Piyavit Thongsa-Ard, conosciuto anche come Tan, è un fotografo documentarista thailandese nato e cresciuto a Bangkok. Si è avvicinato alla fotografia per il desiderio di viaggiare, non perché avesse deciso di farne un mestiere. Suo padre era un poliziotto e scegliere di vivere viaggiando significava anche allontanarsi da alcune delle aspettative che la famiglia aveva nei suoi confronti.
Negli anni Novanta, Tan ha viaggiato lungo i confini tra Thailandia, Myanmar, Laos e Cambogia, incontrando comunità etniche segnate dai conflitti e dalle migrazioni forzate. Durante uno di quei viaggi, a Kanchanaburi, vide alcuni profughi Mon attraversare il confine con la Thailandia dopo essere fuggiti dagli attacchi dell’esercito birmano. Aveva con sé una macchina fotografica e cominciò a fotografare quello che stava accadendo. Quelle immagini furono poi pubblicate e, senza che lui lo avesse mai davvero pianificato, fu da lì che cominciò il suo percorso nel fotogiornalismo.


Da allora, il suo lavoro lo ha riportato più volte nelle regioni di confine del Sud-est asiatico e, negli ultimi anni, lungo il Mekong. Sono luoghi che ha imparato a conoscere tornandoci, trascorrendovi del tempo e ascoltando le persone la cui vita è legata a quei territori.
Nel suo lavoro più recente si è concentrato sui cambiamenti che stanno interessando il fiume e le comunità che vivono lungo le sue sponde. Parlando con lui, mi ha colpito soprattutto quanto sia difficile rendere visibili questi cambiamenti. Avvengono lentamente e spesso non esiste un unico momento capace di rappresentarli o spiegarli.

Tan partiva spesso da un ricordo personale, per poi allargare il discorso alla storia e alla politica del luogo. Parlava con attenzione, senza avere fretta di arrivare a una conclusione. I molti anni trascorsi viaggiando nel Sud-est asiatico e tornando negli stessi luoghi gli hanno insegnato a diffidare delle spiegazioni semplici. Sa che essere testimoni di qualcosa non significa necessariamente averla compresa, e che un fotografo può leggere male un luogo se lo attraversa troppo in fretta o senza aver cercato di conoscerlo abbastanza.

Abbiamo parlato di ciò che una singola fotografia riesce a comunicare, di quello che resta fuori dall’inquadratura e dell’importanza del contesto in cui nasce un’immagine. Tan non chiede alla fotografia di fornire risposte definitive. Gli interessano di più le domande che può sollevare e i legami che riesce a mostrare: il modo in cui decisioni politiche ed economiche prese altrove entrano nella vita quotidiana di un pescatore, di una famiglia o di una piccola comunità lungo il fiume.
Quando hai cominciato a viaggiare, la fotografia non era ancora un mestiere. Che cosa è cambiato quando hai iniziato a portare con te una macchina fotografica?
All’inizio non avevo un progetto preciso, né pensavo di diventare fotografo. Viaggiavo semplicemente perché ero curioso e volevo vedere e capire qualcosa di più del mondo intorno a me.
Negli anni Novanta ho cominciato a viaggiare lungo i confini tra Thailandia, Myanmar, Laos e Cambogia. Erano luoghi segnati dalle migrazioni, dai conflitti armati, dagli sfollamenti e dai cambiamenti politici. Poco alla volta, il viaggio ha smesso di essere soltanto un modo per scoprire luoghi nuovi. Ho iniziato a portare con me una macchina fotografica: mi permetteva di avvicinarmi alle persone, imparare da quello che accadeva intorno a me e chiedermi perché certe cose stessero accadendo.
La fotografia è nata da lì, in modo naturale. Con il tempo è diventata il mio mestiere e il mezzo attraverso il quale potevo continuare a pormi quelle domande.

La tua prima esperienza lungo il confine tra Thailandia e Myanmar sembra aver cambiato il tuo modo di intendere la fotografia. Che cosa ti ha insegnato quel primo incontro con il conflitto e con le persone costrette a lasciare la propria terra?
Sono nato e cresciuto a Bangkok e, fino a quel momento, quasi tutto quello che sapevo sui conflitti e sulle comunità sfollate veniva dai notiziari televisivi. Quando sono arrivato al confine, ho incontrato quelle persone e ho visto le condizioni in cui vivevano e mi sono reso conto che la situazione era molto più complessa delle immagini che avevo visto fino ad allora.
Ho capito che fotografare un conflitto non poteva limitarsi ai suoi momenti più drammatici o violenti. Senza conoscere la storia, il contesto politico e la vita delle persone coinvolte, le mie fotografie rischiavano di essere poco più che immagini d’azione. Potevano mostrare che qualcosa era accaduto, ma non spiegarne le ragioni né raccontare quello che era successo in seguito.
Mi sono reso conto che, prima di fotografare, dovevo studiare. Dovevo chiedermi da dove venivano quelle persone, che cosa avevano vissuto, quali circostanze avevano segnato la loro vita e come vedevano la propria situazione.
La fotografia non può spiegare tutto, ma può portarci oltre l’evento immediato e aiutarci a capire meglio le persone coinvolte, la storia e la complessità di quello che vediamo.


