Come ogni anno, la World Press Photo Foundation presenta le fotografie finaliste e vincitrici: non l’intero corpus di ogni reportage, ma una selezione. Del resto, sarebbe complicato, costoso e, soprattutto per il pubblico, faticoso vedere ogni progetto nella sua interezza.
Questo è il secondo anno in cui ho l’opportunità di visitare la mostra in due città diverse. Roma è sempre stata la sede principale; lo scorso anno l’ho rivista a Lodi, al Festival di Fotografia Etica; quest’anno invece a Bologna, alla Cineteca. La ragione di questa doppia visita, a distanza di qualche mese, è legata alla collaborazione avviata nel 2024 tra Fujifilm e la World Press Photo Foundation, come avevo raccontato lo scorso anno (https://magazine.discorsifotografici.it/oltre-il-dolore-rena-effendi-e-il-lato-umano-della-fotografia/).
Rivedere la stessa mostra in luoghi differenti permette un confronto non tanto sui contenuti, quanto sul contenitore, sul modo in cui viene accolta. L’allestimento romano, al Palazzo delle Esposizioni, non risultava particolarmente riuscito: i progetti erano troppo ravvicinati, le fotografie non respiravano, e l’ampiezza dispersiva dell’area, al secondo piano, non aiutava. Quest’anno, inoltre, la mostra conviveva con la colonna sonora dell’esposizione di Dolce & Gabbana, al piano di sotto, in netto contrasto con i temi trattati. Guardare fotografie come quella della fotografa palestinese Samar Abu Elouf, che ritrae il piccolo Mahmoud Ajjour privo delle braccia, mentre in sottofondo risuonava una musica festosa, è un’esperienza spiacevole, direi terribile.
Anche a Lodi l’allestimento non mi aveva convinto: uno spazio troppo freddo, dominato dal marmo, e decisamente grande, tanto da trasmettere una sensazione di superfluo e sbrigativo. Eppure, parliamo della massima autorità del fotogiornalismo. Avere belle fotografie non basta: serve un contesto che ne valorizzi la forza, per rispetto di chi guarda e, soprattutto, di chi quelle storie le ha raccontate.
Del tutto diversa, quest’anno, l’esperienza bolognese. La mostra è ospitata dalla Cineteca di Bologna, in collaborazione con Foto IMAGE e con il sostegno di Fujifilm Italia, all’interno dell’ex sottopassaggio di Piazza Re Enzo, uno spazio molto noto in città. Visitabile fino al 30 novembre 2025, è un appuntamento davvero da non perdere: l’allestimento è finalmente all’altezza delle fotografie, capace di amplificarne la bellezza e restituire la giusta intimità nella fruizione. Al tempo stesso permette di scoprire o riscoprire il sottopasso, oggi un grande e suggestivo spazio espositivo.
Accanto alla mostra, Foto IMAGE e Cineteca di Bologna propongono per tutto il mese talk, workshop e incontri con grandi fotografi: Fulvio Bugani, Musuk Nolte, Antonio Faccilongo, Daniel Chatard, Aliona Kardash, Monika Bulaj. Durante la visita speciale per la stampa organizzata da Fujifilm Italia ho avuto modo di conoscere Musuk Nolte, autore del progetto Droughts in the Amazon, dedicato al tema della siccità in Amazzonia, e ho avuto la fortuna di intervistarlo.
Una nota prima di passare all’intervista: a Bologna il lavoro di Nolte era esposto di fronte a quello di Amanda Maciel Perobelli, che ha documentato le peggiori inondazioni in Brasile. Un accostamento che, nella logica della mostra — e del fotogiornalismo stesso — evidenzia con forza le contraddizioni del nostro tempo.
INTERVISTA A MUSUK NOLTE
Come è nato il progetto “Siccità in Amazzonia” che ti ha portato a essere tra i finalisti del World Press Photo 2025?
Da circa sei anni porto avanti un lavoro di ricerca visiva legato al tema dell’acqua, soprattutto in Perù. Ho lavorato in diversi territori: dalle Ande all’Amazzonia, fino all’Altipiano. In seguito, ho esteso il progetto anche ad altri paesi della regione sudamericana. Questo percorso mi ha condotto a documentare le grandi siccità che hanno colpito l’Amazzonia negli ultimi anni, le più gravi da quando si è iniziato a monitorare il livello dei fiumi. Una delle fotografie realizzate durante questo lavoro, secondo me, riesce a condensare su diversi piani come il paesaggio stia cambiando e come questo stia influenzando la vita quotidiana delle persone che vivono nella regione amazzonica.
