Limor Zadok, ‘Spiritscapes: The Hidden Lives of Mongolia’

Ho avuto la fortuna di viaggiare in Mongolia qualche anno fa. Sfogliando Spiritscapes: The Hidden Lives of Mongolia di Limor Zadok, ho ritrovato subito qualcosa di quell’esperienza: le proporzioni smisurate del paesaggio, le distese apparentemente vuote, il cielo che sembra occupare più spazio della terra.

Fotografare la Mongolia non è semplice. Si ha l’impressione che tanta vastità non possa stare dentro un’inquadratura, che debordi e si sottragga a ogni tentativo di restituirla per intero. Le distanze sono difficili da valutare e le figure umane sembrano talvolta perdersi nel paesaggio. Le immagini di Limor Zadok rendono particolarmente bene questo senso delle proporzioni. Le strade scompaiono verso l’orizzonte, le tempeste si addensano sulla steppa; persone, animali e ger isolate abitano un mondo nel quale il clima e le distanze dettano le condizioni della vita.

Fotografa, scrittrice, conferenziera e guida di viaggio, Limor Zadok affianca alla fotografia la scrittura e l’interesse per le culture che incontra. Da oltre trent’anni accompagna gruppi in diverse parti del mondo, anche attraverso itinerari fotografici di carattere etnografico e geografico. È inoltre psicoanalista lacaniana e terapeuta delle arti espressive. Paragona la fotografia a una penna con cui scrivere storie e dà particolare rilievo ai rapporti che costruisce con le persone, al di là della macchina fotografica.

Pubblicato nel 2026 da Progressive Publishing House, Spiritscapes è un volume fotografico di 72 pagine in formato orizzontale, ideato dalla fotografa insieme all’editrice Batsceba Hardy, con il progetto grafico di Olivia Agostini. Il titolo unisce le parole spirit (spiriti) e landscape (paesaggi) e suggerisce una Mongolia in cui la terra, anche quando appare vuota, è abitata da memorie, forze ancestrali e presenze invisibili.

Nel testo introduttivo la fotografa racconta di spiriti, demoni e antenati, soffermandosi sul modo in cui queste credenze accompagnano le diverse fasi della vita. Parla dei nomi provvisori, talvolta volutamente sgradevoli, tradizionalmente attribuiti ai bambini piccoli per proteggerli, e del Daah Urgeeh, la cerimonia del taglio dei capelli che ne segna l’ingresso nella comunità. Descrive anche gli ovoo, cumuli di pietre o strutture in legno disseminati nel paesaggio, presso i quali i viaggiatori lasciano offerte, aggiungono sassi e compiono tre giri.

Le fotografie che seguono sono attraversate dalla luce particolare della steppa mongola. Praterie immense si stendono sotto cieli carichi; cavalli, cammelli e renne condividono il territorio con le persone il cui sostentamento dipende da loro. Limor Zadok fotografa allevatori, famiglie nelle ger, le abitazioni tradizionali, e partecipanti al Naadam, la festa che ha al centro la lotta, il tiro con l’arco e le corse di cavalli.

Sono immagini che si inseriscono nella tradizione umanista della fotografia di viaggio e documentaria. I colori sono vividi, le composizioni curate; nei ritratti ambientati, le persone restano spesso immerse nel paesaggio, che contribuisce a raccontarle. Le fotografie occupano perlopiù una pagina ciascuna, mentre alcuni dittici e gruppi di immagini più piccole variano il ritmo della sequenza.

Tra gli scatti più interessanti ci sono quelli in cui la vita contemporanea e le consuetudini tradizionali convivono nella stessa scena. Un allevatore attraversa la steppa in motocicletta; veicoli moderni compaiono accanto a cavalli e ger; donne in scarpe da ginnastica, occhiali da sole e abiti contemporanei svolgono lavori che appartengono da lungo tempo alla vita pastorale. Sono dettagli che sottraggono la Mongolia all’immagine di un paese sospeso nel tempo. Le tradizioni partecipano a un presente in trasformazione, nel quale modi di vivere diversi si intrecciano di continuo.

Dal paesaggio e dalla vita pastorale, la sequenza conduce gradualmente ai temi spirituali annunciati in apertura. È nelle ultime pagine, tra fotografie notturne, architetture buddhiste, interni in penombra e immagini di una cerimonia sciamanica, che il lavoro si avvicina maggiormente all’idea di una Mongolia invisibile.

