Parisa Azadi: Quando la fotografia diventa casa

Parisa Azadi e’ una fotogiornalista e storyteller irano-canadese che da anni racconta storie di identità, memoria e conflitto. Nata a Teheran durante la guerra tra Iran e Iraq, a otto anni fugge in Canada con la famiglia, lasciandosi alle spalle un Paese segnato dall’oppressione. Ma anche la nuova vita in Canada non è semplice- da bambina, Parisa si trova a fare i conti con la xenofobia e con un senso di vergogna per le proprie origini. È da quel momento che la ricerca di libertà e appartenenza diventa il filo conduttore della sua storia. 

La fotografia è arrivata più tardi ma si è imposta come il suo passaporto verso la libertà. È stata la naturale prosecuzione di un’infanzia trascorsa a muoversi tra caos e controllo. Quell’istinto di sopravvivenza imparato presto- saper individuare una via d’uscita, leggere ambienti ostili- si è trasformato in una risorsa preziosa per il suo lavoro di fotogiornalista. 

Negli anni, il suo lavoro l’ha portata in Medio Oriente, Asia meridionale, Africa e Canada. Ha documentato crisi umanitarie, repressioni politiche e comunità dimenticate: dalla condizione dei rifugiati siriani in Giordania all’estremismo religioso in Bangladesh, fino alla violenza sistemica contro le donne indigene in Canada.

Il suo progetto più recente, Ordinary Grief, segna il ritorno in Iran dopo venticinque anni di autoesilio. È un viaggio personale e politico insieme, un modo per riconquistare la propria identità e la propria storia. Come donna che ha vissuto sospesa tra Oriente e Occidente, costantemente in bilico tra l’essere dentro e fuori, Parisa definisce la sua esperienza “difficile, poco romantica e fragile”.

Questo lavoro intimo è una lenta e poetica esplorazione della vita in Iran tra il 2017 e il 2022. In un Paese dove perfino le libertà più elementari sono sorvegliate, Parisa non poteva lavorare come una fotogiornalista tradizionale. Così ha rivolto l’obiettivo ai momenti silenziosi della quotidianità. Ne è nata una raccolta di immagini sospese dove la malinconia e la resistenza convivono- una spalla che si piega, uno sguardo che si sottrae. “Nonostante tutto, resto sempre attenta alla gioia”, dice. “Cerco i ricordi della festa e della libertà anche nelle pieghe del dolore.” 

Questo approccio lento e meditativo le permette di instaurare un dialogo profondo e personale con chi osserva. Nelle sue immagini si intravede anche il lento crollo dei muri invisibili che un tempo costringevano le persone a nascondere la felicità e la libertà. La sua macchina fotografica cattura piccoli atti pubblici di ribellione – una coppia che si abbraccia, ragazze in costume da bagno – momenti un tempo impensabili.

Quello che mi ha emozionato maggiormente durante la nostra conversazione è la sua passione incrollabile e la dedizione assoluta alla fotografia. Per Parisa, la fotografia è molto più di una professione: è una ricerca solitaria, totalizzante, una forma di esistenza. Non solo un mestiere, ma un modo di stare al mondo. 

Come è iniziato il tuo percorso fotografico e cosa ti ha attirata per la prima volta verso questo linguaggio?

Fin da quando riesco a ricordare, sono sempre stata attratta dalle immagini degli eventi del mondo che scorrevano alla televisione. Nel 1990, quando un violento terremoto colpì il nord dell’Iran, avevo cinque anni e guardavo la distruzione sullo schermo, da casa, a Teheran. La mia prima reazione fu la frustrazione: un impulso a volerlo vedere con i miei occhi, a sapere che cosa si provasse davvero, che suono avesse la tragedia al di là del televisore.

Non so bene perché, a quell’età, fossi attratta dalla distruzione e dalla sofferenza. Forse perché sono nata nel pieno della guerra tra Iran e Iraq, e sono cresciuta circondata da immagini in bianco e nero di giovani uomini al fronte. O forse perché io e i miei cugini disegnavamo carri armati, fucili e corpi insanguinati come se fosse la cosa più normale del mondo. Forse perché le strade, spesso, sembravano veri e propri scenari di guerra. O forse per gli sermoni televisivi senza fine, i racconti di vittorie divine, le fotografie dei martiri incorniciate come santi. Quelle immagini confondevano i confini tra verità e finzione, lasciandomi la sensazione che ciò che vedevo non fosse mai tutta la storia.