Hai parlato dell’importanza di fermarsi abbastanza a lungo per capire una storia. Che cosa riesci a vedere, restando più tempo in un luogo, che una visita breve non ti permetterebbe di cogliere?
Quasi tutte le storie che mi interessano richiedono tempo, perché riguardano la vita delle persone, i conflitti, le migrazioni e i cambiamenti sociali o ambientali, le cui cause non sono sempre visibili nell’immediato.
Chi lavora per i giornali o per le agenzie spesso ha scadenze molto strette e deve raccontare quello che sta accadendo in un determinato momento. Anch’io ho lavorato molte volte in questo modo. Il lavoro indipendente, però, qualche volta mi ha permesso di restare anche dopo che l’evento era passato, oppure di tornare più volte nello stesso luogo.
Quando passi più tempo in un posto, cominci a capirlo in modo diverso. Poco alla volta le persone si sentono più a loro agio e si aprono. Conosci le loro storie personali e scopri che lo stesso evento può essere ricordato e raccontato in modi molto diversi, a seconda dell’esperienza e degli interessi di ciascuno, ma anche della posizione che occupa all’interno della comunità.
Queste differenze sono importanti. Mi obbligano a rallentare e a chiedermi che cosa stia realmente accadendo, da dove abbia avuto origine, chi ne subisca le conseguenze e che cosa non possa essere spiegato attraverso una sola immagine o un unico punto di vista.
Il tempo mi permette di accorgermi delle relazioni, delle contraddizioni, dei silenzi, della paura e della capacità di resistere. Mi aiuta anche a comprendere meglio le ragioni delle scelte delle persone. Restare più a lungo non serve a produrre un maggior numero di fotografie. Serve ad avere una comprensione più completa della storia e a raccontarla con maggiore attenzione e responsabilità.


In un panorama mediatico come quello di oggi, è ancora possibile seguire una storia così a lungo?
Credo che sia ancora possibile, anche se è diventato sempre più difficile portare avanti un lavoro del genere. Il problema non è del tutto nuovo, ma nell’ambiente digitale le pressioni si sono fatte più evidenti e più forti.
Un lavoro a lungo termine richiede tempo e denaro, e comporta delle responsabilità. Un fotografo può dover tornare molte volte nello stesso luogo, costruire rapporti, verificare le informazioni e capire il contesto prima di decidere come raccontare una storia. Gran parte del costo economico e personale di questo processo ricade sul fotografo.
Anche le redazioni devono fare i conti con budget ridotti, scadenze e poco spazio. Una storia che richiede mesi o anni di lavoro può finire per essere pubblicata in poche pagine o presentata molto brevemente online.
Per un fotografo indipendente esiste una tensione continua tra il desiderio di continuare a seguire una storia e la necessità di guadagnare abbastanza per poter lavorare. Le piattaforme digitali hanno aperto nuove possibilità di pubblicazione, ma hanno anche spinto verso un consumo sempre più rapido delle immagini e aumentato la richiesta di storie immediate, brevi e facili da capire.
Il lavoro a lungo termine resta necessario, soprattutto quando si affrontano argomenti complessi, ma i media tradizionali non possono più essere la sua unica forma di sostegno. I fotografi devono cercare anche finanziamenti, collaborazioni, piattaforme indipendenti e altre risorse che permettano loro di continuare a lavorare in modo responsabile.

