Patcha Kitchaicharoen è una fotografa thailandese specializzata in food photography e still life, oggi con base a Los Angeles. Nel tempo ha costruito un linguaggio visivo molto personale, in cui il cibo diventa un mezzo per raccontare identità, memorie, cultura e legami emotivi. Nata e cresciuta a Bangkok, ha studiato communication design alla Silapakorn University, sperimentando generi diversi prima di trovare davvero la propria direzione. Dopo oltre dieci anni di lavoro come freelance in Thailandia, si è trasferita a New York per frequentare l’International Centre of Photography. Proprio lì, una tesi intima e profondamente legata alla sua storia familiare l’ha portata ad abbracciare definitivamente la fotografia di still life e di food.
“Studiare all’ICP mi ha cambiato lo sguardo: non vedo più il cibo solo come qualcosa da mangiare, ma come un’occasione per creare immagini che raccontino storie e suscitino emozioni”, racconta.


Per Patcha, lo storytelling è il cuore del suo lavoro. “La food photograhy non è solo estetica: significa onorare il percorso che ha portato quel piatto fino a noi. È diventata una forma di narrazione culturale.”
Guardando le sue immagini e parlando con lei, ci si accorge che la food photography va ben oltre l’idea di “foto belle da vedere”. Il cibo diventa un linguaggio simbolico: ingredienti e preparazioni custodiscono storie individuali e memorie condivise. Alcune sue fotografie assomigliano a piccoli frammenti etnografici, capaci di mostrare come gesti, rituali e abitudini alimentari raccontino l’identità di una comunità.
Il suo lavoro cattura l’anima del cibo. Attraverso composizioni ricercate, colori intensi e una luce sempre studiata, Patcha crea immagini che invitano quasi a sentire l’odore, il sapore, la temperatura dei piatti che fotografa.
Il trasferimento a Los Angeles ha comportato nuove sfide, come la necessità di ricostruire da zero una rete creativa in un paese sconosciuto, senza però tradire la sensibilità artigianale che caratterizza il suo stile. Patcha, del resto, non è nuova alla determinazione: in Thailandia era riuscita a farsi spazio in un ambiente professionale prevalentemente maschile. Oggi, negli Stati Uniti, continua a definire la propria voce, guidata da un occhio attento, una grande cura per la composizione e un amore profondo per il cibo.
Le sue immagini ricordano che fotografare il cibo non significa solo renderlo appetitoso. Significa raccontare una storia, un gesto, una cultura. Significa far emergere il lavoro invisibile, le emozioni e la cura che danno vita a ogni piatto.


Come è iniziato il tuo percorso nella fotografia?
È iniziato tutto mentre studiavo communication design a Bangkok. Usavo la fotografia in continuazione nei miei progetti di grafica e pubblicità, finché è diventata quasi un’ossessione: mi sono resa conto che le immagini riuscivano a creare emozioni e narrazioni in un modo che il design, da solo, non poteva fare. Volevo approfondire davvero questo linguaggio, così sono partita per l’ICP di New York.
All’ICP ho capito che la fotografia poteva aiutarmi a dare senso alla vita di tutti i giorni: i mercati, i pasti in famiglia, i piccoli rituali attorno alla tavola. Ho scoperto che potevo intrecciare tecnica e memoria; il cibo non era solo un soggetto, ma un linguaggio che conoscevo intimamente. Da lì è stato naturale dedicarmi completamente alla food photography e di still life.
In che modo le tue origini thailandesi hanno influenzato il tuo stile nella food photography e di still life?
Il mio stile nasce dal modo di vivere dei thailandesi: rilassato, adattabile e capace di rendere semplicemente belli gli oggetti e i gesti quotidiani. La Thailandia è visivamente audace: colori vivaci, vernice scrostata, condimenti impilati sui tavoli dello street food e io cerco di portare tutta quell’energia nelle mie immagini. Non cerco la perfezione, piuttosto, metto in risalto quei dettagli comuni che spesso passano inosservati, perché sono proprio quelli a raccontare la vita reale, non una scena costruita.

Hai affermato che per te “la fotografia di cibo non riguarda solo l’estetica, ma anche il rendere omaggio al percorso che dà vita a ogni piatto”. Come riesci a bilanciare l’aspetto visivo con il desiderio di raccontare storie culturali ed emotive attraverso le tue immagini?
Non forzo l’emozione né aggiungo falsi “segni di fatica” per far sembrare reale una foto. Cerco invece qualcosa di ordinario e lo faccio brillare. Per esempio, quando fotografo lo street food thailandese, non sostituisco la tovaglia di plastica economica con un oggetto alla moda. Cerco la versione più bella della realtà: la tovaglia verde traslucida con i segni del nastro o i graffi, perché quell’oggetto porta già con sé la storia della cultura.
Il mio racconto nasce dalla scelta di dettagli autentici e dal lasciare che il soggetto parli da sé, senza decorare il momento.

Quale ruolo pensi che abbia la food photography nel modo in cui le persone comprendono e apprezzano culture diverse?
Il cibo è uno dei quattro bisogni fondamentali dell’essere umano, la cosa più vicina alla vita per ogni creatura su questo pianeta. Per questo motivo, la food photography raramente riguarda solo il piatto in sé. Il cibo può rappresentare uno stile di vita o una nazione; speranza o disperazione; fame o eccesso. Tocca ogni contesto. Quando le persone vedono il cibo, si relazionano immediatamente ad esso, sia emotivamente sia culturalmente.
Quindi, quando fotografo il cibo, non mostro solo ciò che mangiamo. Racconto il mondo che lo circonda: come gli ingredienti vengono raccolti, cucinati, venduti e condivisi. La food photograhy diventa così una forma di narrazione culturale: osservando un piatto, si può capire chi sono le persone e come vivono.
La fotografia è spesso considerata un linguaggio universale, capace di superare culture e confini. Secondo te, lo è anche il cibo?
Sì, il piacere di guardare e di mangiare è universale. Ma il significato è personale. Un piatto può rappresentare conforto per qualcuno e scoperta per un altro.
Come nella fotografia, alcune persone provano un’emozione profonda di fronte a un’immagine, mentre altre non sentono nulla. La connessione emotiva dipende dai ricordi e dalle esperienze del singolo spettatore. Cibo e fotografia non impongono un’interpretazione unica: invitano semplicemente a interpretare.



In che modo il tuo rapporto personale con il cibo – comprese le memorie d’infanzia o legate alla cucina di famiglia – influenza le emozioni che vuoi evocare o il modo in cui componi le tue immagini?
Il cibo ha smesso di essere “solo cibo” quando ho realizzato che, nel ricordare un piatto, non ricordo prima di tutto il sapore, ma chi era con me e cosa accadeva attorno al tavolo. Il cibo porta con sé un contesto emotivo, un pasto può trasmettere calore, dolore, tensione o festa. Il tavolo da pranzo è il luogo dove le storie prendono forma.
Nella mia fotografia non cerco di rendere il cibo perfetto, ma di farlo “sentire”. Per questo inserisco piccoli gesti nell’inquadratura: un cucchiaio sospeso a metà movimento, una mano che si protende, una lettera d’amore accanto al piatto. Questi dettagli suggeriscono la storia invisibile che precede o segue la foto. La tecnica è importante, ma l’emozione è la base di tutto.


Come fotografa asiatica che lavora negli Stati Uniti, noti differenze tra l’approccio asiatico e quello occidentale alla rappresentazione del cibo? E come queste diverse sensibilita’ influenzano il tuo modo di raccontare visivamente una pietanza?
Penso che dipenda meno dalla geografia e più dall’intento culturale. Le diverse culture hanno modi diversi di relazionarsi con il cibo: alcune privilegiano il minimalismo, altre la condivisione e l’abbondanza.
Perciò non lo dividerei in “cibo asiatico vs. occidentale”. Io osservo piuttosto cosa il cibo significa per chi lo prepara. Invece di imporre uno stile visivo al piatto, lascio che sia il piatto stesso a suggerirmi come vuole essere visto.
Qual è l’attrezzatura più importante che utilizzi per fotografare il cibo, e perché?
Il mio treppiede.
Amo muovere gli elementi lentamente, millimetro per millimetro. Un’inquadratura stabile mi permette di perfezionare la composizione con precisione: definisce la mia estetica e mi aiuta a trovare l’equilibrio.


Quando lavori a un progetto, chi si occupa della composizione del piatto e dell’allestimento del set? E nel caso in cui la preparazione del piatto nasca dalla mano di uno chef, in che modo la sua visione estetica o culinaria influisce sull’immagine finale?
È sempre un lavoro collaborativo. Lo chef o lo stylist prepara il piatto, io invece lavoro su luce, composizione, palette e atmosfera. Prima dello scatto ci confrontiamo sul “carattere” del piatto, così che l’immagine finale rispecchi l’intenzione dello stylist e non solo la mia visione.
Qual è, secondo te, l’idea più comune e al tempo stesso sbagliata che le persone hanno sul lavoro di food photography?
La gente pensa che, dopo lo shooting, possiamo mangiare tutto ciò che fotografiamo. Non è così: lo styling del cibo punta all’aspetto, non al gusto. Ci sono spray di olio, pinzette, spilli, colle e altri trucchi per far stare il cibo sotto le luci. Nella maggior parte dei casi, il cibo non è nemmeno commestibile!
Ci sono tendenze o movimenti culinari emergenti che ti piacerebbe esplorare attraverso la fotografia?
Ho lavorato su tutto lo spettro: grandi shooting commerciali, piccolissimi servizi di street food con solo due persone e un riflettore. Ora voglio dedicarmi a progetti più significativi, dal taglio documentaristico, come Arma, un libro di cucina dove si intrecciano cucine vere, persone reali e storie autentiche.



Che consiglio daresti ai fotografi che cercano di sviluppare uno stile personale e riconoscibile?
Bisogna essere persone che sanno osservare i piccoli dettagli. La grande food photography nasce dall’osservazione: ciò che gli altri trascurano diventa la tua ispirazione. Allo stesso tempo, studia il cibo stesso: conosci gli ingredienti, la cultura e la storia. La tecnica è importante, ma conoscere l’anima del piatto guida le tue scelte più di qualsiasi tendenza.
Dove trovi ispirazione, e quali artisti o fotografi hanno maggiormente influenzato il tuo lavoro?
Non ho un idolo unico. Lavorare nella fotografia commerciale significa che i brief e le tendenze cambiano continuamente. Trovo ispirazione dall’esposizione costante a ciò che mi circonda: Instagram, libri di cucina, archivi online, la vita di tutti i giorni. Vedere lavori diversi regolarmente mi stimola più che seguire un’unica influenza.
Silvia Donà