Portrait of Italians, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma e un ritratto costruito attraverso la mobile photography
Negli ultimi tempi, all’interno del nostro percorso di riflessione sulla cultura fotografica, ci siamo occupati in più di un’occasione delle immagini realizzate con lo smartphone, cercando di liberarle da uno stereotipo che continua a presentarle come una forma minore, immediata fino alla superficialità, tecnicamente limitata e quasi inevitabilmente confinata nel territorio dei social network, come se il dispositivo utilizzato determinasse automaticamente non soltanto la qualità dell’immagine, ma anche la profondità dello sguardo che l’ha prodotta.
Credo che oggi questa distinzione sia sempre meno sostenibile, perché il balzo tecnologico compiuto negli ultimi anni ha avvicinato gli smartphone al flusso di lavoro tradizionalmente riservato alle macchine fotografiche: sensori di piccole dimensioni, ma associati a risoluzioni elevate, sistemi ottici sempre più articolati e la possibilità di produrre file RAW, una caratteristica ormai tanto comune da non dover quasi più essere annunciata.
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto ciò che lo smartphone è tecnicamente in grado di fare, ma il modo in cui ha modificato il gesto fotografico, rendendolo meno riconoscibile e profondamente intrecciato alle altre azioni che compiamo attraverso lo stesso oggetto. Quando impugniamo un telefono potremmo fotografare, ma anche leggere un messaggio, consultare una pagina web o guardare un video; il gesto non dichiara necessariamente la propria intenzione e proprio questa ambiguità consente spesso di avvicinarsi alle persone e alle situazioni con una naturalezza diversa da quella prodotta da una macchina fotografica tradizionale.
Per questa ragione la mobile photography può essere considerata qualcosa di più di una definizione commerciale: non indica un genere sulla base dei soggetti o del linguaggio adottato, ma nasce direttamente dal mezzo impiegato e porta con sé l’intero sistema di gesti, abitudini e possibilità che appartengono allo smartphone. Acquistare un telefono, del resto, significa acquistare anche una fotocamera e iniziare quasi inevitabilmente a usarla; milioni di persone hanno cominciato a fotografare senza scegliere consapevolmente di avvicinarsi a questa pratica, perché la possibilità dello scatto era già contenuta nello strumento necessario per comunicare e accedere alla rete. Comprare un telefono significa quindi anche imparare a fotografare, oppure, più semplicemente, fotografare. Tecnologicamente, lo smartphone ha così colmato molte delle distanze che lo separavano dalle macchine fotografiche tradizionali; culturalmente, però, il suo valore non consiste nell’averle cancellate, ma nella diversa relazione che instaura con il tempo, con lo spazio e con le persone.

Proprio questa trasformazione ci porta a Portrait of Italians, la mostra inaugurata negli spazi di Campo Boario dell’Accademia di Belle Arti di Roma, nata dalla collaborazione tra l’istituzione e Realme e costruita attraverso il lavoro degli studenti della Scuola di Fotografia e Video e del Dipartimento di Didattica e Comunicazione dell’Arte.
Il progetto raccoglie le immagini realizzate utilizzando il Realme 16 Pro+ 5G, uno smartphone dotato di un sistema fotografico progettato con una particolare attenzione al ritratto e con differenti possibilità focali, ma il suo interesse non risiede nella dimostrazione che un telefono possa comportarsi come una macchina fotografica professionale, né nella ricerca di una legittimazione attraverso strumenti considerati più nobili. Al contrario, ciò che la mostra rende evidente è che, una volta raggiunta una base tecnica sufficientemente evoluta, la questione decisiva torna a essere quella che ha sempre accompagnato la fotografia: la capacità di scegliere, osservare, avvicinarsi, attendere e costruire una relazione con ciò che si trova davanti all’obiettivo.
Definire i partecipanti soltanto studenti, osservando le immagini esposte, sarebbe tuttavia riduttivo, perché ciò che emerge è il lavoro di giovanissimi artisti ai quali è stato affidato uno strumento comune e un tema sufficientemente aperto da non trasformarsi in una consegna scolastica: raccontare gli italiani, o più precisamente interrogarsi su ciò che può significare oggi costruire un ritratto dell’Italia attraverso le persone, i corpi, gli atteggiamenti, le relazioni e gli spazi che esse abitano.