Hai detto che per te è difficile fotografare la Thailandia perché senti di aver già “preso posizione”. Che cosa intendi?
Quando dico di aver già “preso posizione”, non intendo dire che voglio diventare il portavoce di un gruppo politico. Sono nato e cresciuto in Thailandia e, all’inizio della mia carriera, ho fotografato a lungo gli eventi del paese. Non posso avvicinarmi alla Thailandia come se la vedessi per la prima volta.
All’inizio seguivo quello che accadeva in Thailandia come fotografo di cronaca. Con il passare degli anni, ho cominciato a interessarmi di più alle ragioni di quegli eventi, a chi ne veniva colpito e alle strutture politiche o economiche che vi stavano dietro.
La Thailandia ha attraversato più volte colpi di Stato militari, violenza politica, disuguaglianze, corruzione, catastrofi naturali e altre crisi sociali. Molte di queste situazioni non sono episodi isolati, ma dinamiche che continuano a ripetersi. Una volta riconosciuti quei meccanismi e le loro conseguenze, diventa difficile, e forse anche disonesto, comportarsi come se non si sapesse nulla o non si provasse nulla di fronte a quello che accade.
Per me, “prendere posizione” significa riconoscere la responsabilità che ho nei confronti delle persone che subiscono le conseguenze del potere. Questo, però, non significa che possa essere meno preciso sui fatti o ignorare informazioni che contraddicono il mio punto di vista. Proprio perché il tema mi tocca da vicino, è ancora più importante mettere in discussione le mie idee, verificare quello che mi viene detto e non ridurre una situazione complessa a qualcosa che credo già di conoscere.
È una delle ragioni per cui trovo così difficile fotografare la Thailandia. È un paese che mi è molto vicino, sul piano personale e politico. La copertura internazionale torna spesso sugli stessi temi: colpi di Stato, proteste, prostituzione, corruzione, povertà o esotismo. Ma la Thailandia è molto più complessa di così.
Essere responsabili non vuol dire fingere di non avere una posizione. Significa essere onesti sul punto dal quale si guarda, restare aperti alle informazioni che mettono in discussione la propria lettura e cercare seriamente di rappresentare le persone e gli eventi nel modo più corretto e preciso possibile.


Nel 2005, un’alluvione ha distrutto il tuo archivio di negativi in bianco e nero. Che cosa ha significato per te quella perdita? Ha cambiato il tuo modo di pensare alle fotografie?
Non ha cambiato subito quello che pensavo delle possibilità della fotografia. Continuavo a considerarla un modo per comprendere le persone, gli eventi e le circostanze che vi stavano dietro. È cambiato, invece, il mio rapporto con la fotografia come oggetto fisico e con l’archivio, che ho scoperto essere molto più fragile di quanto avessi immaginato.
L’alluvione avvenne a Chiang Mai nel 2005. La mia casa si trovava nella zona di Kamphaeng Din e tutti i negativi in bianco e nero erano conservati al piano terra. Quando la casa si allagò, persi un archivio costruito nell’arco di quindici, forse diciotto anni.
Non fu soltanto una perdita professionale. L’archivio conservava la memoria dei luoghi e delle situazioni di cui ero stato testimone, ma raccontava anche la mia crescita come fotografo. Perderlo fu come perdere una parte della mia storia personale.
A volte penso che, se quei negativi si fossero salvati, forse avrei continuato a lavorare soprattutto in bianco e nero ancora per molto tempo. Tutto questo avvenne mentre la fotografia entrava nell’era digitale e il mercato professionale stava cambiando.
All’inizio reagii male. Smisi di fotografare per un periodo, perché non avevo idea di come ricostruire il lavoro né da dove ricominciare. In seguito, un fotografo più anziano che stimavo mi incoraggiò a guardare la situazione in modo diverso. Mi aiutò a capire che, anche se l’archivio materiale non esisteva più, l’esperienza, le conoscenze e le ragioni che avevano guidato quel lavoro non erano scomparse.
Quando tornai alla fotografia, dovetti adattarmi. Cominciai a lavorare in digitale e a usare più spesso il colore, non perché avessi rifiutato il bianco e nero, ma perché erano cambiati la tecnologia e il mondo professionale in cui lavoravo.
Quell’esperienza mi ha insegnato che le fotografie non si conservano da sole. Un archivio ha bisogno di protezione, ordine, copie e cure continue. L’immagine fisica conta, ma l’esperienza e lo sguardo di un fotografo non stanno interamente dentro un archivio.

In diversi momenti della tua vita ti sei allontanato dalla fotografia. Che cosa ti ha spinto ogni volta a tornare? E il tuo rapporto con la fotografia è cambiato?
La pausa più importante arrivò dopo l’alluvione del 2005, quando la perdita di gran parte del mio archivio mi fece dubitare seriamente di poter continuare. In altri momenti mi sono fermato perché era difficile sostenere, sul piano pratico, una vita e una carriera nella fotografia.
Alla fine sono tornato perché ho capito che la fotografia restava il modo più efficace che conoscevo per indagare la vita delle persone, le questioni sociali e le forze che le condizionano. Era il mestiere che conoscevo, ma soprattutto mi permetteva ancora di affrontare nel modo più diretto i temi che mi stavano a cuore.
Il mio rapporto con la fotografia è cambiato nel tempo. All’inizio era legato soprattutto al viaggio, alla curiosità e al desiderio di scoprire il mondo. Più avanti sono diventati più importanti la ricerca, il contesto, la responsabilità e le conseguenze che comporta rappresentare la vita degli altri.
Tornare dopo l’alluvione ha significato anche accettare che gli archivi sono fragili, che le tecnologie cambiano e che un fotografo deve continuare a imparare e ad adattarsi. Ho cominciato a preoccuparmi meno della fotografia come oggetto in sé e a prestare più attenzione al processo: al modo in cui lavoro, a quello che comprendo, a ciò che potrei aver frainteso e alla necessità di chiedermi se il racconto finale sia abbastanza preciso e rispettoso delle persone coinvolte.


Il tuo lavoro più recente lungo il Mekong si concentra su cambiamenti più lenti, anziché sulle forme più immediate di conflitto che fotografavi in passato. Che cosa ti ha portato in questa direzione?
Non considero il mio lavoro recente un vero allontanamento dal conflitto. È cambiata la forma del conflitto che cerco di capire.
All’inizio della mia carriera ero attratto da situazioni più visibili e immediate: i confini, i profughi, la violenza politica e le migrazioni forzate. Le conseguenze sulla vita delle persone spesso si potevano vedere direttamente.
Lavorare lungo il Mekong mi ha reso più consapevole di un’altra forma di conflitto, che si sviluppa lentamente e può essere difficile da fotografare. Può non esserci un unico evento drammatico. Il conflitto entra invece nella vita delle persone attraverso il cambiamento dei livelli dell’acqua, l’interruzione delle migrazioni dei pesci, stagioni imprevedibili, prezzi instabili, redditi in calo e progetti di sviluppo sui quali le comunità locali hanno pochissime possibilità di intervenire.
I pescatori forse non descrivono quello che stanno vivendo con espressioni come cambiamento climatico, sviluppo idroelettrico o economia politica regionale, ma ne vivono gli effetti ogni giorno. Li vedono nei livelli dell’acqua, che non seguono più i ritmi conosciuti, negli attrezzi da pesca, che non funzionano più come prima, e nei saperi tradizionali, che non riescono più a spiegare fino in fondo il comportamento del fiume.
Quella del Mekong può sembrare una storia ambientale, ma riguarda anche il potere, lo sviluppo, l’economia, la memoria e la sopravvivenza di comunità che dipendono dal fiume da generazioni.
Una storia di questo tipo richiede un modo diverso di lavorare. Non la si può capire durante una visita breve, né attribuire a una sola causa. Devo tornare, ascoltare racconti diversi, confrontare le osservazioni delle persone con altri riscontri e accorgermi dei piccoli cambiamenti nella vita quotidiana.
Per me, lavorare sul Mekong significa cercare di comprendere una forma di conflitto più lenta e meno visibile, i cui effetti si accumulano nel tempo fino a cambiare intere comunità.


Quando fotografi il Mekong oggi, lo consideri soprattutto un luogo oppure un sistema condizionato da forze politiche ed economiche?
Per me è l’una e l’altra cosa. Non credo si possano separare.
Per chi vive lungo il Mekong, il fiume è molto più di un elemento geografico. È memoria, paesaggio, villaggi, ritmi stagionali e modi di vivere costruiti nell’arco di generazioni. È casa, cibo, reddito, conoscenza e storia familiare.
Più tempo trascorro lungo il Mekong, più mi è chiaro che la natura non è l’unica forza a modellare il fiume. I livelli dell’acqua, le migrazioni dei pesci e il modo in cui le comunità locali si guadagnano da vivere sono sempre più condizionati dalle dighe, dalla gestione delle acque, dai confini nazionali, dalle politiche di sviluppo, dai mercati, dagli intermediari e da decisioni prese lontano da chi ne vive le conseguenze.
Allo stesso tempo devo essere prudente. Non tutti i cambiamenti possono essere spiegati con una singola diga, una sola politica o un solo paese. Il Mekong è un sistema estremamente complesso, nel quale clima, infrastrutture, mercati, pratiche locali e variazioni stagionali interagiscono. Non voglio che una fotografia suggerisca conclusioni che gli elementi a disposizione non permettono di sostenere.
Mi interessano la bellezza del fiume e la vita quotidiana lungo le sue sponde, ma anche i legami tra le persone, i luoghi e il potere. Voglio capire in che modo decisioni politiche ed economiche prese altrove diventino visibili nella vita di un pescatore, di una famiglia o di una piccola comunità lungo il fiume.


Hai lavorato accanto a fotografi occidentali e con editor internazionali. Pensi che i fotogiornalisti occidentali e quelli del Sud-est asiatico affrontino le storie in modo diverso, oppure queste differenze dipendono anche dall’industria globale dei media?
Possono esistere approcci diversi, ma esiterei a spiegarli semplicemente come differenze tra fotografi “occidentali” e “del Sud-est asiatico”. La lingua, la formazione, la possibilità di entrare in contatto con gli editor, le reti professionali, i finanziamenti e la struttura dell’industria globale dei media hanno tutti un peso.
La lingua è uno dei fattori più evidenti. Per molti fotografi del Sud-est asiatico, Thailandia compresa, una conoscenza limitata dell’inglese può rendere difficile comunicare con gli editor internazionali, scrivere proposte, spiegare il contesto di una storia o partecipare pienamente alle discussioni editoriali, anche quando hanno una conoscenza molto più profonda del luogo e dell’argomento.
Le fotografie sono importanti, ma nel lavoro documentario ed editoriale raramente viaggiano da sole. Vanno accompagnate da didascalie precise, ricerche, proposte e confronti con gli editor. Un fotografo deve anche saper spiegare perché una storia locale sia importante al di là del luogo in cui accade.
Un fotografo che stimo una volta mi disse: “Più leggi sull’argomento di cui ti occupi, meglio riuscirai a fotografarlo”. Ci credo profondamente. La fotografia documentaria non consiste soltanto nel guardare e scattare. Richiede anche di leggere, ascoltare, studiare la storia, verificare le informazioni e capire in che modo una situazione locale sia collegata al resto del mondo.
Gli editor e i media internazionali influenzano le storie che diventano visibili. Quando si parla di Thailandia e Sud-est asiatico, l’attenzione torna spesso su temi già familiari, come colpi di Stato, proteste, prostituzione, corruzione, povertà o esotismo, perché sono facili da riconoscere e da proporre a un pubblico internazionale. Ma le società di questa regione sono molto più complesse di quanto questi temi lascino intendere.
I fotografi locali possono conoscere un luogo molto a fondo e avere accesso a persone e situazioni grazie a rapporti costruiti nel tempo, ma senza competenze linguistiche, finanziamenti, reti professionali o editor disposti a confrontarsi con quella complessità, il loro lavoro potrebbe non raggiungere mai un pubblico internazionale. E neppure essere del posto garantisce automaticamente una storia più profonda o più responsabile. Anche i fotografi locali devono mettere in discussione le proprie convinzioni, continuare ad approfondire la ricerca e migliorare il proprio modo di lavorare.
Le differenze esistono, ma la disparità di opportunità all’interno del sistema globale dei media le condiziona quanto la cultura o la nazionalità. I media internazionali dovrebbero lasciare più spazio ai punti di vista che provengono dalla regione, mentre i fotografi che lavorano qui dovrebbero avere la possibilità di comunicare ciò che sanno senza doverlo ridurre a stereotipi già conosciuti.

Dopo tutto quello che hai visto e vissuto, c’è ancora una domanda su cui continui a interrogarti attraverso la fotografia?
Sì. Credo che mi abbia accompagnato da sempre.Nel mio lavoro mi sono sempre interessato più alla vita delle persone che alla fotografia in sé, e ai contesti e ai sistemi che influiscono su quella vita. Può trattarsi di un confine, di un fiume, di un villaggio, di una città, della politica, dell’economia o dei cambiamenti del mondo naturale. Nessuna di queste cose esiste separatamente dalla vita umana.
Per me la fotografia è una finestra. Permette a un mondo di affacciarsi su un altro e, forse, alle persone di capirsi un po’ meglio. Non penso che la fotografia possa dare una risposta definitiva. Una fotografia non può spiegare tutto, ma può farci fermare, porci delle domande e riconoscere che la vita di un’altra persona è più complessa di quanto possa apparire a prima vista.
La domanda che continuo a pormi può sembrare semplice, ma non ha una risposta semplice: come fanno le persone a continuare a vivere, ad adattarsi e a conservare la propria dignità mentre affrontano pressioni e forze che non possono controllare fino in fondo?
Forse, in tutta la mia carriera, è proprio questo che ho cercato di capire: il rapporto tra le persone, i luoghi e il tempo, e le forze che continuano a cambiarne la vita.
Silvia Donà