Lenzuola che cadono

L’immaginario cinematografico ci consegna allo stesso tempo la forma e il pensiero di una collettività, perché rappresentazione e coscienza sono spesso legate in un rapporto simbiotico di reciproca appartenenza. Se è vero che l’abito non fa mai il monaco, è altresì vero che sarà proprio da quanto il monaco e il suo abito differiscono e ci appaiono incongruenti che potremo comprendere i cambi di gusto, gli usi e i costumi di una società. In particolare alcuni lungometraggi riescono a racchiudere lo spirito del tempo, così che diventa interessante riuscire a rintracciare dentro un film i valori, le trasformazioni nonché le forme estetiche che documentano tali mutamenti. In questa direzione Accadde una notte (F. Capra, 1934) è il film in cui si configurò un’inedita immagine del femminile che avrebbe poi segnato un modo completamente diverso di vedere e di pensare la donna.

La protagonista del film, Ellie, interpretata da Claudette Colbert, è una giovane miliardaria estremamente viziata che desidera sposare un affascinante aviatore anche se il matrimonio è osteggiato dal padre della ragazza che vede nell’uomo un arrampicatore sociale. Il rifiuto del padre spinge la ragazza a fuggire di casa per cercare di raggiungere il fidanzato, perché si sa che il proibito è sempre più interessante del lecito, tuttavia durante il tragitto la ragazza incontra un giornalista, Peter, interpretato da Clark Gable, che fiuta lo scoop e quindi si offre di aiutare l’ereditiera a compiere il viaggio. Il film ruota attorno alle avventure e alle controversie dei protagonisti che, provenendo da mondi molto diversi, non esitano a scontrarsi e a battibeccare continuamente; dunque una trama lineare di cui il regista ebbe a dire: «una storia semplice per gente semplice». Eppure la vicenda è ambientata in uno dei momenti più duri della storia degli Stati Uniti, ovvero durante la grande Depressione economica degli anni Trenta, scaturita a seguito del crollo della borsa di Wall Street il 29 ottobre 1929. Per questo Frank Capra decise di realizzare un film leggero e divertente che non ammicca mai al sentimentalismo, anzi il regista riuscì a compiere un lavoro di introspezione psicologica dei personaggi che vivono un vero e proprio viaggio di formazione: alla fine Ellie saprà riconoscere la dura realtà dell’America del tempo contrapposta al mondo di agi in cui viveva, mentre Peter si dimostrerà uomo di sani valori. Eppure nella vicenda avventurosa dei due protagonisti che da compagni di viaggio si trasformano in innamorati, emerge un nuovo modo di relazionarsi tra uomini o donne, una nuova rappresentazione sociale del maschile e del femminile.

Si sa che il cinema di Hollywood ha sempre saputo costruire in laboratorio l’ideale di donna e, per ogni cambiamento della storia e della società, ha tirato fuori dal cappello a seconda delle necessità la figura della diva irraggiungibile, la Femme Fatale, la brava moglie e madre di famiglia, la fidanzatina devota o altre tipologie ancora. Basti pensare ad attrici divenute famose per aver interpretato, più o meno, sempre lo stesso ruolo, come Doris Day o Rita Hayworth, grandi protagoniste rimaste prigioniere e vittime della propria immagine, cristallizzata dall’industria dello spettacolo. Eppure l’immaginario femminile degli anni Trenta era saldamente in mano a Katharine Hepburn, Barbara Stanwyck e Claudette Colbert: tre bellezze molto particolari che segnavano una difformità rispetto ai cliché delle attrici bellissime degli anni Venti, come Josephine Baker o Greta Garbo. Se pensiamo, ad esempio, che la Hepburn ha rappresentato per le generazioni a venire il prototipo dell’icona gay, mentre Claudette Colbert venne identificata spesso con il ruolo della donna “maschiaccio”. In Accadde una notte la protagonista, con i capelli corti e quasi sempre con lo stesso vestito addosso, è una sorta di monella a tratti dispettosa e poco propensa ai compromessi, tant’è che Stanley Cavell in Alla ricerca della felicità pone in relazione subordinata il fascino di Gable con il ruolo poco femminile di Colbert, e scrive: «non conosco nessuno che non trovi Gable una presenza affascinante e potente in questo film, mentre un certo numero di persone non riescono a entusiasmarsi per la Colbert. La ritengono talvolta inconsistente o superficiale ». Ed è proprio così in fondo perché Claudette Colbert in questo filmassume su di sé l’immagine della donna che non desidera ammagliare con le armi seduttive femminili, ma vuole solo essere se stessa rivendicando il proprio anche brutto carattere. Se consideriamo che negli Stati Uniti le donne avevano ottenuto il diritto al voto dal 1920 e che durante la prima guerra mondiale furono chiamate a lavorare nell’industria bellica per sopperire alla mancanza di manodopera maschile (evento che si verificò nuovamente in occasione della Seconda Guerra mondiale), allora potremmo avere un’idea più precisa di una nuova generazione di donne che seppe dare di sé un’immagine inedita, più forte e determinata, capace di emanciparsi dalla figura paterna e, allo stesso tempo, di instaurare un rapporto con l’altro sesso più libero e paritario.

In questo periodo storico siamo ancora lontani da un’effettiva uguaglianza tra uomini e donne, anche se al tempo la parità tra i sessi era sancita dalla legge ma non ancora dalla società; eppure per la prima volta si affacciò nella coscienza del tempo e specularmente nell’immagine che il mondo dello spettacolo diede della donna, un valore inedito e sotto molti aspetti incontrovertibile. Si affermò una modalità del femminile che non voleva più aderire all’idea che il maschile aveva della donna: in Accadde una notte ma anche in Susanna! (H. Hawks, 1938) o Scandalo a Filandelfia (G. Cukor, 1940) l’essere donna coincise con il progressivo allontanamento dalle proiezioni dell’immaginario erotico maschile. Nel film Clark Gable e Claudette Colberte sono più complici che amanti, più compagni di avventura piuttosto che la solita coppia ingabbiata nei ruoli dell’uomo che deve immancabilmente conquistare e della donna a cui spetta il compito di sedurre. Nelle scene notturne del bungalow, dove la coppia si rifugia per dormire durante la loro odissea sulla strada, c’è una sorta di motivo ricorrente che restituisce il senso del nuovo riposizionamento uomo/donna ed è quando i due, costretti a dividere la stessa camera, sistemano tra i due letti una coperta a mo’ di separé. I dialoghi sono tutti giocati sull’indecisione tra chi dei due debba impersonare il ruolo maschile/attivo e femminile/passivo, dimostrando nei fatti la pretestuosità del gioco dei ruoli.

Dei due infatti è Clark Gable ad apparire a disagio anche quando, ideata la strategia del lenzuolo sospeso, viene chiosato dalla battuta fulminante di Ellie che recita: «questo, suppongo, sistema tutto». Il lenzuolo appeso che separa i due protagonisti non sembra in alcun modo un simbolo della femminilità della donna da conquistare né un fragile alibi per giustificare il ritrovarsi poi nello stesso letto, al contrario quel lenzuolo appeso finisce col diventare una sorta di schermo cinematografico su cui vengono proiettate le forme dei due protagonisti che possono essere solo immaginate vicendevolmente, a riprova che nella vita non c’è niente di più reale della fantasia. Entrambi i protagonisti non possono vedersi pur condividendo in quel momento la stessa camera di Motel, la stessa intimità al di là dei ruoli e delle aspettative di genere in cui sempre la società ha confinato l’uomo e la donna, il maschile e il femminile. I due s’incontrano nella penombra che si riflette su di un lenzuolo retro illuminato da una lampada e questo perché l’innamoramento o anche solamente il trovarsi non coincide quasi mai con una stanza illuminata, assomiglia più a un salto nel buio o a lenzuola appese che cadono e che finalmente ci permettono di vedere in piena luce.

Rossano Baronciani