Il titolo della mostra promette apparentemente un ritratto collettivo, quasi la possibilità di individuare una fisionomia comune, un carattere condiviso o una forma riconoscibile dell’italianità; le immagini, però, si sottraggono a questa semplificazione e restituiscono un paese frammentario e plurale, composto da identità in movimento, rituali, solitudini, relazioni e modi differenti di occupare lo spazio. Gli italiani di Portrait of Italians non vengono definiti attraverso un repertorio di simboli nazionali, né attraverso luoghi immediatamente riconoscibili, ma per mezzo delle loro posture, dei loro spostamenti, del modo in cui si espongono o si sottraggono allo sguardo, delle relazioni che stabiliscono con gli altri e con l’ambiente. Non esiste un volto comune da ricostruire, ma una pluralità di presenze che rende il titolo, proprio per questo, più interessante.
La libertà concessa ai partecipanti è stata probabilmente l’aspetto più importante dell’intero progetto, perché ha permesso alla mostra di non trasformarsi in una successione di dimostrazioni tecniche, tutte riconducibili alle caratteristiche del medesimo dispositivo. Al contrario, fotografie realizzate con lo stesso strumento e nate da una traccia comune conducono verso esiti molto diversi: primi piani intimi, scene di strada, immagini vicine al reportage, costruzioni concettuali e ricerche dedicate all’identità, alla moda, alla vita notturna e agli spazi quotidiani.
Gli studenti hanno potuto concentrarsi sulla costruzione delle immagini senza che lo strumento diventasse un ostacolo, secondo una concezione didattica emersa chiaramente anche durante la presentazione: la fotografia non comincia nel momento in cui si dispone dell’ultimo modello professionale, ma quando si impara a riconoscere ciò che accade attorno a noi, e lo smartphone, proprio perché è sempre presente, permette una rapidità di azione che può diventare parte del linguaggio. Infatti, il tempo necessario ad aprire una borsa, montare un’ottica, accendere la macchina e prepararsi allo scatto può essere sufficiente perché una situazione scompaia; il telefono, al contrario, è già nella mano o nella tasca, e questa disponibilità immediata non sostituisce il pensiero, ma può consentirgli di raggiungere l’immagine prima che essa si dissolva.
I testi curatoriali costruiscono una seconda trama che attraversa la mostra e collega immagini apparentemente lontane. Al di là della suddivisione ufficiale nei tre temi My Unfiltered Self, Urban Player ed Eyes on the City, ritornano il volto e la sua instabilità, il rapporto tra il corpo e lo spazio e la quotidianità: la persona e il personaggio si sovrappongono, la moda diventa uno strumento attraverso cui distinguersi e costruirsi, mentre vetri, riflessi e superfici deformanti mettono in discussione quella certezza che il ritratto tradizionale sembrava attribuire all’identità. La posa, l’abito e il trucco non nascondono necessariamente una verità più autentica, ma possono essere parte integrante di ciò che una persona sceglie di mostrare.
La stampa delle fotografie rappresenta, in questo senso, uno degli esiti migliori del progetto, perché sottrae le immagini al luogo nel quale ci aspetteremmo di incontrarle. Uno scatto realizzato con uno smartphone sembra destinato quasi naturalmente allo schermo dello stesso dispositivo, alle dimensioni ridotte di una piattaforma sociale, alla rapidità dello scorrimento e alla possibilità di essere sostituito immediatamente da un’immagine successiva; portarlo sulla parete significa invece interrompere questa circolazione, restituirgli una dimensione fisica e costringere chi guarda a misurarsi con una superficie, una distanza e una durata.
In effetti, è proprio nella stampa che la presunta inferiorità della fotografia mobile viene messa realmente alla prova, non attraverso le specifiche tecniche dichiarate dal produttore, ma mediante la presenza concreta dell’immagine. Le fotografie esposte possiedono dettaglio, consistenza e autonomia sufficienti per non richiedere alcuna giustificazione: non domandano di essere osservate con indulgenza perché realizzate con un telefono, ma semplicemente di essere valutate come fotografie.
Tra i lavori presenti, appare particolarmente interessante quello che conduce il ritratto fuori dalla sua definizione più immediata, rinunciando proprio all’elemento attraverso il quale siamo abituati a riconoscere una persona: il volto. Il soggetto diventa una presenza definita dalla postura, dalla distanza e dal rapporto con lo spazio, mostrando come un ritratto possa rendere visibile non soltanto un’identità individuale, ma anche una condizione condivisa e una modalità di presenza.