Proprio qui, però, ho avvertito quella che mi sembra la questione centrale di Spiritscapes. Il paesaggio e la vita quotidiana hanno nelle fotografie una presenza forte e immediata; il mondo spirituale evocato dal titolo è più difficile da rintracciare. Spiriti, antenati e presenze soprannaturali emergono con chiarezza dalle parole della fotografa, ma nella sequenza visiva la loro traccia è più discontinua. Senza il testo introduttivo, molte di queste immagini potrebbero appartenere a un racconto fotografico più ampio delle culture pastorali e nomadi della Mongolia.

Forse una certa distanza tra ciò che si racconta e ciò che si riesce a fotografare è inevitabile. Una macchina fotografica può registrare un ovoo, un’offerta, un gesto rituale o l’espressione di chi partecipa a una cerimonia. Non può fotografare lo spirito al quale l’offerta è destinata, né rendere esplicito l’insieme di credenze che dà significato a quel gesto. La fotografia resta legata a ciò che si vede; la vita spirituale si svolge spesso oltre quella soglia.

Essendo stata in Mongolia, riconosco la sensazione che Limor Zadok cerca di comunicare. La vastità del paesaggio, la sua apertura, possono far avvertire con forza qualcosa che va oltre la nostra presenza individuale. Il silenzio e le distanze cambiano la percezione delle proporzioni, anche interiori. Mi rendo conto, tuttavia, che questa sensazione nasce in parte dai miei ricordi e che sono io a portarla nelle fotografie. Non sono altrettanto certa che un lettore al suo primo incontro con la Mongolia possa coglierne la dimensione spirituale con la stessa immediatezza.

Il libro avrebbe forse beneficiato di un maggiore accompagnamento testuale alle immagini. Sarebbero bastati racconti, testimonianze, didascalie più approfondite o le voci delle persone ritratte per collegare le singole fotografie alle credenze descritte nell’introduzione, senza ricorrere a un apparato accademico o etnografico. Oggetti e gesti che a uno sguardo esterno possono sembrare ordinari avrebbero così potuto rivelare altri significati.

Leggerei Spiritscapes come un racconto fotografico di viaggio, personale, più che come uno studio etnografico. L’assenza di riferimenti e di un contesto più articolato non costituisce di per sé un limite, se un’indagine di quel tipo non rientrava nelle intenzioni dell’autrice. Un titolo che promette di avvicinarci alle “vite nascoste” della Mongolia crea però l’attesa di un incontro più approfondito con ciò che le immagini, da sole, non mostrano. Una maggiore attenzione alle esperienze individuali legate a queste credenze avrebbe forse permesso alla dimensione spirituale di trovare più spazio nel racconto fotografico.

Un’altra ambiguità riguarda la cerimonia sciamanica fotografata verso la fine del volume. Zadok spiega di aver organizzato l’incontro insieme all’operatore turistico, come sorpresa per il gruppo. Questo non rende automaticamente la cerimonia inautentica e non sminuisce l’esperienza di chi vi ha partecipato. Solleva però alcune domande su ciò che accade quando un rituale si svolge alla presenza di visitatori e macchine fotografiche.

Gli anni dedicati agli studi etnografici in Africa mi hanno insegnato che la presenza di un osservatore esterno influisce inevitabilmente su ciò che avviene. Che cosa ci viene mostrato? Che cosa viene modificato, tradotto o taciuto? In quale misura un rituale resta espressione di una credenza e in quale misura diventa anche una rappresentazione preparata per chi è venuto ad assistervi? Sono domande che non hanno necessariamente una risposta semplice, ma riconoscere questa incertezza avrebbe arricchito il libro. La fotografa stessa partecipa all’incontro e contribuisce a creare le condizioni nelle quali esso può essere osservato e fotografato.

Queste considerazioni non tolgono nulla alla bellezza delle immagini di Limor Zadok, né alla sua capacità di restituire il carattere del paesaggio mongolo e le emozioni che suscita. Spiritscapes convince soprattutto quando osserva la vita quotidiana e coglie la convivenza, spesso discreta, tra vecchio e nuovo. Le persone ritratte abitano pienamente il presente: motociclette, telefoni cellulari, cavalli, rituali e credenze ancestrali fanno parte dello stesso mondo.

La Mongolia nascosta annunciata dal titolo resta solo in parte accessibile. Il libro invita però a interrogarsi su quanto di una cultura sfugga alla macchina fotografica. La sua dimensione spirituale prende forma tra le immagini e le parole, tra ciò che Zadok ha fotografato e ciò che ci chiede di immaginare. Forse gli spiriti restano dove sono sempre stati: nei significati che le persone attribuiscono al paesaggio.

Silvia Donà

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *