fuerteventura. 

© Marlene Bialas

Raccontaci la tua personale storia della fotografia: come è nata? Che rapporto hai con essa?

Penso sia nata un po’ per caso, un po’ per esigenza. Ho sempre amato l’immagine in tutte le sue forme: nell’arte, nel cinema, ma anche banalmente nella pura osservazione del reale. Ho iniziato a scattare perché mi sono resa conto che la fotografia poteva essere un mezzo di espressione e racconto, molto più sottile delle parole ma allo stesso tempo molto più potente, per me. Con sguardo poetico, curioso e riflessivo creo immagini semplicemente per esprimere il mio modo di vedere il mondo: il mondo di una mente che sogna, che ricerca bellezza, che osserva attentamente ciò che la circonda con particolare attenzione ai dettagli, per cercare di captare la natura profonda delle cose.

Che cosa rappresenta per te il mezzo fotografico?

Ho sempre dato poca importanza alla macchina fotografica: non mi è mai interessato il modello, la marca, le caratteristiche tecniche; l’ho sempre vista più come un tramite che mi permetteva di creare, ho iniziato infatti a scattare con quello che ho trovato in casa. Anche perché, forse, se sapessi dipingere, dipingerei, così come se sapessi comporre musica, lo farei. Sono tutti mezzi: il pennello, la macchina, uno strumento. Nella fotografia ho trovato semplicemente quello più veloce ed immediato, qualcosa che mi viene naturale. Credo che la fotografia si basi sullo sguardo, sul linguaggio, non tanto sulla qualità dell’immagine: per questo ho voluto staccarmi il più possibile dal mezzo. Anzi, spesso ritengo che un mezzo più semplice e grezzo e che ti da meno possibilità sia uno strumento eccezionale perché ti costringe a trovare soluzioni creative.

Come mai hai scelto proprio un mezzo analogico, la pellicola?

Un po’ mi sono avvicinata alla pellicola per pura fascinazione e curiosità rispetto a tutte le macchine analogiche che avevo in casa. Ho deciso di far riparare quella che mio papà usava per fotografare la nostra famiglia quando eravamo piccoli e così ho iniziato ad usarla. Non sono più riuscita a farne a meno perché amo tutto ciò che è materiale. La pellicola contiene delle imperfezioni e degli errori che trovo meravigliosi e unici, rendono l’immagine materica, avvolgente. Il digitale è perfetto, freddo.

Pensi che le tue fotografie possano esprimere le stesse emozioni anche in digitale?

Il contenuto della fotografia non penso cambi, dal momento che non ritengo così importante il mezzo. Cambia forse il mio rapporto con la creazione dell’immagine. È un processo molto più materiale che permette di seguire l’immagine in ogni sua fase: c’è l’attesa, la preziosità di ogni scatto perché sono limitati, la scoperta quando finalmente sviluppi, e penso sia una delle sensazioni più belle al mondo. Inoltre la pellicola mi libera dalla post produzione che ti fa perdere in una miriade di possibilità facendoti scordare qual è l’origine della foto, mentre la pellicola contiene già la sua grana, il suo colore, la sua pasta, quindi nasce e muore allo stesso modo.

Nelle tue fotografie si percepisce molto il fattore naturalistico, intimo e concettuale: quanto è importante per te l’aspetto emotivo rispetto a quello tecnico?

Nel mio modo di fotografare penso ci sia praticamente solo il fattore intimo e naturalistico, ho imparato tutto ciò che c’era di tecnico per potermene liberare e concentrarmi su altro.

Nel tuo progetto fotografico Minima Naturalia – Meditazioni della natura offesa affermi che “è la natura ad essere offesa per opera dell’uomo”. In che modo pensi che la fotografia possa essere un mezzo di denuncia per ritrovare un rapporto intimo, profondo e di unione con la natura?

La fotografia molto spesso è un mezzo di denuncia. Ritengo che uno debba creare delle immagini che in qualche modo stupiscano, che vengano ricordate. Minima Naturalia ha subito tantissime variazioni e poi ho salvato la versione più semplice e minimale: scansioni di parti di natura rese astratte, prosciugate ma allo stesso tempo eleganti e con qualcosa di riconducibile alla fragilità umana. Non mi sono mai particolarmente avvicinata alla fotografia documentaristica o di denuncia più esplicita, ma nelle mie foto traspare sempre una posizione, un’idea, e in questo caso sì, anche una sottile ma diretta denuncia, non urlata ma sussurrata, forse.

Il ricordo, la melanconia, il sogno, il tempo e lo spazio come proiezione di sé: questi sono i temi attorno ai quali ruota la tua sperimentazione fotografica. Quale messaggio vogliono comunicare?

È una domanda difficile: in realtà non so cosa vogliono comunicare, non ci penso mai, spero solo che qualcosa agli altri arrivi, io penso di dare degli spunti. Credo che ognuno di noi , soprattutto chi crea e racconta storie, abbia dei temi che gli sono cari, che gli premono, che sente di dover esplorare e dar loro voce.  

Se potessi descrivere la tua fotografia con tre parole, quali sarebbero e perché?

Silenziosa, minimale e riflessiva.

Chiara Cagnan