L’attenzione riservata ai testi non costituisce un indebolimento delle immagini, né la confessione della loro incapacità di comunicare autonomamente; dimostra piuttosto quanto la fotografia possa beneficiare di uno scambio verbale capace di attivare un confronto, non perché la parola debba colmare una mancanza dell’immagine, ma perché nominarne alcuni elementi, proporre una direzione o formulare una domanda modifica il tempo della visione e trasforma l’osservazione in un esercizio critico.
Agli studenti impegnati nella curatela è stato chiesto di lavorare entro spazi testuali molto ridotti, una difficoltà tutt’altro che secondaria, perché condensare un pensiero in poche righe obbliga a scegliere non soltanto ciò che deve essere detto, ma anche ciò che può rimanere aperto. I testi non spiegano le fotografie in modo definitivo: le affiancano, le orientano, talvolta le contraddicono e soprattutto le inseriscono in una conversazione.
La mostra mette così in relazione fotografia, scrittura e formazione, mostrando che il lavoro su un’immagine non si conclude nel momento dello scatto. Bisogna infatti scegliere le fotografie, ordinarle, affiancarle a un testo e immaginare il modo in cui saranno presentate al pubblico. Anche la preparazione dell’esposizione, dalla selezione delle opere all’allestimento, diventa quindi parte dell’esperienza formativa: una mostra non nasce soltanto da un’idea, ma prende forma attraverso confronti, decisioni e rinunce.
Vorrei aggiungere che i percorsi di formazione artistica producono spesso immagini, testi, tentativi e intuizioni che rimangono ai margini dei circuiti già consolidati e che, proprio per questo, rischiano di essere percepiti come esperienze provvisorie, destinate a esaurirsi all’interno dell’aula perché considerate ancora troppo fragili per essere osservate criticamente. Eppure, spesso è in questa zona non ancora pienamente riconosciuta che si manifesta con maggiore chiarezza il processo attraverso cui uno sguardo comincia a prendere forma. La dignità artistica non coincide soltanto con la maturità definitiva di un’opera, con la notorietà dell’autore o con la sua appartenenza a uno spazio già legittimato, ma può risiedere anche nel tentativo, nella ricerca, nella prima formulazione di un linguaggio e nella capacità di trasformare un’esperienza personale in qualcosa che possa essere condiviso. Raccontare una mostra come questa significa allora prestare attenzione anche a ciò che normalmente rimane laterale: alle immagini nate durante un percorso didattico, alle parole scritte per interpretare il lavoro degli altri, alle scelte ancora in formazione e alla possibilità che ciò che è stato prodotto esca dall’ambito privato o scolastico per incontrare uno sguardo esterno.
Non si tratta, naturalmente, di sottrarre questi lavori al giudizio o di attribuire loro un valore automatico in virtù della loro fragilità, ma di riconoscere che anche le espressioni poste ai margini possiedono una dignità culturale e artistica e meritano, per questo, di essere osservate, discusse e raccontate.
Portrait of Italians riesce così a evitare il limite più frequente delle collaborazioni tra un’azienda tecnologica e un’istituzione formativa, quello di ridurre l’esperienza a una dimostrazione di prodotto. Lo smartphone è presente, il suo nome compare sulle immagini e le sue caratteristiche hanno certamente reso possibile il lavoro, ma ciò che rimane dopo la visita non è la memoria di una scheda tecnica. Rimangono i volti, i corpi, le attese, gli spazi, le relazioni e soprattutto la diversità con cui uno stesso tema è stato interpretato.
Il risultato più convincente della mostra non consiste dunque nell’aver dimostrato che uno smartphone possa produrre fotografie tecnicamente adeguate a un’esposizione, una questione che può ormai considerarsi superata, ma nell’aver affidato a un oggetto quotidiano il compito di rendere visibili persone, identità e modi differenti di abitare il presente. Una volta stampate e portate sulla parete, quelle immagini non cancellano la propria origine mobile e non cercano di apparire come qualcosa di diverso da ciò che sono; al contrario, rendono leggibile il particolare rapporto con il tempo, con la prossimità e con la quotidianità che le ha generate, mostrando come un ritratto collettivo possa emergere non dalla ricerca di un’identità comune, ma dall’insieme delle differenze attraverso cui ognuno sceglie di raccontarsi.
Federico Emmi
Portrait of Italians – Shot by Realme 16 Pro+ 5G
Accademia di Belle Arti di Roma, sede di Campo Boario
Via del Campo Boario 3, Roma
Dal 18 giugno al 10 luglio 2026