Non ho mai saputo fino a che punto la mia identità avrebbe influenzato il mio lavoro. La mia vita nella fotografia è iniziata ufficialmente a ventun anni, a New Orleans, dove ero arrivata come volontaria dopo l’uragano Katrina. All’epoca avevo idealizzato il mio futuro: immaginavo una vita da operatrice umanitaria nei luoghi colpiti da disastri. Allo stesso tempo portavo con me una piccola Canon Rebel, entusiasta all’idea di poter raccontare attraverso le immagini. Fu in quel periodo che scoprii il lavoro di fotogiornalisti come Don McCullin, Stanley Greene e Susan Meiselas — persone che avevano documentato conflitti e la quotidianità delle comunità segnate dalla violenza. Il film War Photographer, su James Nachtwey, mi mostrò la disciplina e la responsabilità che stanno dietro al raccontare la storia. Capì allora che una vita dedicata a testimoniare il mondo era possibile.

Mentre aiutavo a ricostruire le case delle famiglie che avevano perso tutto, mi trovai di fronte a una devastazione che andava ben oltre i titoli dei giornali: una madre in lacrime dopo essere stata truffata da un appaltatore, cantieri abbandonati a metà, giovani uomini distrutti dalla dipendenza dopo essere stati sradicati dalle loro comunità. Cominciai a intravedere i limiti del lavoro umanitario — la cattiva gestione dei fondi, la burocrazia, la lentezza che spesso impediva di raggiungere chi aveva più bisogno.

Iniziai così a fotografare le comunità in cui facevo volontariato, attratta dalle storie che mi circondavano. La macchina fotografica mi diede un senso di urgenza e di scopo: un modo per testimoniare e raccontare vite dimenticate. Attraverso la fotografia, sentii per la prima volta un legame, un senso di appartenenza — come se l’atto stesso del vedere mi restituisse un posto nel mondo.

Oggi capisco che in realtà stavo cercando un modo per muovermi nel mondo alle mie condizioni. La fotografia mi ha permesso di guardare il mondo attraverso il mio sguardo, di interrogarmi su di esso, di entrarci in dialogo, di trovarvi un senso. La fotografia è casa, in un modo che né l’Iran né il Canada potranno mai esserlo.

Sono tornata a New Orleans più volte, tra il 2008 e il 2014. Quei viaggi mi hanno dato lo spazio per costruire il mio primo progetto e cominciare a sviluppare un linguaggio visivo personale, fondato sull’empatia, l’integrità e la ricerca della verità. Quell’esperienza iniziale ha segnato l’inizio della mia carriera, ma anche il modo in cui vedo, entro in relazione e cerco di dare un senso al mondo.

Il dolore e la memoria ricorrono come temi centrali nella tua fotografia. Lavorando come donna sia all’interno dell’Iran che all’estero, quali sfide o prospettive uniche hanno plasmato il tuo approccio a questi temi?

Ho avuto un’infanzia triste e strana in Iran, dove la scuola sembrava meno un luogo di conoscenza e più un’istituzione di addestramento all’obbedienza. A casa c’erano momenti di innocenza, ma anche un forte peso di sottomissione patriarcale e controllo religioso. Con l’inasprirsi del regime, la religione divenne uno strumento di repressione. Gli uomini della mia vita si fecero più devoti e autoritari, mentre le donne si ritiravano sempre di più, nascondendosi dietro le mura domestiche o sotto abiti neri e colori spenti quando erano in pubblico. Sono cresciuta nel lutto di una libertà che in Iran non ho mai conosciuto.

Il controllo, la cancellazione e il dolore sono diventati la lente attraverso cui ho imparato a leggere il mondo: ciò che viene strappato via con violenza, ciò che viene negato, e il modo in cui le persone resistono e cercano significato all’interno di un sistema oppressivo.
La vita in Iran è piena di contraddizioni -gioia e vergogna, espressione e repressione, sempre intrecciate. Col tempo, queste tensioni lasciano un segno, sia a livello individuale che collettivo: un lutto che aleggia per ciò che è andato perduto e per ciò che avrebbe potuto essere. Eppure, al lutto si accompagna anche un rifiuto: è proprio da lì che nasce la resistenza. Le persone continuano a reclamare il proprio futuro, a costruire qualcosa di nuovo nonostante la fatica e il dolore.

In Iran, la resistenza assume molte forme- ragazze in costumi colorati che mostrano braccia e gambe sulla spiaggia, qualcuno che porta a spasso il cane per strada, o un gesto d’affetto scambiato in pubblico. Trovo gli iraniani profondamente ispiranti per la loro ostinazione a non arrendersi, anche di fronte a ostacoli schiaccianti,  per il modo in cui si muovono nello spazio pubblico e privato, scelgono di farsi vedere, di riprendersi l’autonomia in luoghi progettati per sopprimerla. Portano sulle spalle tutto il peso di ciò che significa vivere in Iran oggi.