Qual è stata la sfida più grande nel documentare gli effetti della crisi climatica in una regione tanto complessa come l’Amazzonia?
Lavorare e documentare in Amazzonia comporta numerose difficoltà. La prima riguarda l’accessibilità: sono territori remoti, difficili da raggiungere, e durante le siccità la situazione peggiora ancora, perché i fiumi, che rappresentano le principali vie di collegamento, diventano impraticabili. Questo rende complicato arrivare proprio nelle zone dove gli effetti sono più evidenti.
Ma c’è anche una difficoltà più sottile, quasi simbolica: ci si trova di fronte a un paesaggio senza punti di riferimento, trasformato. È come confrontarsi con qualcosa che non abbiamo mai visto prima. Per questo ho dovuto cercare nuovi modi, sia estetici che visivi, per riuscire a raccontare una realtà che è, in fondo, nuova per tutti noi.
Quali emozioni e sensazioni speravi di trasmettere con le immagini di un uomo che cammina sul letto asciutto del fiume Solimões?
Vorrei che questa immagine generasse due effetti. Il primo è quello di confrontarci direttamente con una realtà ormai innegabile: il cambiamento climatico e la trasformazione del pianeta. Ma ancora più importante, per me, è la possibilità di suscitare empatia: immaginarsi al posto di quel ragazzo che osserva un paesaggio diventato arido, là dove un tempo scorreva un fiume. Metterci nei suoi panni può aiutarci a sviluppare un senso di solidarietà e forse spingerci a riconsiderare i nostri comportamenti quotidiani.
In che modo il contesto ambientale e umano si intrecciano nel tuo lavoro fotografico e come scegli i soggetti che racconti?
Lavoro nella stessa regione in cui vivo, e gli effetti del cambiamento climatico — e delle trasformazioni sociali che comporta — si riflettono direttamente sul mio territorio, sulla mia quotidianità, sulla mia famiglia e sui miei amici. Questa vicinanza mi permette di avere una comprensione più intima dei problemi. Per me, come fotografo, è importante ribadire questo legame: lavoro in un luogo con cui ho una relazione affettiva, un coinvolgimento personale. Allo stesso tempo, mi interessa che una storia raccontata a partire da un punto di vista locale possa parlare anche a un pubblico globale, senza però perdere consapevolezza della posizione da cui io prendo la parola.
Come riesci a bilanciare l’aspetto artistico con la responsabilità del fotogiornalismo quando racconti storie così delicate e importanti?
È una domanda complessa, ma ciò che mi interessa è proporre un modo di vedere le cose. Per questo mi sento un po’ distante dal giornalismo tradizionale, anche se il mio lavoro mantiene comunque una componente documentaria. Mi interessa una visione più autoriale, una posizione intermedia in cui la fotografia rimane un documento, ma è allo stesso tempo interpretazione. Non so se definirla artistica, ma sicuramente è una visione personale. Per me è importante che sia chiaro che dietro ogni immagine c’è una persona, uno sguardo che osserva e interpreta ciò che vede. Certo, questo comporta anche il rischio di perdere un po’ di equilibrio nel rapporto etico con i temi trattati, ma lo considero un processo in continuo movimento, in cui si cerca costantemente un punto di bilanciamento.
Puoi raccontarci un episodio particolarmente significativo o sorprendente che hai vissuto mentre lavoravi sul campo?
Sì, in questo lavoro sulle siccità in Amazzonia, una delle esperienze più sorprendenti è stata trovarmi in un territorio che non assomigliava affatto all’immagine che comunemente abbiamo dell’Amazzonia. A volte dovevo letteralmente ricordare a me stesso che ero nella foresta amazzonica e non di fronte a un paesaggio desertico.
Questo senso di spaesamento è stato una sfida: capire come fotografare un luogo che sembra altro da sé, come raccontare un territorio trasformato e la crisi che lo attraversa.
Come vedi l’evoluzione del fotogiornalismo di reportage in relazione alle emergenze globali come i cambiamenti climatici?
