Basta scorrere il feed di Instagram per imbattersi in un ritratto iperrealistico generato da un’intelligenza artificiale. Le immagini che ci circondano non si limitano più a riflettere il mondo: circolano, si trasformano, entrano in ogni gesto quotidiano. Con la diffusione dei modelli generativi, l’idea della fotografia come garanzia di realtà, già incrinata dal digitale, perde le ultime ragioni di tenuta.
In questo scenario le riflessioni di Joan Fontcuberta offrono uno strumento per orientarsi. Da decenni l’autore analizza il linguaggio visivo a partire da uno scetticismo metodologico. Ho riletto insieme tre suoi saggi, tutti pubblicati fra il 2023 ed il 2026 in Italia da Mimesis, per capire come la fotografia influisca sul nostro modo di guardare e di pensare. Nasce una vera opportunità per chi legge criticamente: non accogliere passivamente le sue tesi, ma metterle alla prova là dove sono più discutibili. Proverò a mostrare che la sua demolizione dell’indicalità regge sul piano semiotico ma lascia scoperto quello affettivo, e che Immagini latenti offre gli strumenti per riaprire la questione della verità.
L’attacco all’illusione positivista prende forma con Il bacio di Giuda1, presentato ai Rencontres d’Arles nel 1996. Il saggio incrina la fiducia nella visione diretta perché ogni inquadratura è una scelta di campo, una cesura selettiva, un tradimento del mondo, e per questo, la fotografia mente per natura. Fontcuberta divide l’umanità tra Narcisi, che credono all’immagine perché vi riconoscono se stessi, e Vampiri, scettici che rifiutano il riflesso. Ne consegue, per chi fotografa, il compito etico di mentire bene, cioè guidare chi guarda verso una consapevolezza critica.


Portata all’estremo, questa decostruzione apre un problema legato al paradosso del mentitore. Se ogni fotografia è per costituzione una menzogna, il concetto di falso perde significato: senza un orizzonte di verità, per quanto frammentario, diventa impossibile distinguere l’interpretazione soggettiva di un autore dalla manipolazione dolosa o propagandistica. Il rischio è un relativismo che azzera la responsabilità etica dell’immagine. È una questione che lascio aperta e a cui tornerò parlando di Immagini latenti.
La critica si sposta poi sul piano teorico con Contro Barthes2, che prende di mira il ça-a-été, il “questo è stato” che Barthes pone come noema della fotografia. Fontcuberta si serve dell’archivio di Alerta, tabloid messicano di cronaca nera attivo principalmente tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso, dove i protagonisti puntano il dito verso una macchia di sangue o una ferita. L’indice, nel doppio senso di dito e di categoria semiotica, segnala una presenza fisica, ma senza un testo che lo accompagni non dice che cosa sia accaduto: quel “questo” resta indeterminato. Per Fontcuberta l’immagine è allora una performance, una posa che apre mondi possibili più che attestare un passato.


L’argomento è efficace sul piano della deissi: un gesto che indica ha bisogno di un contesto per significare. Ha però un limite perché confonde ciò che una fotografia mostra, che può restare ambiguo, con il fatto che qualcosa sia stato davanti all’obiettivo, che l’ambiguità non cancella. Il dito nelle foto di Alerta può non dirci cosa sia successo, ma indica comunque qualcosa che c’era. Inoltre la semiotica non esaurisce Barthes. La camera chiara è un libro fenomenologico e affettivo: il ça-a-été prende peso dalla fotografia del Giardino d’Inverno, che Barthes non riproduce ma attraverso la quale ritrova la madre, e dal punctum, il dettaglio che ferisce chi guarda. Contestare l’indicalità come semplice indice di un fatto significa leggere solo parzialmente Barthes.
Una lettura alternativa può partire da qui. L’inconscio ottico di cui parla Benjamin nella Piccola storia della fotografia designa ciò che la macchina coglie e l’occhio non vede. Le nozioni di traccia e di spettro in Derrida, che sulla lettura barthesiana è tornato in Les morts de Roland Barthes3, permettono di pensare la fotografia non come testimone neutro di un fatto o evento, ma come eco di una presenza passata che coinvolge chi guarda sul piano emotivo, prima e a prescindere dall’argomentazione.
Il discorso culmina in Immagini latenti4, dove lo scontro si sposta sulla smaterializzazione digitale e sull’intelligenza artificiale. Si passa dalla latenza chimica allo spazio latente algoritmico, dove le immagini smettono di essere impronte fisiche e diventano vettori e matrici matematiche. La domanda non è più se l’immagine rappresenti il mondo, ma quale mondo ci inviti a immaginare. Considerare le reti neurali semplici generatori di fantasie è un errore. Serve un’archeologia dei media che sostenga una teoria della post-indicalità: le immagini sintetiche non nascono dal nulla, hanno un indice macchinico. Non registrano la luce di un paesaggio sulla pellicola, ma infrastrutture di rete, dataset, prompt e pregiudizi sedimentati nel codice. L’immagine sintetica diventa così il sintomo documentario dei sistemi di potere tecnologico che l’hanno prodotta.


Qui si trova una possibile risposta al problema lasciato aperto. Se l’immagine non attesta più ciò che è stato davanti a un obiettivo, può attestare le condizioni della propria produzione: dati, infrastruttura, scelte di chi la genera. Il criterio di verità non scompare, si sposta dalla scena rappresentata alla filiera che l’ha prodotta, e con esso la possibilità di distinguere interpretazione e manipolazione.
Le analisi di Fontcuberta restano comunque uno strumento utile per leggere la cultura visiva contemporanea perché insegna a sostituire la fede nel visibile con il dubbio metodico. Metterne alla prova le tesi non significa respingerle, ma mantenere la fotografia come spazio di resistenza critica, un linguaggio che sfiora la superficie delle cose senza rinunciare a misurarsi con la complessità del reale.
Quando apriamo la galleria dello smartphone o pubblichiamo uno scatto, da che parte stiamo? Siamo ancora Narcisi, che credono all’immagine perché ci somiglia, o stiamo diventando Vampiri, capaci di diffidare del riflesso?
E in un’epoca di immagini sintetiche, che cosa significa oggi mentire bene?
- Il bacio di Giuda. Fotografia e verità
Juan Fontcuberta, ed. Mimesis, 2022 ↩︎ - Contro Barthes. Saggio visivo sull’indice
Juan Fontcuberta, ed. Mimesis, 2023 ↩︎ - Ogni volta unica, la fine del mondo
Jacques Derrida, ed. Jaca Book, 2005 ↩︎ - Immagini latenti. La fotografia in transizione
Juan Fontcuberta, ed. Mimesis, 2026
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Mirko Bonfanti