Lo sradicamento e l’appartenenza sono temi chiave nel tuo lavoro. Come si è evoluta la tua idea di “casa” attraverso il processo di creazione di questo progetto?

Quando sono tornata a vivere in Iran, desideravo con tutta me stessa fare di Teheran la mia casa definitiva. Per la prima volta dopo anni trascorsi a spostarmi da un luogo all’altro nel mondo, ho comprato dei mobili e ho iniziato a decorare il mio appartamento.
Ma ogni tentativo di stabilirmi, di costruire una parvenza di stabilità, veniva interrotto bruscamente: omicidi politici, blackout di internet, amici costretti a fuggire dal Paese, e una paranoia crescente attorno al mio lavoro.

Nel 2022 ho cominciato ad avere incubi ricorrenti in cui venivo inseguita dalle forze di sicurezza per le strade. Ho smesso di prendermi cura del piccolo giardino dietro casa. Mi dicevo: non voglio mettere tutta questa energia per renderlo bello solo per vedermelo portare via. Se lo lascio morire, farà meno male.
Eppure non voglio dipingere l’Iran come un luogo oscuro o disperato, perché anche nella sofferenza c’è ancora tanta gioia e speranza: momenti di solidarietà, resistenza e amore che mi hanno sostenuta, e che continuo a portare con me ovunque. Gli iraniani continuano a lottare, a forzare porte che fino a pochi anni fa sembravano impossibili anche solo da sfiorare. Ma è una speranza faticosa, che pesa, una speranza che porta sempre con sé l’ombra del lutto per ciò che è stato perduto.

Col tempo ho accettato che questo stato di “mezzo”, di sospensione, è permanente – ed è parte di ciò che sono. Ho fatto pace con questa consapevolezza. Non mi aspetto più di sentirmi completamente radicata da nessuna parte. Ho imparato a trovare un senso di appartenenza nel movimento, nelle persone, e nel lavoro che mi tiene legata a entrambi i mondi.

Hai parlato della tua scelta di rimanere non sposata e senza figli come di un atto di ribellione e una ricerca di libertà. In che modo questa scelta personale modella la tua visione della femminilità e come si riflette nella tua fotografia?

Ho scelto di non avere figli e di non sposarmi giovane per essere libera. Sono nata in una famiglia segnata dai matrimoni precoci: entrambe le mie nonne si sono sposate a tredici anni, mia madre a quindici. Sono cresciuta vedendo le mie cugine passare dalle case dei padri a quelle dei mariti, senza avere mai la possibilità di vivere per se stesse. In Canada, osservavo le persone intorno a me correre verso matrimoni e figli prima ancora di capire chi fossero davvero. L’idea di essere legata legalmente a un uomo e di costruire una vita fatta di routine e aspettative mi dava un senso di soffocamento.

Gran parte della mia infanzia è stata una forma di ribellione, di resistenza contro le tradizioni e le imposizioni religiose che limitavano la libertà delle donne che mi circondavano. A ventun anni ho fatto un voto a me stessa- non restare mai in una situazione in cui non volessi essere e non costruire mai una vita dalla quale non potessi andarmene.

Quella ribellione ha plasmato la persona e la fotografa che sono diventata. Il mio lavoro ruota spesso attorno a donne che vivono la stessa silenziosa forma di resistenza, che riescono a ritagliarsi piccoli spazi di libertà all’interno di sistemi pensati per contenerle. Il desiderio di libertà-  la mia e la loro- continua a guidare tutto ciò che faccio. Non è un caso, dopotutto, che il mio cognome, Azadi, in persiano significhi libertà: porta in sé l’essenza stessa che alimenta la mia vita e il mio lavoro.

Quando sei tornata in Iran, c’è stato un incontro o una fotografia in particolare che ha messo in discussione le tue aspettative o ha cambiato la tua prospettiva?

Riguardando oggi le fotografie di “Ordinary Grief”, riconosco la cura che ha sostenuto le persone in condizioni impossibili: la cura tra amici, la cura per la terra, per la lingua, per la sicurezza e la dignità degli altri. Erano molto più che gesti personali- erano atti politici, forme di resistenza silenziose e intenzionali, dentro un sistema costruito per isolare, reprimere e cancellare.

Documentare quella forma di cura così potente mi ha aiutata a elaborare il mio stesso dolore, costringendomi ad affrontare la sofferenza direttamente e mostrandomi come la vera forza spesso nasca dalla connessione. La fotografia è diventata un modo per testimoniare non solo ciò che è andato perduto, ma anche ciò che è riuscito a resistere.

Così la mia pratica ha preso forma come in uno specchio collettivo: un promemoria che, anche nelle condizioni più repressive, la tenerezza sopravvive attraverso piccoli gesti silenziosi che tengono unite le comunità nella sfida. Sopravvivere, in sé, può essere la forma più radicale di guarigione.

Presentando il tuo lavoro a pubblici internazionali, c’è stata una reazione – critica o di sostegno – che ti ha portato a guardare al tuo progetto in maniera diversa?

La mia intenzione è sempre stata quella di mostrare “Ordinary Grief ” negli stati del Sud degli Stati Uniti, dove l’Iran è spesso percepito attraverso stereotipi e una conoscenza molto limitata. Il Paese appare quasi sempre nelle notizie attraverso immagini e racconti di guerra, sanzioni e repressione. Indubbiamente questi aspetti fanno parte della vita quotidiana, ma gli iraniani vivono anche esistenze piene, plasmate da sogni, desideri e relazioni di cura reciproca — una realtà che raramente viene mostrata.

Nel 2023 ho avuto l’opportunità di presentare una mostra personale all’American Centre for Photographers in North Carolina, curata da Jérôme De Perlinghi. È stato molto significativo poter condividere il lavoro di persona e raccontare direttamente al pubblico le storie dietro le immagini. Molti hanno detto che era la prima volta che vedevano la vita quotidiana in Iran: l’affetto tra amici, la stanchezza delle madri sole, la quieta ostinazione di chi costruisce una vita nonostante le difficoltà economiche, la tenerezza che resiste a tutto.

Fotografare l’ordinario offre alle persone un punto d’accesso immediato a un mondo che conoscono poco. Gran parte del mio lavoro si sviluppa in capitoli lunghi, spesso in solitudine per periodi prolungati, e con questo arriva anche il dubbio: se riuscirà davvero a comunicare, se saprà andare oltre il proprio contesto. La risposta ricevuta in North Carolina e in Europa mi ha mostrato perché questo lavoro conta, e come queste immagini riescano a parlare di temi universali come la connessione, la resistenza e la comune ricerca di libertà. Il pubblico è stato attratto da storie che si discostano dalle narrazioni orientaliste e riduttive, che ignorano la realtà quotidiana degli iraniani.

Ho avuto così la possibilità di condividere più a fondo le storie delle persone ritratte. Come quella di Zara, per esempio, che si è sposata giovanissima, a diciannove anni, per sfuggire a un padre autoritario. Suo marito però si è rivelato un tossicodipendente violento. Nonostante le pressioni della famiglia conservatrice a non divorziare, ha scelto di diventare una madre single forte e indipendente. Trascorre gran parte del tempo in casa e raramente esce — è il modo in cui la sua famiglia cerca di nascondere la “vergogna” agli occhi del mondo esterno. Io invece, in lei, ho visto qualcosa di completamente diverso: una tenacia ammirevole e un coraggio profondo, capace di resistere a ogni regola e aspettativa sociale.

Hai spesso riconosciuto il ruolo dei mentori nella tua transizione dal fotogiornalismo al racconto visivo personale. C’è un consiglio che ha influenzato in modo particolare il tuo approccio?

Viaggiare e lavorare possono essere esperienze profondamente solitarie. Gran parte del nostro mestiere, come fotogiornalisti, si svolge in solitudine. Per questo considero colleghi e mentori non solo fonti di ispirazione creativa, ma anche veri e propri pilastri di sostegno. Mi sento incredibilmente fortunata a conoscerli: offrono prospettive nuove e mi aiutano a riflettere sui vuoti e sulle zone d’ombra del mio lavoro.

All’inizio della mia carriera, una mentore mi disse di proteggere il mio benessere — di prendermi una pausa ogni sei mesi per nutrirmi, per prendermi cura della mia salute mentale e fisica, perché sono le fondamenta che avrebbero sostenuto tutto il resto. Non sono mai stata brava a seguire quel consiglio, ma sto imparando. Per anni non c’è stata alcuna distinzione tra la mia vita e il mio lavoro: ero completamente assorbita da incarichi, progetti, dalla necessità stessa di sopravvivere, e questo mi rendeva inaffidabile nella mia vita personale.

Quando sono tornata a vivere in Iran, ho dovuto adattarmi a un modo diverso di stare al mondo. Gli iraniani tendono a dedicare più tempo agli amici e alla famiglia. Le amicizie sono più affettuose, le persone più legate le une alle altre. Questo mi ha costretta a rallentare, a non sentire più l’urgenza costante di dover essere sempre produttiva. Le mie settimane ora si riempiono di feste improvvisate in casa, gite, picnic, escursioni in montagna e passeggiate senza meta per la città insieme agli amici.

Hai sottolineato l’uso del colore, della luce e della composizione per contrastare le rappresentazioni prevalentemente in bianco e nero dell’Iran nei media occidentali. In che modo queste scelte visive ti permettono di spostare la narrazione?

Uso il colore, la luce e la composizione per restituire la vera essenza dell’Iran: il calore della luce del tardo pomeriggio a Teheran, i toni dorati del deserto intorno a Kashan, i verdi intensi del Mazandaran, l’azzurro pallido della neve sulle montagne dell’Alborz. Dalla Rivoluzione del 1979, l’Iran è stato spesso rappresentato in bianco e nero – come un luogo definito dalla crisi, dalla repressione e dalla teocrazia. Lavorare a colori significa opporsi a questa visione dominante, perché le immagini monocrome tendono a comprimere e semplificare la gamma emotiva della vita nel Paese.

Cerco anche di evitare immagini che alimentino cliché sull’Iran. Senza una sequenza attenta, fotografie di donne con l’hijab, uomini in preghiera o folle in protesta rischiano di essere lette attraverso lo sguardo riduttivo che l’Occidente spesso applica alla regione. Queste immagini possono essere facilmente fraintese o impoverite, private della complessità del quotidiano. Per me, la sfida è lavorare con il colore, la luce e la sequenza in modo da resistere a quelle letture semplicistiche, restando però fedele a ciò che ho visto e a ciò che abbiamo vissuto.

Più recentemente ti sei avvicinata anche al cinema, al suono e al testo accanto alla fotografia. Puoi condividere un esempio di come questi linguaggi ti abbiano permesso di esprimere qualcosa che una singola immagine non avrebbe potuto trasmettere?

Lavorare come fotogiornalista in Iran significa imparare a muoversi con cautela all’interno di sistemi progettati per spezzarti. La vita quotidiana è costellata da interruzioni violente, che rendono sempre più difficile documentare ciò che accade nello spazio pubblico. Ogni nuova crisi accentua l’instabilità, costringendo i giornalisti ad adattarsi e a trovare nuovi modi per continuare a lavorare sotto censura costante.

Durante le ultime proteste scoppiate nel Paese, la vita quotidiana si é fatta più difficile. È diventato un tempo per restare uniti, per esprimere solidarietà con chi rischiava tutto scendendo in strada. Amici sono stati arrestati, colleghi imprigionati, e le notizie di morti sono tornate con una frequenza spaventosa.

Spinta dal dolore, ho iniziato a fotografare i video di disordini politici trovati online, direttamente dallo schermo del mio computer, usando una fotocamera Instax. Trasformare file digitali effimeri in oggetti fisici è diventato per me un modo per dare consistenza alla memoria. Questo processo nasce dagli anni trascorsi in Iran, dove portavo sempre con me una Fujifilm Instax. Scattavo e regalavo foto istantanee agli sconosciuti che mi accoglievano nelle loro case e accettavano di essere fotografati. Chiamavo queste immagini yadegari “qualcosa che resti di me”  un ricordo, un piccolo dono di gratitudine. Le offrivo senza lasciare contatti, per proteggere me stessa e chi ritraevano. Quelle foto erano al tempo stesso regali e testimonianze.

Diversamente dal mio solito approccio, fatto di immagini ad alta risoluzione e di composizioni studiate, queste fotografie erano imperfette- eppure anch’esse parte della storia. Trasformando frammenti digitali in stampe fisiche, creavo immagini che potevano essere toccate, non cancellate né censurate. Portavano con sé la crudezza di quei giorni: il terrore indicibile e la violenza che li hanno segnati.

In collaborazione con il compositore e artista sonoro José Bautista, il progetto si è evoluto in un film che ha sviluppato un linguaggio visivo e sonoro capace di restituire la quasi impossibilità di fotografare in pubblico. È diventato uno spazio in cui foto istantanee, video d’archivio, testimonianze sonore e poesia si intrecciano per raccontare il costo della libertà – la violenza nelle strade e i cambiamenti silenziosi dentro le persone. Il film ha dato vita alle foto: ne ha portato il respiro e le urla, le crepe nelle voci, i silenzi sospesi tra le parole, e quel tremore che rimane nell’aria molto dopo che tutto è accaduto.*

*Il progetto ha avuto la sua anteprima al festival Cortona On The Move, in Italia nell’edizione 2025. 

Silvia Dona’

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