Lanterne Magiche: la collezione Valerio De Paolis al Museo Bilotti

Per la prima volta la raccolta fotografica del produttore BiM in mostra a Roma: Araki, Modotti, Weston e un’idea di sguardo tra cinema e fotografia.

A un certo punto, ogni collezione è chiamata a uscire dalla biografia di chi l’ha costruita. Succede quando le immagini smettono di essere presenze familiari e iniziano a rivolgersi a qualcun altro. Venerdì 13 febbraio 2026, al Museo Carlo Bilotti, questo passaggio si è compiuto con l’inaugurazione di Lanterne magiche. Fotografie dalla collezione Valerio De Paolis, aperta al pubblico dal giorno successivo. Non è soltanto l’apertura di una mostra, ma la trasformazione di uno sguardo privato in fatto culturale.

A dirlo con chiarezza è Federica Pirani, Direttrice della Direzione Patrimonio artistico delle Ville storiche della Sovrintendenza Capitolina, che richiama il pensiero di Walter Benjamin e lo riporta dentro la mostra: «Il collezionista si innamora dell’oggetto, lo insegue, lo sfiora, lo tocca. Ma questo amore non è mai soltanto possessivo: a un certo punto deve essere condiviso», e aggiunge «l’indole passionale di Valerio De Paolis incarna perfettamente questa idea. Anche lui, vedendo le opere riunite qui, si è stupito: l’insieme restituisce una dimensione nuova, pubblica».

La parola chiave è insieme. Perché l’allestimento non è neutro: produce senso.
La curatela di Alessandra Mauro e Roberto Koch con Suleima Autore parte da una genealogia dello sguardo. Il titolo guarda a Ingmar Bergman e a quell’idea di immagine come apparizione: «la lanterna magica è l’antenato del cinema e della fotografia», spiega Alessandra Mauro «è la meraviglia dell’immagine che accade e costruisce una realtà diversa. Mi sembrava il punto di partenza perfetto per una raccolta messa insieme da un uomo che nella sua vita ha sempre dovuto guardare e scegliere».

Guardare e scegliere: due verbi che raccontano anche la traiettoria professionale di Valerio De Paolis. Prima la scoperta e la passione per la fotografia, osservando uno zio alle prese con una Rolleiflex; poi, a diciotto anni, il cinema. I set, la produzione, la distribuzione. Con la nascita di BiM Distribuzione diventa uno dei principali artefici della circolazione del cinema d’autore internazionale in Italia. Un lavoro di responsabilità culturale prima ancora che industriale. Non sorprende allora che la mostra funzioni come un montaggio.

Il percorso si apre con la figura accovacciata su un tombino in una strada di Tokyo: la donna di Nobuyoshi Araki. È un inizio che mescola seduzione e inquietudine. Da lì prende forma un dialogo tra visioni maschili e femminili: il nudo provocatorio di Ren Hang, l’evanescenza di Sebastiaan Bremer, la stratificazione di Mariella Bettineschi, l’identità riflessa di Valérie Belin. La serie continua con Tracey Emin, con le gambe urbane di Simone Mussat Sartor, con il volto grave di Shirin Neshat e lo sguardo potente della bambina col pallone di Letizia Battaglia.

Sull’ultima parete, come in una quadreria, i grandi nomi si rincorrono: Man Ray, Dora Maar, Cindy Sherman, Francesca Woodman, e tra queste immagini ce n’è una che, più di altre, racconta il cuore della collezione: il nudo di Tina Modotti fotografato da Edward Weston, l’opera che De Paolis indica come la sua preferita.

«A me piacciono le cose belle nella vita», dice De Paolis «la cravatta, la donna, l’oggetto immobile, il palazzo. Tutto quello che sento fortemente attraente». È una dichiarazione semplice, ma dentro quella semplicità c’è una chiave di lettura: la bellezza come attrazione immediata, come risposta istintiva dello sguardo prima ancora dell’analisi.

Se il primo nucleo riguarda il corpo, il secondo allarga la prospettiva. La panchina di Simone Mussat Sartor, un mosaico di centro scatti, diventa luogo di attesa e riflessione. Le immagini delle donne algerine rielaborate da Marta Fabregas Aragall delimitano insieme spazio e tempo. La nave monumentale di Luca Campigotto riempie lo sguardo come una balena arenata. Le vedute di Vera Lutter confondono positivo e negativo, mentre il paesaggio cinematografico di Mario Schifano dedicato a Jean-Luc Godard chiude il percorso con un cielo stellato che sembra un set.

Seguendo i solchi dell’aratro nelle campagne di Mario Giacomelli, idealmente si arriva a Tresigallo, in provincia di Ferrara. È qui che, nello scatto con la scritta Sogni tratto dalla serie Arquitectonica, Gianluca Pollini offre una delle immagini più intensamente luminose dell’intero percorso. Il blu del cielo è così saturo, così pieno, da catturare lo sguardo prima di ogni altra cosa. È un blu che non descrive soltanto: attrae. La parola Sogni incisa sulla facciata sembra sospesa e l’immagine funziona proprio per questa immediatezza. Non chiede di essere spiegata: colpisce. È un esempio di quella bellezza che De Paolis rivendica, una bellezza che si impone allo sguardo come un’evidenza.

I fotografi, in fondo, sono misuratori di spazi. Lo dimostra l’Atlante di Luigi Ghirri, mappa in cui perdersi e ritrovarsi, o il Mediterraneo stratificato di Mimmo Jodice. Lo spazio può essere piscina, deserto, muro urbano, santuario, sogno. In fondo, però, tutto torna alla scelta:
«tra l’immagine cinema e l’immagine fotografia c’è una somiglianza. Ma c’è una grande differenza: il cinema ha bisogno di qualche secondo per raccontarti una cosa, mentre la fotografia è un colpo di fulmine». E il colpo di fulmine è ciò che decide. È lo stesso movimento che attraversa l’intera collezione: l’istante in cui un’immagine si impone, attrae, resta. «Non mi è mai venuto di comprare una foto cruenta. Sono immagini fondamentali, ma raccontano il dolore. Io non sono attratto da quello». Resta l’attesa del pubblico. «Se le fotografie piacciono, la condivisione mi dà una felicità enorme. Se non piacciono, resto deluso. Ma spero davvero che parlino a tutti».

È qui che la lanterna torna a funzionare: quando la luce non appartiene più a chi la possiede, ma a chi guarda e decide, in un istante, se lasciarsi attrarre.

Federico Emmi


Informazioni utili

Luogo
Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Date
14 febbraio – 6 settembre 2026

Orari
Martedì–venerdì: 10.00 – 16.00
Sabato–domenica: 10.00 – 19.00
Ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura

Chiusura
Lunedì e 1° maggio

Biglietti
Museo: intero € 7,50 | ridotto € 6,00
Cumulativo (Museo Carlo Bilotti + Museo Pietro Canonica): intero € 11,00 | ridotto € 7,50

Prevendita online, call center 060608 o in biglietteria (commissione € 1,00).

Ingresso gratuito
Residenti a Roma e Città Metropolitana (con documento), possessori MIC card e categorie previste dalla tariffazione vigente.

Info
www.museocarlobilotti.it