Credo che la fotografia documentaria e il fotogiornalismo stiano attraversando un momento di trasformazione. Oggi il lavoro di lungo periodo sta diventando sempre più centrale, così come l’idea di lasciare spazio a prospettive più diverse, affinché siano le comunità che vivono nei territori a raccontare le proprie storie. Questo implica un cambio di paradigma: non solo che cosa si racconta, ma chi lo racconta, come e insieme a chi.
Allo stesso tempo, si sta affermando una ricerca di modi più personali e specifici di affrontare temi globali, raccontandoli a partire da un’esperienza situata, concreta. Una ricerca che riguarda tanto il linguaggio estetico quanto la dimensione umana di chi fotografa.
Quali sono i prossimi argomenti o progetti su cui ti piacerebbe lavorare?
Mi interessa continuare a sviluppare progetti legati al tema dell’acqua. Per me l’acqua è una metafora, un elemento che mette in relazione territori e storie diverse: anche quando il racconto non parla direttamente di acqua, è come se l’acqua fosse comunque un filo che collega i luoghi e le esperienze. Per questo continuerò a lavorare su temi legati al cambiamento climatico, concentrandomi in particolare sul modo in cui sta trasformando la vita delle comunità rivierasche e delle comunità indigene dell’Amazzonia e delle Ande peruviane.
Che suggerimenti daresti a chi vuole intraprendere la carriera di fotografo documentarista oggi?
Credo che per chi si avvicina oggi alla fotografia documentaria ci sia una sfida importante: capire che le storie non sono necessariamente lontane. Non dobbiamo immaginare che siano altrove, in altri continenti. Le storie sono nei luoghi che abitiamo. Lì abbiamo una relazione più profonda, più complessa, più informata — e quindi una maggiore legittimità nel raccontare. Allo stesso tempo, è fondamentale trovare il modo di raccontarle partendo da una connessione tra emozione, estetica e narrazione, cercando forme personali e originali per narrare temi che, in molti casi, sono già stati affrontati tante volte.
Come bilanci il lavoro intenso sul campo con la tua vita personale e cosa ti motiva a continuare?
Sì, per me la fotografia è sempre stata un modo per entrare in luoghi inattesi, per scoprire nuovi territori. Con il tempo è diventata un modo di vivere. Non faccio quasi distinzione tra lavoro, vita privata e famiglia: sono aspetti che si intrecciano continuamente. Nella mia quotidianità la fotografia è sempre presente, a vari livelli. È qualcosa che mi entusiasma, che mi dà gioia, ed è ormai parte integrante della mia vita di ogni giorno.
Come possiamo seguire il tuo lavoro e restare aggiornati sulle tue future iniziative?
Vorrei anche menzionare che gestisco una piccola casa editrice dedicata alla fotografia latino-americana, che si chiama KBY Ediciones. È una piattaforma indipendente e autogestita: vi pubblico il mio lavoro, ma soprattutto collaboro con fotografi e fotografe provenienti da diversi paesi dell’America Latina.
Fujifilm e la World Press Photo Foundation, nel 2024, hanno dato vita a un sodalizio volto a sostenere la cultura fotografica a livello globale, promuovendo le nuove generazioni di autori e il ruolo della fotografia come strumento di cambiamento sociale.
Questa intervista è resa possibile grazie a Fujifilm Italia, in occasione dell’inaugurazione della mostra a Bologna. In questo contesto, come si intrecciano la tua ricerca di un linguaggio personale e le scelte tecniche con cui lavori sul campo?
Negli ultimi anni ho scelto di lavorare con Fujifilm. Ho iniziato con una XT4, perché mi permetteva di essere leggero e di usare una serie di obiettivi diversi. Poi sono passato al medio formato, con la GFX 50S II, che ha ampliato molto le possibilità espressive, soprattutto in termini di gamma tonale e qualità dell’immagine. Oggi, grazie al premio del World Press Photo, utilizzo una GFX100RF, che è diventata la mia fotocamera principale: è leggera, ha una risoluzione molto elevata e mi permette di lavorare con grande flessibilità, anche con un obiettivo fisso.
Federico Emmi
Cover Image: Droughts in the Amazon (categoria Storie – regione Sud America), foto di Musuk Nolte / Panos Pictures, Bertha Foundation